Category Archives: del perché ci si deve sedere sul bordo del letto

togliersi il sampietrino dalla scarpa

Edgar di Gloucester:

“(…)
La cosa più bassa e priva di fortuna
ha ancora una speranza, non vive in paura:
il mutamento più lamentevole è dal meglio:
il peggio torna al sorriso.

(…)”

Gloucester:

“Un po’ deve ragionare, che altrimenti
non potrebbe mendicare. (…)”

Atto IV – Scena I, Re Lear, William Shakespeare, Feltrinelli, trad. di Agostino Lombardo

 

ben mi sta

Un signore entra in libreria dopo, a detta sua, molti anni e il ricordo di un’interessante conversazione. Il signore è lievemente ubriaco e ha il vasto occhio nero di chi ha fumato; si complimenta con il mio stato di conservazione, manifesta la sua gioia di vedere la libreria ancora in vita con ripetuti baci di mano e abbracci (sono tentata di fargli sapere che i meriti di tale vitalità non sono certo miei, ma scelgo di proteggere da quell’umido entusiasmo l’amico che già fa troppo per me). Si congeda promettendomi un suo ritorno con un bacio che riesco in parte ad evitare abbassando la mascella quasi a fargli male e lui si giustifica dicendo “a me piace il collo”. Se gli avessi risposto con male parole o con violenza, sarei stata costretta ad averci a che fare: preferisco uno stolido sguardo e il silenzio. Se ne va. Ben mi sta, perché sono sempre Nathanael.

del perché ci si deve sedere sul bordo del letto n.3

nostalghia

Quanto di negativo, autodistruttivo o nevrotico rovina la nostra psiche viaggia sulle onde dei raggi beta fino a creare un campo che spacca la solarità del sereno come l’acqua calda divelle e scioglie il ghiaccio. Ciascun trauma non si limita al presente della sua mortificazione ma per l’individuo che lo subisce si emenda in un fardello che cadrà solo con la fine del suo tempo, o con la cura. Il trauma è fertile, vorace, duraturo, vitale. Capita che si trasmetta di padre in figlio. Può diventare cultura. Senza argini è incapsulato, disseminato, tramandato. Ogni ferita è per la personalità una mina inesplosa i cui elementi psicotici isolano e paralizzano (desumo i concetti dalla prolusione di Giorgio Corrente “Esilio e trauma”, tenuta in occasione del convegno Nunca mas il 10 maggio 2006 presso l’Università degli Studi Roma Tre). Al riguardo voglio citare una voce:” Quando suppliziano un uomo, che lo uccidano o no, insieme danno il martirio (sebbene non li rinchiudano, seppure li lascino indifesi e attoniti nella casa violata) a sua moglie, ai suoi genitori, ai suoi figli” (Mario Benedetti, Primavera con una esquina rota). E ancora; “Le cose temute, quando s’appartano da noi, tornano con l’essere nominate, perché confondono la menzione col richiamo” (Antonio Di Benedetto, El Silenciero).

da Un esilio (1980.1984) in Città distrutte. Sei biografie infedeli, Davide Orecchio, Gaffi Editore

del perché ci si deve sedere sul bordo del letto n.2

Nel post “Del perché ci si deve sedere sul bordo del letto” Leo Ferrè così racconta:

“Sotto la mano di quel cercatore ero in vacazione semi-cosciente. Facevo come se non dormivo ma giacevo inerte, più di un morto, e così lui credeva di toccare una pelle senza vita, molle, ed ero salvo-a parte quel contatto, beninteso.”

E il bambino Leo in collegio tra le mani del prete, mi ricorda il Nathanael hoffmanianno tra quelle di Coppelius.

Coppelius mi afferrò subito: “Bestiolina! Bestiolina!” belò digrignando i denti. Mi tirò su a forza e mi gettò sul fornello, tanto che le fiamme già cominciavano a strinarmi i capelli: “Ora sì che li abbiamo gli occhi – occhi- un bel paio di occhi di bambino”. Così bisbigliava Coppelius e dalle fiamme afferrò dei grani di bragia che avrebbe voluto gettarmi nelle pupille. Il babbo allora levò implorante le braccia e gridò:”Maestro! Maestro! Lascia gli occhi a Nathanael, lasciaglieli!”. Coppelius scoppiò in una sonora risata ed esclamò: “E se li tenga i suoi occhi il giovanotto e se le pianga tutte le sue belle lacrime, ma osserviamo ben bene il meccanismo delle mani e dei piedi”. E così dicendo mi afferrò con tale violenza che tutte le giunture presero a scricchiolarmi e mi svitò le mani e i piedi, rimettendomeli ora in un modo ora nell’altro (…).

Nathanael subisce violenza da Coppelius e la fidanzata Clara è l’occasione di recupero della vita, di superamento del trauma. Ma come una puntina del giradischi nel solco del disco, Nathanael ritrova Coppelius in Coppola e si allontana dalla sanità di Clara, rendendo Olimpia (bambola meccanica e “mera percezione della propria affezione narcisistica” (Matteo Galli), tramite la vivificazione dello sguardo-della mano-della bocca, abbagliante e irresistibile oggetto del desiderio (inarginabile desiderio di reiterare l’esperienza del trauma).

In una nota, Matteo Galli osserva: “viene qui descritto uno dei traumi primari di Nathanael smontato e rimontato come una bambola meccanica. Ciò conferisce al futuro amore per Olimpia un ulteriore tratto narcisistico poiché il protagonista nella bambola meccanica rivede/rivive se stesso.

Il trauma si ripete infatti quando è spettatore della lotta tra Coppola (che nel racconto lui VEDE come Coppelius) VS Spalanzani e scopre che COSA è veramente Olimpia (è costretto a vedere gli occhi di Olimpia).
Come dopo il primo trauma, Nathanael si riprende (torna in sé) grazie a (trovando dinanzi a sé) la propria madre

(Un lieve alito caldo mi sfiorò il viso, mi destai come da un sonno di morte, c’era la mamma china su di me),

così, in seguito al secondo trauma, ha la materna Clara (e come fa notare Galli, questo quadro suggerisce l’illusorietà della pace).
Costretto alla pace dalla vita con Clara, Nathanael si trova inconsapevolmente ad assumere il ruolo aggressivo di Coppelius/Coppola, quando prova a uccidere la donna sulla torre del campanile.
Non essendo riuscito nell’intento aggressivo (e forse, in un certo senso, liberatorio poiché sarebbe una rottura con la configurazione di vittima), grazie al tempestivo intervento del fratello di Clara, Nathanael si getta dalla torre, così consumandosi la violenza iniziata da Coppelius tanti anni prima, che l’ha abitato durante tutta la vita e infine agito.
Nathanael insomma diventa automa dal momento in cui subisce violenza, si riconosce tale specchiandosi nella bambola meccanica e aderisce al suo destino fino alla morte.

La violenza rende automi, per questa ragione è necessario mettersi a sedere sul bordo del letto.

le citazioni di E.T.A. Hoffmann e di Matteo Galli dai Notturni, L’Orma Editore, a cura di Matteo Galli

del perché ci si deve sedere sul bordo del letto

Leo Ferré racconta:

“Una porta si muoveva, un caro Padre scivolava attraverso uno spiraglio che restringeva il più possibile quasi temesse per le nostre facce l’alito pungente delle latrine. Camminava sulle piastrelle come Mosè sulle acque. Una silfide! I Cari Padri! Avevano tutti le suole di gomma, non di para, la para era stata inventata da poco e faceva troppo profano. Erano il silenzio che cammina e ci arrivavano addosso con la schicchera sulla punta delle dita pronta a picchiar duro.
– ancora non dormite, bambino mio! – diceva a me che ero nel grembo della notte, nel grembo fisiologico, come al bordello.
E mi palpava un po’ di grasso che avevo sulla guancia. Per lui era un ventre, un ventre liscio come quello delle fanciulle più tenere. Quella mano infarcita di sesso a fior di pelle si eccitava sulla mia faccia e si inumidiva pian piano. Gli usciva da tutti i pori della pelle, parola mia, il suo sporco voto di castità! Avevo voglia di mordergliene un pezzo. Quale piacere avrei così operato in quella carne malata? Per fortuna l’innocenza mi assolve da quel che mi appare oggi, da uomo, una goffaggine o un’acquiescenza. Sotto la mano di quel cercatore ero in vacazione semi-cosciente. Facevo come se non dormivo ma giacevo inerte, più di un morto, e così lui credeva di toccare una pelle senza vita, molle, ed ero salvo-a parte quel contatto, beninteso. Evitavo insomma che andasse oltre, alla scoperta di piaceri più redditizi. Se mi fossi mosso, mi avrebbe fatto secco. Non mi sono mai mosso. Quel palpatore si è accontentato per un po’ della mia faccia facile e cedevole, una guancetta comoda ma insignificante. La psicologia della violenza carnale non funziona senza i rifiuti, le grida, lo spavento: è questo ad armare la parola e il moto del sesso. Il violentatore pensa suo malgrado a una complicità latente del suo “interlocutore”. I rifiuti, le grida, lo spavento, non ne conosce mai il senso preciso, riconduce tutto alla propria follia e crede perentoriamente al piacere della vittima. Sapevo fin dalla più tenera infanzia che neppure i cani più feroci se la prendono con i corpi inerti. Il mio cane feroce si stancò e io, ancora inerte, accarezzavo la Notte e mi ripulivo la faccia.”

Luigi Ramella legge e risponde:

“Definire violentatore quel pretino mi sembra esagerato: più che la psicologia della violenza carnale, credo si tratti della psicologia della vita. Se il piccolo Benoit Misère si fosse seduto improvvisamente sul letto fissando negli occhi il Caro padre, custode del suo tempo e del suo tempio, questi avrebbe sicuramente cessato le molestie, spaventato dallo sguardo cosciente, dal rifiuto, senza necessità di giungere al grido.”

Carmela Aiace Moscatiello commenta:

“Forse il signor Luigi Ramella ha ragione: la ragione dell’esperienza del vile. Un adulto riconosce nel bambino il rattenuto respiro del finto sonno e, nel ranicchiarsi teso, la sottrazione di superficie di corpo, ma preferisce attribuire l’evidente disagio a complicità e accettazione.”

 

San Giorgio sconfigge il drago