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ecco la mirabile stupidità

Edmund, il bastardo di Gloucester:

“Ecco la mirabile stupidità del mondo: quando le nostre fortune decadono – spesso per gli eccessi del nostro stesso comportamento- rendiamo colpevoli dei nostri disastri il sole, la luna e le stelle, come se fossimo delinquenti per necessità, sciocchi per coercizione celeste, furfanti, ladri e traditori per il movimento delle sfere, ubriaconi, bugiardi e adulteri per obbedienza forzata all’influsso dei pianeti – e tutto il male che facciamo è dovuto all’imperativo divino. Magnifica trovata dell’uomo puttaniere, quella di mettere i suoi istinti da caprone a carico d’una stella (…).”

Atto I – Scena II, Re Lear, William Shakespeare, Feltrinelli, trad.di Agostino Lombardo

l’angelo ribelle (osvaldo licini – wallace stevens – harold bloom)

Poiché ogni poeta comincia (per quanto “inconsciamente”) con il ribellarsi contro la coscienza della necessità della morte assai più recisamente di quanto non facciano gli altri uomini e donne. Il giovane militante della poesia, o efèbo, come l’avrebbero chiamato gli ateniesi, è già l’uomo antinaturale o antitetico, e fin dai suoi inizi come poeta egli va alla ricerca di un oggetto impossibile, così come prima di lui aveva fatto il suo precursore.

(…)

Il poeta che sta in ogni lettore non esperisce la stessa separatezza da ciò che legge che invece sente necessariamente il critico che sta in ogni lettore. Ciò che dà piacere al critico che sta nel lettore può dare invece angoscia al poeta che sta in lui, un’angoscia che abbiamo imparato a trascurare, in quanto lettori, a nostro rischio e pericolo. Questa angoscia, questa modalità di melanconia, è l’angoscia dell’influenza, l’oscuro, demonico terreno in cui stiamo per addentrarci.
Com’è che gli uomini diventano poeti, o per usare una fraseologia più antiquata, com’è che s’incarna il temperamento poetico? Quando un potenziale poeta scopre inizialmente (o viene scoperto dalla) dialettica dell’influenza, quando scopre inizialmente  che la poesia è insieme esterna e interna a lui, egli intraprende un processo che terminerà soltanto quando non avrà più poesia dentro di sé, molto dopo aver perduto il potere (o il desiderio) di scoprirla ancora fuori di sé.

(…)

L’influenza per noi è motivo di angoscia quanto lo era per Johnson e Hume, ma il pathos aumenta in questa storia a mano a mano che ne diminuisce la dignità.

(…)

L’Influenza Poetica – quando interessa due autentici, forti poeti – procede sempre attraverso il travisamento di un poeta precedente, attraverso un atto di correzione creativa che è di fatto e necessariamente un’interpretazione sbagliata. La storia della fruttuosa influenza poetica, che costituisce la principale tradizione della poesia occidentale dal Rinascimento a oggi, è una storia di angosce e di caricature autoliberatorie, di distorisioni, di revisionismi perversi e ostinati senza i quali la poesia moderna in quanto tale non potrebbe esistere.

(…)

La poesia può realizzare o no la propria salvezza in un uomo, ma essa si concede solo a quelli che ne hanno un estremo bisogno immaginativo, anche se può allora arrivare portando terrore. E tale bisogno emerge dapprima attraverso l’esperienza che l’efèbo o giovane poeta fa di un altro poeta, dell’Altro la cui pericolosa grandezza è accresciuta dal fatto che l’efèbo lo vede come uno splendore bruciante a fronte di una oscurità limitante, in qualche modo come il Bardo dell’Esperienza di Blake vede la tigre, o Giobbe vede il Leviatano e Behemot o il capitano Achab vede la Balena Bianca o Ezechiele il Cherubino Protettore, che sono tutte visioni di una Creazione diventata malvagia e inceppante, di uno splendore che minaccia il Cercatore Prometeico che ogni efèbo si avvia a diventare.

da L’angoscia dell’influenza. Una teoria della poesia, Harold Bloom, Abscondita, trad.di Mario Diacono

una tela niente altro che una cortina…

E quante volte avviene ch’egli (il mondo) altresì, come quel famoso antico, dipinga sopra una tela niente altro che una cortina, un velo, ma con un finto sì smagliante al vero, che vi sembra teso a coprir figure che gli stian sotto, e non v’è nulla sotto: perché tutta la dipintura non è altro che il velo, ma così bene artificiato a parere naturale, che vi si gabbano gli occhi eziandio dei maestri, qual era Zeusi, che dimandò a Parrasio di rimuovere il velo e mostrar la pittura.

da L’uomo al punto, Daniello Bartoli

main de fer

J’ai pleuré en lisant Leopardi: La luna, Il primo amore, L’Ultimo canto di Saffo, La sera del dì di festa, Il sogno, La vita solitaria, Consalvo, – oh! il y a bien là de quoi pleurer! J’éprouve en lisant Leopardi une sensation qui m’était inconnue jusqu’ici. Je me sens serrer le cœur comme par una main de fer et m’ôter la respiration, en voyant una pareille douleur sans espérance dans l’avenir, sans la foi en Dieu!

Journal, 21 janvier 1851, Adelphi, a cura di Cesare Garboli

del perché ci si deve sedere sul bordo del letto n.2

Nel post “Del perché ci si deve sedere sul bordo del letto” Leo Ferrè così racconta:

“Sotto la mano di quel cercatore ero in vacazione semi-cosciente. Facevo come se non dormivo ma giacevo inerte, più di un morto, e così lui credeva di toccare una pelle senza vita, molle, ed ero salvo-a parte quel contatto, beninteso.”

E il bambino Leo in collegio tra le mani del prete, mi ricorda il Nathanael hoffmanianno tra quelle di Coppelius.

Coppelius mi afferrò subito: “Bestiolina! Bestiolina!” belò digrignando i denti. Mi tirò su a forza e mi gettò sul fornello, tanto che le fiamme già cominciavano a strinarmi i capelli: “Ora sì che li abbiamo gli occhi – occhi- un bel paio di occhi di bambino”. Così bisbigliava Coppelius e dalle fiamme afferrò dei grani di bragia che avrebbe voluto gettarmi nelle pupille. Il babbo allora levò implorante le braccia e gridò:”Maestro! Maestro! Lascia gli occhi a Nathanael, lasciaglieli!”. Coppelius scoppiò in una sonora risata ed esclamò: “E se li tenga i suoi occhi il giovanotto e se le pianga tutte le sue belle lacrime, ma osserviamo ben bene il meccanismo delle mani e dei piedi”. E così dicendo mi afferrò con tale violenza che tutte le giunture presero a scricchiolarmi e mi svitò le mani e i piedi, rimettendomeli ora in un modo ora nell’altro (…).

Nathanael subisce violenza da Coppelius e la fidanzata Clara è l’occasione di recupero della vita, di superamento del trauma. Ma come una puntina del giradischi nel solco del disco, Nathanael ritrova Coppelius in Coppola e si allontana dalla sanità di Clara, rendendo Olimpia (bambola meccanica e “mera percezione della propria affezione narcisistica” (Matteo Galli), tramite la vivificazione dello sguardo-della mano-della bocca, abbagliante e irresistibile oggetto del desiderio (inarginabile desiderio di reiterare l’esperienza del trauma).

In una nota, Matteo Galli osserva: “viene qui descritto uno dei traumi primari di Nathanael smontato e rimontato come una bambola meccanica. Ciò conferisce al futuro amore per Olimpia un ulteriore tratto narcisistico poiché il protagonista nella bambola meccanica rivede/rivive se stesso.

Il trauma si ripete infatti quando è spettatore della lotta tra Coppola (che nel racconto lui VEDE come Coppelius) VS Spalanzani e scopre che COSA è veramente Olimpia (è costretto a vedere gli occhi di Olimpia).
Come dopo il primo trauma, Nathanael si riprende (torna in sé) grazie a (trovando dinanzi a sé) la propria madre

(Un lieve alito caldo mi sfiorò il viso, mi destai come da un sonno di morte, c’era la mamma china su di me),

così, in seguito al secondo trauma, ha la materna Clara (e come fa notare Galli, questo quadro suggerisce l’illusorietà della pace).
Costretto alla pace dalla vita con Clara, Nathanael si trova inconsapevolmente ad assumere il ruolo aggressivo di Coppelius/Coppola, quando prova a uccidere la donna sulla torre del campanile.
Non essendo riuscito nell’intento aggressivo (e forse, in un certo senso, liberatorio poiché sarebbe una rottura con la configurazione di vittima), grazie al tempestivo intervento del fratello di Clara, Nathanael si getta dalla torre, così consumandosi la violenza iniziata da Coppelius tanti anni prima, che l’ha abitato durante tutta la vita e infine agito.
Nathanael insomma diventa automa dal momento in cui subisce violenza, si riconosce tale specchiandosi nella bambola meccanica e aderisce al suo destino fino alla morte.

La violenza rende automi, per questa ragione è necessario mettersi a sedere sul bordo del letto.

le citazioni di E.T.A. Hoffmann e di Matteo Galli dai Notturni, L’Orma Editore, a cura di Matteo Galli

vi piaccia o no

Ergo hominum genus incassum frustraque laborat
semper et <in> curis consumit inanibus aevum,
nimirum quia non cognovit quae sit habendi
finis et omnino quoad crescat vera voluptas.

vv, 1430-1433, De rerum natura, Lucrezio

carlo bisi 3

Così il genere umano si ostina senza significato
nella sua catastrofe, trasforma la vita in un dramma
inutile, e non sa, certamente non sa, fino a che punto
può spingersi, qual è il confine stesso della gioia.

versione di Milo De Angelis, Sotto la scure silenziosa. Frammenti dal “De rerum natura”, SE Studio Editoriale

 

 

appunti per Mi chiamo M.M. n.14

Ma sedendo e mirando… L’esclusione dello sguardo dall’indefinito orizzonte istituisce il viaggio verso il luogo del desiderio; ma rovescia il limite nella possibilità d’un altro sguardo, dischiude il campo dell’immaginazione, ch’è il solo nel quale il desiderio dell’infinito può prendere figura, e quasi movimento di immagini, diventare teatro di conflitti, identificarsi col desiderio del piacere, e dunque sperimentare lo scarto tra desiderio e piacere. In questa apertura l’ultimo orizzonte non è più l’al di là fisico della siepe, ma è la scena sulla quale il desiderio d’infinito cerca una risposta nell’esperienza simbolica dell’infinito, cioè nella liberazione della “forza immaginativa”. Il piacere dell’immaginazione appare come uno dei “piaceri possibili!

(…)

Un’esegesi dell’Infinito leopardiano può ritrovare, nella finale metafora del mare, il dantesco e medievale “mar de l’essere”, approdo di ogni itinerario della mente.
E il naufragar m’è dolce in questo mare. Il naufragio leopardiano, “riposo dal desiderio”, restituisce, sull’affondare del pensiero, l’io dell’ordine simbolico contro l’io dell’ordine immaginario. Questo sguardo dell’altro, questo desiderio dell’altro, si adempie, ma come contemplazione del nulla. Il nichilismo è l’orizzonte che può essere guardato dal punto di vista d’un io creativo, dell’io della poesia. Per questo “I poeti nel tempo della povertà”. Il desiderio d’infinito si rivela come desiderio del nulla, e in questa rivelazione espone il massimo di legame con la vita. Con la vita di cui la metafora del mare è portatrice. Il solo infinito è il nulla, e questo è infinito del liguaggio.

da Il pensiero poetante. Saggio su Leopardi, Antonio Prete, Feltrinelli

Controcielo n.4

L’uomo non può fare a meno di storicizzare e di storicizzarsi. Cristo il punto d’incidenza tra Dio e la storia. Ci siamo appropriati di Cristo, nostro simile, per esorcizzare ciò che è assolutamente altro. Incommensurabilmente lontano. Per rendere meno insopportabile tale lontananza.
Le cose non esistono se non vengono narrate. La lieta novella fa esistere Dio e lo fa nascere in una mangiatoia, luogo da dove ha inizio la nostra teofania che ha compimento nell’eucarestia.
Dio verbo dell’origine, l’essere all’infinito, noialtri i participi, presenti e passati, nella narrazione del mondo cui l’essere partecipi dell’intreccio impone alcune bizzarre vicende.
Ma è il linguaggio che urge e assurge a personaggio che agisce nel paesaggio. La nostra vita un pittoresco gioco di incontri linguistici, di relazioni sintattiche. Le consonanti sono i moti, le vocali aperte le aurore, quelle chiuse i tramonti. Dio crea nominando. Gerendo gerundi navigare l’infinito. Occorre sempre la narrazione per ripercorrere la creazione.

da Controcielo. Romanzo grottesco, Mauro Marè, All’Insegna del Pesce d’Oro

Controcielo n.3

“Io dissi Dio al dissidio tra uomo e mondo”.
Non è già una mirabile armonia d’amore a legare l’uomo e il mondo sì che Dio sia lo stesso superiore disegno onde essa promana. è invece l’insanabile dissidio tra l’empietà dell’uomo e la perfezione delle sfere celesti a generare nell’uomo il disegno di Dio. Ma se Dio è questo disegno, esso è anche l’empietà che lo genera.
La religione è desiderio d’ordine e d’armonia. è non capacitarsi dell’ingiustizia del mondo, è bisogno d’amore. Ma se la ferita che è all’origine fosse prodotta proprio da quel dissidio, nella lacerazione del suo dirsi?
Il mondo reale è limitato, l’immaginazione che suscita il desiderio di superarne i limiti è infinita. Ma non potendo ampliare l’uno, occorre restringere l’altra perché dalla loro differenza nascono le pene che ci rendono infelici.
Per migliorare il mondo occorre far buon viso al male e al fango di cui l’uomo è intriso. Spetta al poeta trarne il pianto e il riso.
L’uomo ha paura di vivere. L’uomo ha paura di pensare. Vivere significa esperire la propria morte, pensare: pensare la morte. L’accademia esorcizza l’accadere. Cristo è uno scandalo. Cristo fa paura. Perché è un infinito morire. Il cristallo è la luce ma è lo stallo del Cristo. In questo senso la Chiesa è luce. Ma la vita perenne del Cristo è nel suo infinito morire. La resurrezione uccide il Cristo perché annulla il morire che è il suo vivere eterno. Da una stalla allo stallo – ecco la traiettoria storica del Cristo. Dal Cristo al cristallo. L’amaro calice del Cristo è colmo d’aceto e fiele in cambio della sua infinita sete di giustizia. La resurrezione del Cristo precede la sua morte. La Chiesa è stallo. La Chiesa è luce. Cristo è infinita libertà. Ma la libertà genera disperazione. La disperazione di non trovare un Dio che ci illumini.

da Controcielo. Romanzo grottesco, Mauro Marè, All’insegna del Pesce d’Oro

Controcielo n.2

– Non può esistere – disse un “con” se non si configura un “contro”. Gli insonni riacquistano il sonno se si impedisce loro di dormire. Anche il sonno dunque, la più inerme delle funzioni, ha bisogno d’un contro. Così anche l’amore. Gli amori più grandi sono quelli contro: i genitori, la famiglia, la società. Un’eccessiva facilità d’amore provoca la caduta del desiderio. L’amore senza argini annega se stesso. Anche l’amicizia non esiste se non contro qualcuno o qualcosa. Ci vuole un pericolo, un nemico, un ostacolo comune. Le difficoltà iniziali della vita consentono le grandi amicizie fra i giovani. Ma l’amicizia resiste finché si mantiene l’ostacolo, il nemico, il pericolo. Finito tutto ciò, finita l’amicizia. L’unica vera amicizia tra gli uomini è quella contro Dio perché questi, essendo immortale, può garantire un’amicizia infinita.
Non vi sembrano questi – disse rivolgendosi agli amici che lo ascoltavano – motivi sufficienti per fondare un’antireligione universale capace di assicurare la fratellanza tra gli uomini?

da Controcielo. Romanzo grottesco, Mauro Marè, All’insegna del Pesce d’oro