Category Archives: finzione suprema

Rapporto tra letteratura, realtà e surrealtà

“Il 15 maggio 1796 il generale Bonaparte entrò a Milano a capo di quella giovane armata che aveva varcato allora il ponte di Lodi e apprese al mondo che dopo tanti secoli Cesare e Alessandro avevano un successore…”. Così comincia La Certosa di Parma di Stendhal.

“Svegliandosi una mattina Gregor Sansa i accorse di essere mutato in un insetto mostruoso…”. Così comincia La metamorfosi di Kafka.

Non c’è che dire, mettendo a confronto i due incipit appare lampante che essi contengono, l’uno il massimo, l’altro il minimo di attendibilità. Il fatto è però che in entrambi i casi la soggezione del lettore è totale, in virtù di una stipula silenziosa fra lui e lo scrittore, secondo la quale vero e falso sono le facce di un’erma bifronte a cui tutti ci inginocchiamo.

Così, nel momento in cui entra in Milano, Napoleone cessa di essere una persona storica per diventare favoloso al pari di un ippogrifo, mentre Gregor Samsa appare altrettanto plausibile quanto un esemplare appuntato con uno spillo nella vetrina di un entomologo.

da Essere o riessere, conversazioni con Gesualdo Bufalino a cura di Paola Gaglianone e Luciano Tas, òmicron, collana Il Libro che non c’è, 1996

dedicato a Yui Kimi e alla mangiatrice di sapone

Se la colpa è degli uomini allora che Iddio venga

Se la colpa è degli uomini allora che Iddio venga
a chiamarmi fuori dalle sue mura di grossolana cinta
verdastra come l’alfabeto che non trovo. Se il muro
è una triste storia di congiunzioni fallite, allora
ch’io insegua le lepri digiune della mia tirannia
e sappia digiunare finché non è venuta la gran gloria.
Se l’inferno è una cosa vorace io temo allora d’essere
fra quelli che portano le fiamme in bocca e non
si nutrono d’aria! Ma il vento veloce che spazia
al di là dei confini sa coronare i miei sogni anche
di albe felici.

da Variazioni belliche, Amelia Rosselli, Garzanti, 1964

***

In effetti nell’interrompere il verso anche lungo ad una qualsiasi terminazione di frase o ad una qualsiasi sconnessa parola, io isolavo la frase, rendendola significativa e forte, e isolavo la parola, rendendole la sua idealità, ma scindevo il mio corso di pensiero in strati ineguali e in significati sconnessi. L’idea non era più nel poema intero…ma si straziava in scalinate lente, e rintracciabile era soltanto in fine, o da nessuna parte.

da Spazi metrici

***

Interrompevo il poema quando era esaurita la forza psichica e la significatività che mi spingeva a scrivere; cioè l’idea o l’esperienza o il ricordo o la fantasia che smuovevano il senso e lo spazio.

da Spazi metrici

Sull’amore o sul corpo d’amore

Gesù,

forse è per paura delle tue immonde spine

ch’io non ti credo,

per quel dorso chino sotto la croce

ch’io non voglio imitarti.

Forse, come fece San Pietro,

io ti rinnego per paura del pianto.

Però io ti percorro ad ogni ora

e sono lì in un angolo di strada

e aspetto che tu passi.

E ho un fazzoletto, amore,

che nessuno ha mai toccato,

per tergerti la faccia.

da Corpo d’amore in Mistica d’amore, Alda Merini, Frassinelli

Un Io sovrappeso

Ripassiamo alcuni dei versi iniziali della Commedia: “Io non so ben ridir com’i’v’intrai, /tant’era pien di sonno a quel punto/che la verace via abbandonai” (Inf. I, 10-12). Agire bene significa essere ben svegli e dare realtà al mondo, non separarsi dagli altri, rispettare un nucleo inviolabile, sacro della persona; agire male significa sottrargliela, anche solo per disattenzione o per abbandono al dormiveglia dell’inerzia morale. E la pena è maggiore per chi toglie realtà a una persona cara, a qualcuno con cui abbiamo stabilito un’intimità. Non so se l’ideale della paideia, su cui si edificò la società ateniese e poi l’intero Occidente, si sia esaurito. Certo uno dei suoi compiti primari consisteva nel trasmettere, soprattutto attraverso l’esempio, non tanto dei valori – sempre un po’ retorici-, quanto una nozione sufficientemente chiara di ciò che è reale e ciò che non lo è.
Come ho anticipato, l’intera riflessione di queste pagine su reale e irreale è ispirata tra l’altro a Pasolini, che si portava in tasca, quasi come un amuleto, il saggio di Erich Auerbach sul realismo, e che con l’ombra gigantesca di Dante si è confrontato, senza evitare qualche megalomania, in tutta la sua opera letteraria e cinematografica (si pensi al suo tentativo velleitario di riscrivere la Commedia con La Divina Mimesis e poi in Petrolio ecc.). Non mi avventuro in filologia dantesca. Solo vorrei sottolineare, rileggendo la Commedia, la figura di Dante come classico contemporaneo. Proprio lui, così avverso alla modernità, alla nuova civiltà  degli scambi commerciali e della metropoli, così nostalgico di un ordine medievale sancito dalla chiesa e garantito dall’impero. Eppure sento che in ogni pagina Dante rivolge continuamente un appello urgente al lettore, alla sua capacità di modificarsi e “di convertirsi” a una vita nuova In Guardini leggiamo: “Un pensiero profondo nella Commedia assimila il male alla pesantezza. Diventare cattivi significa pesare”(1). Già, si sprofonda verso il basso, proprio perché chi non dà realtà agli altri poi la realtà la trattiene tutta in sé, in eccesso, e diventa intollerabilmente pesante. Il suo Io è sovrappeso.

da Il bene e gli altri. Dante e un’etica per il nuovo millennio, Filippo La Porta, Bompiani, 2018

(1) Romano Guardini, Dante, Morcelliana, Brescia, 1999, p.284

Il testimone

Sapere chi mi guarda. Con chi scrivo, con chi parlo sottovoce, con chi resto in silenzio. Chi mi fa delle domande alle quali non so rispondere. Con chi condivido la mia lingua muta, la mia scrittura disegnata. Sempre, continuamente, sono con qualcuno, nel mio silenzio e nel suo. Non mi parla ma io lo capisco, è in me, non so niente di lui, o di lei. Questo qualcuno non ha sesso, non vi è differenza tra lui e lei, è un testimone che mi accompagna. Il giorno in cui mi volterà le spalle, morirò. Potrei chiamarlo la mia anima. Ecco, io sento una forma. Se infilassi la mano nel mio petto, la toccherei e saprei forse che lei sono io.
Da un lato porto questa forma che è quasi tangibile. Dall’altro, porto il colore che evolve nel suo focolare. Insieme mi configurano e configurano il testimone. Esso talvolta chiarisce i miei pensieri, talvolta li sprofonda nell’oscurità. Appena sente qualcosa, anch’io lo sento e viceversa. Ciò si ripercuote in me, causandomi un intenso dolore lancinante, o una felicità improvvisa e leggera.
Cosa vuol dire sentire? E in modo così individuale e intrasmissibile che nulla riesce a modificare?
Il sentire si pianta come un coltello. Un’immagine, un pensiero, un ricordo e il coltello affonda la sua punta nella mia carne. Mi scanso ma lui mi ritrova. Cerco di interrogare il testimone ma non so dov’è, chi siamo. Mi avvicino a lui il più possibile per avere una possibilità di conoscermi. Di sapere per quale motivo reagiamo in questo modo.
Cos’è successo? Chi mi ha messo in questa situazione?
Perché questo testimone è sempre lì? Da me a lui il cammino non è lungo, lo percorro coi miei passi, le mie parole, i miei gesti. Lui indietreggia quando io avanzo, cerco di accerchiarlo, di sentire da più vicino il battito che ci unisce. Capita talvolta che mi impedisca di abbordare la realtà e le sue molteplici sfaccettature. Nel cammino, da lui a me, vedo sfilare volti amati, pianure dove corrono cavalli, un fiume che si getta nel mare. Le cose che mi mostra sono assenti. Una certezza: noi apparteniamo alla famiglia dell’assenza.

da L’alfabeto del fuoco. Piccoli studi sulla lingua, Silvia Baron Supervielle, Pagine d’Arte, trad. di Anna Bertaccini

All’immaginazione

Se stanca della lunga fatica del giorno,
e dall’avvicendarsi terreno delle pene,
e smarrita e pronta a disperare,
la tua voce gentile mi richiama –
o mia leale amica, non sarò sola
finché mi parlerai con questo tono!

Il mondo esterno è così desolato,
quello interiore mi è due volte caro,
il tuo mondo che odio inganno e dubbio
e il gelido sospetto non conosce;
dove io tu e libertà
siamo i sovrani senza discussione.

Che importa se tutt’intorno
dimorano il pericolo la tenebra e il dolore
se nel recinto del nostro cuore
risplende un cielo immacolato,
tiepido dell’intrico di diecimila raggi
di soli senza inverno?

La Ragione a buon diritto si lamenta
per la triste realtà della Natura,
e dice al cuore affranto che i suoi sogni
sempre saranno vani;
e la Verità può calpestare i fiori
appena nati della Fantasia.

Ma tu sei qui a richiamare
le ondeggianti visioni, e nuove glorie
a spirare sull’appassita primavera,
e una vita più bella evocar dalla morte,
bisbigliando con voce divina
di mondi veri che hanno il tuo splendore.

Io non credo alla tua larva di eliso,
ma nell’ora placata della sera
sempre ti sono grata, potere benigno,
e ti do il benvenuto,
consolatrice delle pene umane
speranza più lucente quando speranza dispera.

3 settembre 1844

Emily Brontë , trad. di Ginevra Bompiani

Sybil Gage, mente centrale di Wallace Stevens

Qual è l’aspetto della sibilla? Non,
Una volta tanto, la donna lustrata, seduta
Fra colorazioni armoniose, rorida e gemmea
Di esse: simbolo sgargiante seduto
Sul seggio del sacro, iridato,
Che penetra la spirito con l’apparenza,
Summa delle vite più elevate
E loro scettro reggente, corona
Ed estremo fulgore e profondo spettacolo.
È invece la sibilla dell’io,
L’io come sibilla, il cui diamante,
Il cui principale abbracciare ogni ricchezza,
È la povertà, il cui gioiello trovato
Al più esatto centro della terra
È la necessità. Per questo l’aspetto della sibilla
È una cosa cieca che cerca tentoni la sua forma,
Una forma che è zoppa, una mano, una schiena,
un sogno troppo povero, troppo indigente
Per essere ricordato, le vecchie fattezze
Consunte e chine al nulla,
Una donna che guarda giù per la strada,
Un bimbo addormentato nella sua vita.
Misurano il diritto di usare. La mancanza produce
Il diritto di usare. La mancanza nomina col suo fiato
Categorie di nuda necessità.
Le quali solo nominarle è creare
Un aiuto, un diritto all’aiuto, un diritto
A sapere cosa aiuta e a raggiungere,
Per diritto di conoscenza, un altro piano.
La donna lustra è ora vista
In un isolamento, separata
Dall’umano nell’umanità,
Parte dell’inumano più,
L’ancora inumano più, eppure
Un inumano dalle nostre fattezze, noto
E ignoto, inumano per breve tratto,
Inumano per un tempo piccolo, minore”.

La grande vela di Ulisse sembrava,
Nelle pause di questo soliloquio,
Viva del battito di un enigma…
Come se un’altra vela procedesse
Diritta attraverso un’altra notte
E ammassi di stelle pendule si tutta la via.

da La vela di Ulisse – VIII, Wallace Stevens, da Il mondo come meditazione, Guanda, trad. di Massimo Bacigalupo

 

Nel 1954, un anno prima di morire, Wallace Stevens scriveva di Sybil in sé: pensiero dominante, musa, finzione suprema, monologo interiore, mente centrale.

Per saperne di più: (http://wallacestevens.com/wp-content/uploads/2016/05/Vol.-32-No.-1-Spring-2008.pdf)

Mentre lasci la stanza

Parli. Dici: Il carattere di oggi non è
Uno scheletro uscito dall’armadio. E nemmeno io.

Quella poesia sull’ananas, quella
Sulla mente che non è mai soddisfatta,

Quella sull’eroe credibile, quell’altra
Sull’estate, non sono ciò che pensano gli scheletri.

Mi domando, ho vissuto una vita da scheletro,
Come un miscredente della realtà,

Concittadino di tutte le ossa al mondo?
Ora, qui, la neve che avevo scordato diventa

Parte di una realtà prima, parte di
Un apprezzamento della realtà

E con ciò un’elevazione, come se andassi via
Con qualcosa che potessi toccare, toccare a fondo.

Eppure nulla è stato cambiato se non ciò che è
Irreale, come se nulla fosse cambiato affatto.

da Il mondo come meditazione, Wallace Stevens, trad. di Massimo Bacigalupo