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main de fer

J’ai pleuré en lisant Leopardi: La luna, Il primo amore, L’Ultimo canto di Saffo, La sera del dì di festa, Il sogno, La vita solitaria, Consalvo, – oh! il y a bien là de quoi pleurer! J’éprouve en lisant Leopardi une sensation qui m’était inconnue jusqu’ici. Je me sens serrer le cœur comme par una main de fer et m’ôter la respiration, en voyant una pareille douleur sans espérance dans l’avenir, sans la foi en Dieu!

Journal, 21 janvier 1851, Adelphi, a cura di Cesare Garboli

del perché ci si deve sedere sul bordo del letto n.2

Nel post “Del perché ci si deve sedere sul bordo del letto” Leo Ferrè così racconta:

“Sotto la mano di quel cercatore ero in vacazione semi-cosciente. Facevo come se non dormivo ma giacevo inerte, più di un morto, e così lui credeva di toccare una pelle senza vita, molle, ed ero salvo-a parte quel contatto, beninteso.”

E il bambino Leo in collegio tra le mani del prete, mi ricorda il Nathanael hoffmanianno tra quelle di Coppelius.

Coppelius mi afferrò subito: “Bestiolina! Bestiolina!” belò digrignando i denti. Mi tirò su a forza e mi gettò sul fornello, tanto che le fiamme già cominciavano a strinarmi i capelli: “Ora sì che li abbiamo gli occhi – occhi- un bel paio di occhi di bambino”. Così bisbigliava Coppelius e dalle fiamme afferrò dei grani di bragia che avrebbe voluto gettarmi nelle pupille. Il babbo allora levò implorante le braccia e gridò:”Maestro! Maestro! Lascia gli occhi a Nathanael, lasciaglieli!”. Coppelius scoppiò in una sonora risata ed esclamò: “E se li tenga i suoi occhi il giovanotto e se le pianga tutte le sue belle lacrime, ma osserviamo ben bene il meccanismo delle mani e dei piedi”. E così dicendo mi afferrò con tale violenza che tutte le giunture presero a scricchiolarmi e mi svitò le mani e i piedi, rimettendomeli ora in un modo ora nell’altro (…).

Nathanael subisce violenza da Coppelius e la fidanzata Clara è l’occasione di recupero della vita, di superamento del trauma. Ma come una puntina del giradischi nel solco del disco, Nathanael ritrova Coppelius in Coppola e si allontana dalla sanità di Clara, rendendo Olimpia (bambola meccanica e “mera percezione della propria affezione narcisistica” (Matteo Galli), tramite la vivificazione dello sguardo-della mano-della bocca, abbagliante e irresistibile oggetto del desiderio (inarginabile desiderio di reiterare l’esperienza del trauma).

In una nota, Matteo Galli osserva: “viene qui descritto uno dei traumi primari di Nathanael smontato e rimontato come una bambola meccanica. Ciò conferisce al futuro amore per Olimpia un ulteriore tratto narcisistico poiché il protagonista nella bambola meccanica rivede/rivive se stesso.

Il trauma si ripete infatti quando è spettatore della lotta tra Coppola (che nel racconto lui VEDE come Coppelius) VS Spalanzani e scopre che COSA è veramente Olimpia (è costretto a vedere gli occhi di Olimpia).
Come dopo il primo trauma, Nathanael si riprende (torna in sé) grazie a (trovando dinanzi a sé) la propria madre

(Un lieve alito caldo mi sfiorò il viso, mi destai come da un sonno di morte, c’era la mamma china su di me),

così, in seguito al secondo trauma, ha la materna Clara (e come fa notare Galli, questo quadro suggerisce l’illusorietà della pace).
Costretto alla pace dalla vita con Clara, Nathanael si trova inconsapevolmente ad assumere il ruolo aggressivo di Coppelius/Coppola, quando prova a uccidere la donna sulla torre del campanile.
Non essendo riuscito nell’intento aggressivo (e forse, in un certo senso, liberatorio poiché sarebbe una rottura con la configurazione di vittima), grazie al tempestivo intervento del fratello di Clara, Nathanael si getta dalla torre, così consumandosi la violenza iniziata da Coppelius tanti anni prima, che l’ha abitato durante tutta la vita e infine agito.
Nathanael insomma diventa automa dal momento in cui subisce violenza, si riconosce tale specchiandosi nella bambola meccanica e aderisce al suo destino fino alla morte.

La violenza rende automi, per questa ragione è necessario mettersi a sedere sul bordo del letto.

le citazioni di E.T.A. Hoffmann e di Matteo Galli dai Notturni, L’Orma Editore, a cura di Matteo Galli

vi piaccia o no

Ergo hominum genus incassum frustraque laborat
semper et <in> curis consumit inanibus aevum,
nimirum quia non cognovit quae sit habendi
finis et omnino quoad crescat vera voluptas.

vv, 1430-1433, De rerum natura, Lucrezio

carlo bisi 3

Così il genere umano si ostina senza significato
nella sua catastrofe, trasforma la vita in un dramma
inutile, e non sa, certamente non sa, fino a che punto
può spingersi, qual è il confine stesso della gioia.

versione di Milo De Angelis, Sotto la scure silenziosa. Frammenti dal “De rerum natura”, SE Studio Editoriale

 

 

appunti per Mi chiamo M.M. n.14

Ma sedendo e mirando… L’esclusione dello sguardo dall’indefinito orizzonte istituisce il viaggio verso il luogo del desiderio; ma rovescia il limite nella possibilità d’un altro sguardo, dischiude il campo dell’immaginazione, ch’è il solo nel quale il desiderio dell’infinito può prendere figura, e quasi movimento di immagini, diventare teatro di conflitti, identificarsi col desiderio del piacere, e dunque sperimentare lo scarto tra desiderio e piacere. In questa apertura l’ultimo orizzonte non è più l’al di là fisico della siepe, ma è la scena sulla quale il desiderio d’infinito cerca una risposta nell’esperienza simbolica dell’infinito, cioè nella liberazione della “forza immaginativa”. Il piacere dell’immaginazione appare come uno dei “piaceri possibili!

(…)

Un’esegesi dell’Infinito leopardiano può ritrovare, nella finale metafora del mare, il dantesco e medievale “mar de l’essere”, approdo di ogni itinerario della mente.
E il naufragar m’è dolce in questo mare. Il naufragio leopardiano, “riposo dal desiderio”, restituisce, sull’affondare del pensiero, l’io dell’ordine simbolico contro l’io dell’ordine immaginario. Questo sguardo dell’altro, questo desiderio dell’altro, si adempie, ma come contemplazione del nulla. Il nichilismo è l’orizzonte che può essere guardato dal punto di vista d’un io creativo, dell’io della poesia. Per questo “I poeti nel tempo della povertà”. Il desiderio d’infinito si rivela come desiderio del nulla, e in questa rivelazione espone il massimo di legame con la vita. Con la vita di cui la metafora del mare è portatrice. Il solo infinito è il nulla, e questo è infinito del liguaggio.

da Il pensiero poetante. Saggio su Leopardi, Antonio Prete, Feltrinelli

Controcielo n.4

L’uomo non può fare a meno di storicizzare e di storicizzarsi. Cristo il punto d’incidenza tra Dio e la storia. Ci siamo appropriati di Cristo, nostro simile, per esorcizzare ciò che è assolutamente altro. Incommensurabilmente lontano. Per rendere meno insopportabile tale lontananza.
Le cose non esistono se non vengono narrate. La lieta novella fa esistere Dio e lo fa nascere in una mangiatoia, luogo da dove ha inizio la nostra teofania che ha compimento nell’eucarestia.
Dio verbo dell’origine, l’essere all’infinito, noialtri i participi, presenti e passati, nella narrazione del mondo cui l’essere partecipi dell’intreccio impone alcune bizzarre vicende.
Ma è il linguaggio che urge e assurge a personaggio che agisce nel paesaggio. La nostra vita un pittoresco gioco di incontri linguistici, di relazioni sintattiche. Le consonanti sono i moti, le vocali aperte le aurore, quelle chiuse i tramonti. Dio crea nominando. Gerendo gerundi navigare l’infinito. Occorre sempre la narrazione per ripercorrere la creazione.

da Controcielo. Romanzo grottesco, Mauro Marè, All’Insegna del Pesce d’Oro

Controcielo n.3

“Io dissi Dio al dissidio tra uomo e mondo”.
Non è già una mirabile armonia d’amore a legare l’uomo e il mondo sì che Dio sia lo stesso superiore disegno onde essa promana. è invece l’insanabile dissidio tra l’empietà dell’uomo e la perfezione delle sfere celesti a generare nell’uomo il disegno di Dio. Ma se Dio è questo disegno, esso è anche l’empietà che lo genera.
La religione è desiderio d’ordine e d’armonia. è non capacitarsi dell’ingiustizia del mondo, è bisogno d’amore. Ma se la ferita che è all’origine fosse prodotta proprio da quel dissidio, nella lacerazione del suo dirsi?
Il mondo reale è limitato, l’immaginazione che suscita il desiderio di superarne i limiti è infinita. Ma non potendo ampliare l’uno, occorre restringere l’altra perché dalla loro differenza nascono le pene che ci rendono infelici.
Per migliorare il mondo occorre far buon viso al male e al fango di cui l’uomo è intriso. Spetta al poeta trarne il pianto e il riso.
L’uomo ha paura di vivere. L’uomo ha paura di pensare. Vivere significa esperire la propria morte, pensare: pensare la morte. L’accademia esorcizza l’accadere. Cristo è uno scandalo. Cristo fa paura. Perché è un infinito morire. Il cristallo è la luce ma è lo stallo del Cristo. In questo senso la Chiesa è luce. Ma la vita perenne del Cristo è nel suo infinito morire. La resurrezione uccide il Cristo perché annulla il morire che è il suo vivere eterno. Da una stalla allo stallo – ecco la traiettoria storica del Cristo. Dal Cristo al cristallo. L’amaro calice del Cristo è colmo d’aceto e fiele in cambio della sua infinita sete di giustizia. La resurrezione del Cristo precede la sua morte. La Chiesa è stallo. La Chiesa è luce. Cristo è infinita libertà. Ma la libertà genera disperazione. La disperazione di non trovare un Dio che ci illumini.

da Controcielo. Romanzo grottesco, Mauro Marè, All’insegna del Pesce d’Oro

Controcielo n.2

– Non può esistere – disse un “con” se non si configura un “contro”. Gli insonni riacquistano il sonno se si impedisce loro di dormire. Anche il sonno dunque, la più inerme delle funzioni, ha bisogno d’un contro. Così anche l’amore. Gli amori più grandi sono quelli contro: i genitori, la famiglia, la società. Un’eccessiva facilità d’amore provoca la caduta del desiderio. L’amore senza argini annega se stesso. Anche l’amicizia non esiste se non contro qualcuno o qualcosa. Ci vuole un pericolo, un nemico, un ostacolo comune. Le difficoltà iniziali della vita consentono le grandi amicizie fra i giovani. Ma l’amicizia resiste finché si mantiene l’ostacolo, il nemico, il pericolo. Finito tutto ciò, finita l’amicizia. L’unica vera amicizia tra gli uomini è quella contro Dio perché questi, essendo immortale, può garantire un’amicizia infinita.
Non vi sembrano questi – disse rivolgendosi agli amici che lo ascoltavano – motivi sufficienti per fondare un’antireligione universale capace di assicurare la fratellanza tra gli uomini?

da Controcielo. Romanzo grottesco, Mauro Marè, All’insegna del Pesce d’oro

Controcielo, contro il Cielo

– Io dissi Dio al dissidio tra uomo e mondo. Questo verso – raccontava il disarcivescovato- costituisce l’unico frammento superstite di un poemetto che fu scritto da un papa nel Seicento. Incredibile, vero? Il poemetto, di non pessima fattura, come lo aveva giudicato chi ebbe la sventura di leggerlo – lettura che pagò con la morte – fu composto dal pontefice sullo scorcio di una vita di efferati misfatti e fu il risultato di una laboriosa e creativa conversione all’ateismo.
Sembra anche che il papa avesse confidato a un cardinale a lui molto vicino le sue idee e la sua coerente decisione di spaparsi e che per questo fosse stato avvelenato.
Un povero monacello, confessore del papa, venuto in possesso del manoscritto, ne andava rivelando tutti i retroscena allorché, scoperto, fu processato e mandato al rogo. Egli stesso infatti venne accusato di essere autore sia dell’eretico poemetto sia dell’assassinio del papa. Di tutto ciò il disarcivescovato era venuto a conoscenza leggendo gli atti del processo. Il poemetto purtroppo era andato perduto. Di esso restava soltanto il verso iniziale recitato dal monacello, mentre da altri brani dell’interrogatorio si poteva ricostruire il contenuto dell’eresia papale. Si trattava di una sorta di bizzarro e perverso gnosticismo: un Dio negativo e pasticcione nato dalla mente dell’uomo come induzione dall’irrazionalità del mondo. Non un Dio creatore poi suicidatosi per il fallimento della creazione. Piuttosto un dio abortito. Dio non esiste. Se esistesse bisognerebbe negarlo. Un Dio creato dall’uomo solo per dar corpo alla sua esigenza di bestemmiarlo. Un uomo malvagio a immagine e somiglianza di Dio o un Dio malvagio a immagine e somiglianza dell’uomo? Lungi dal pensare, diceva il papa, a un uomo buono in quanto gioiello della creazione, posso tuttavia pensare a un uomo non del tutto malvagio nonostante Dio o a un dio del tutto malvagio stante l’uomo.
Bisogna dire che una vita trascorsa tra benefici e venefici non poteva dar frutti più perversi. E che un papa che professava simili opinioni meritasse d’essere avvelenato?

da Controcielo. Romanzo grottesco, Mauro Marè, All’Insegna del Pesce d’Oro