Category Archives: controcielo

Stamattina alle 7 i volontari di Baobab Experience si sono trovati ad affrontare un altro sgombero del presidio Baobab Experience a Piazzale Maslax e 80 migranti transitanti, dei 150 attualmente ospiti al campo informale, sono stati portati alla questura per l’identificazione. Polizia (auto+blindati+pullman), unitamente ai carabinieri (auto+blindati), hanno schierato un dispiegamento di forze tale che, se ciascuno di questi lavoratori fosse stato collocato alla scrivania dell’unico ufficio immigrazione di Roma, a Via Patini, non è facile immaginare quante procedure per asilo politico e relocation sarebbero avviate.

Naturalmente non manca l’AMA, in prima linea a far piazza pulita da tende, coperte, sedie e tavoli donati dalla cittadinanza, oltre ai documenti, ai soldi e agli effetti personali dei migranti.

La strategica operazione antiterrorismo di polizia e carabinieri al presidio Baobab mi ha ricordato quei loro colleghi che a Piazza Vittorio, tra uno sguardo e l’altro al cellulare, fermano le macchine guidate da donne sole o anziani con il cappello.

Ad altri l’universo sembra onesto. Sembra onesto alle persone oneste perché hanno gli occhi castrati. è per questo che temono l’oscenità. Non provano alcuna angoscia se sentono il canto del gallo o se si accorgono del cielo stellato. Generalmente, godono i “piaceri della carne” a condizione che siano scipiti.

 Ma già da allora non c’erano più dubbi: non amavo quelli che eufemisticamente si chiamano “piaceri della carne”, forse proprio perché sono senza sapore. Amavo ciò che si giudica come “osceno”.

Non ero per niente soddisfatto, al contrario, del pervertimento semplice, perché esso insozza soltanto se stesso, e, in ogni caso, lascia intatta un’esistenza elevata e perfettamente pura. La dissolutezza che io conosco non soltanto deve insozzare il mio corpo e i miei pensieri, ma tutto ciò che immagino davanti ad essa e soprattutto l’universo stellato…

da Storia dell’occhio, Georges Bataille, Gremese Editore, trad. di Dario Bellezza

dissipatio humani generis

(…)

Il cartellone-paesaggio, il sole a picco delle Bahamas, l’arena bianca, l’invito “Let’s fly down there Where life is better…”: e se l’Exitus de Aegypto, fosse stato un exitus ad Bahamas? O altre inidentificate Isole Felici?
Chi se ne va da questo mondo “passa a miglior vita”, dicevano. E il cartellone invitava appunto a andare “dove la vita è migliore”. La morte-premio, come emigrazione turistica collettiva, si può concepire, in un secolo, com’era il nostro, vastamente dedito all’educativo esercizio del viaggiare.
Il turismo, surrogato della mobilitazione generale, diceva Hans Enzensberger.
Però si pone il problema logistico. La ‘recettività’ ha la sua importanza anche per i puri spiriti. Né le Bahamas, né tutte le Antille messe insieme, potrebbero ospitare una così smisurata collettività. Il paradiso deve pure offrire un minimo di comfort.
Faccio ritorno alla mia prima ipotesi. Volatilizzazione – sublimazione. Sublimazione – assunzione (nei cieli).
Vediamo. C’è una mia vecchia lettura, un testo di Giamblico, che ho avuto sott’occhio non ricordo per che ricerca. Parlava della fine della specie e s’intitolava Dissipatio Humani Generis. Dissipazione non in senso morale. La versione che ricordo era in latino, e nella tarda latinità pare che valesse ‘evaporazione’, ‘nebulizzazione’, o qualcosa di ugualmente fisico e Giamblico accennava nella sua descrizione appunto a un fatale fenomeno di questo tipo. Rispetto ad altri profeti era meno catastrofico: niente diluvio, niente olocausto “solvens saeclum in favilla”, assimilabile oggi a un’ecatombe atomica. Gli esseri umani cambiati per prodigio improvviso in uno spray o gas impercettibile (e inoffensivo, probabilmente inodoro), senza combustione intermedia. Il che, se non glorioso, perlomeno è decoroso.

da Dissipatio H.G. di Guido Morselli

foto di Lorenzo Gramaccioni

Maslax, il mio amico somalo poco più che ventenne, si è impiccato nei giardinetti vicino al C.A.S. a Santa Palomba, Pomezia.

Conobbi Maslax la scorsa estate, quando Baobab era una distesa di tende lungo Via Cupa: sempre sorridente, pronto a una partita a basket, a una corsa o a una gita al mare, disponibile a dare una mano per la pulizia della via e dei bagni chimici o ad aiutare i volontari a far rispettare la fila per i pasti. Maslax, pur dormendo in strada, allora era felice, con la gioia che deriva dall’intrecciare la propria vita a quella degli altri e a partecipare ad un’impresa.

Maslax riuscì a raggiungere il Belgio passando per la Francia, qualche settimana dopo lo sgombero di Via Cupa. A dicembre mi scrisse di essere stato trasferito, dopo dieci giorni a Bruxelles, nel centro di accoglienza Jodoigne a Fedasil (http://fedasil.be/fr/center/jodoigne) e in questi termini mi confidò la sua solitudine e la sua frustrazione: “Sister, Yes In the Camp Put Idon have Any Frends This camp No moral” e un’altra volta: “No friends, no school, no job”.
Il 5 febbraio mi diede la notizia del suo ‘dublinamento’, contento di tornare a Roma dai fratelli e dalle sorelle di Baobab. Da allora non sono mai riuscita a vederlo, perché era stato assegnato al CAS a Santa Palomba, un luogo che non sapeva neanche nominare (“Ok dowrry i well came i call you one day just i am center i dont have teket I well came one meybe i dont now”) quando lo reclamavo per un incontro al presidio alla Stazione Tiburtina o quando mi offrivo di andarlo a trovare. Maslax parlava male l’inglese e ignorava l’italiano, quindi non avrebbe potuto esprimere via chat la sua sofferenza, che però avrei comunque dovuto immaginare, ricordando la sua giovialità a Via Cupa. Avrei dovuto riconoscere, nell’assenza di visite da parte sua a Piazzale Spadolini, il sintomo di una grave impossibilità (fisica o psicologica) che andava indagata: non è difficile immaginare la prostrazione di un uomo in un paese straniero di cui ignora la lingua e nel quale non gli è davvero concessa, in un centro di accoglienza con una scarsa o nulla mediazione culturale, alcuna prospettiva di studio e formazione professionale e nella totale ignoranza riguardo alla durata di tale purgatorio.

La prigionia non coincide necessariamente con la privazione della libertà di movimento, ma anche con la privazione della possibilità di sognare e progettare il proprio futuro: Maslax si è trovato in uno stato di detenzione dal quale ha creduto di poter uscire solo privandosi della vita.

– Ho tanta buona acqua ghiacciata, stamattina, – lei disse, ed era una bugia. Non sapeva perché gli mentiva sempre in quel modo. L’angoscia e l’indecisione le mettevano la menzogna in bocca come il prete le dava l’ostia alla domenica.

da Rumore di chiacchiere, in I figli sono tutto, James Purdy, Einaudi, trad. di Floriana Bossi

Per formare il perfetto androgino, simbolo  generatore di felicità, l’uomo, che la divinità ha lasciato insoddisfatto, dovrà per prima cosa riportare il proprio sguardo dal cielo sulla terra e qui mettersi alla ricerca dell’essere che ne permetta la ricostituzione. Svanito il miraggio celeste, egli persevererà nel suo proposito e, come era unica la divinità, così sarà un essere unico, ma di carne, che egli divinizzerà.
“Se l’essere umano è per l’uomo l’essere supremo, la prima e più alta legge pratica deve essere l’amore dell’uomo per l’uomo”(L. Feuerbach, L’essenza del crisitianesimo). Una volta presa coscienza della sua imperfezione, non cercherà più di porvi rimedio adoperandosi a imitare un modello divino da lui stesso creato, bensì richiedendo alla terra quell’essere la cui imperfezione, compensando la propria, permetta la costituzione di un essere doppio, perfetto, singolare, che formi un’unità di umana felicità.

(…)

Il colpo di fulmine, per quanto l’espressione possa essere divenuta popolare – oggigiorno almeno in parte screditata – precisa con chiarezza la natura accecante del fenomeno di riconoscimento dell’essere desiderato, la cui complementarietà è stata d’improvviso intravista. Un incedere da fata, un battito di ciglia, è bastato talmente poco in apparenza perché il fulmine cadesse, squarciando il velo che ricopriva l’immagine all’interno; e l’evidenza si è imposta. Non solo il colpo di fulmine “non è sempre cosciente”, come sostiene il dottor Balvet, ma non può nemmeno esserlo nel momento in cui nasce, il soggetto ne prenderà coscienza solo con un certo ritardo. Stendhal aveva già a suo tempo rivelato l’essenziale del meccanismo del colpo di fulmine e dimostrato che esso dissimulava il fenomeno di riconoscimento istantaneo di un “modello ideale” che il soggetto aveva elaborato a propria insaputa o quasi. L'”ideale” del modello non in altro consiste se non nella sua presupposta complementarietà. L’esempio stendhaliano implica dei particolari che lo fanno presentire, sebbene la sua discrezione dei due caratteri resti troppo sommaria perché possano assumere tutto il loro pieno significato: una giovane e ricca principessa tedesca, bella, intelligente e dalle virtù modeste ma incrollabile, s’innamora alla prima occhiata di un ufficiale della guardia di palazzo, povero, baldanzoso, con una punta di nobiltà, e “che faceva il mantenuto”.
Se il soggetto, sotto l’impulso di una imperiosa aspirazione all’essere complementare, è venuto elaborando una immagine che risponde al suo desiderio, questa si è come costituita da sola, senza quasi il minimo intervento della coscienza nel corso del processo di formazione. Per buona parte risultato delle fantasie infantili, essa avrà certo preso consistenza nella fase della pubertà, allorché l’adolescente è in preda a molteplici quanto contraddittori impulsi. L’immagine che si viene formando in tali condizioni riceve i suoi tratti sia dall’infanzia – quando la madre funge ad un tempo da modello e da spauracchio – che dalle circostanze della vita quotidiana dell’adolescente. Questi tratti fanno per primi la loro comparsa nella camera oscura, sul negativo, senonché in tal caso lo sviluppatore è la vita stessa la quale, troppo poco provata, non lascerà che un’immagine grigia o allora, troppo intensa, “mangerà” l’immagine.

da La cometa del desiderio. Una storia d’amore attraverso la poesia, Benjamin Peret, Arcana Editrice.

c’è un’estasi che indica il culmine della vita

C’è un’estasi che indica il culmine della vita, quello oltre il quale la vita non può ergersi. Ed è tale il paradosso della vita, che quest’estasi arriva sì quando si è più vivi, ma presentandosi nella forma del completo oblio di essere vivi. Quest’estasi, questo oblio di essere vivi visitano l’artista, rapito a se stesso da una cortina di fiamme, visitano il soldato, ebbro di guerra nel campo di battaglia; e visitavano Buck, che guidava il branco elevando l’antico grido di lupi, proteso al cibo che era vivo e che fuggiva velocemente davanti a lui nel chiaro di luna.

Il richiamo della foresta, Jack London, Bompiani, traduzione di Michele Mari

ecco la mirabile stupidità

Edmund, il bastardo di Gloucester:

“Ecco la mirabile stupidità del mondo: quando le nostre fortune decadono – spesso per gli eccessi del nostro stesso comportamento- rendiamo colpevoli dei nostri disastri il sole, la luna e le stelle, come se fossimo delinquenti per necessità, sciocchi per coercizione celeste, furfanti, ladri e traditori per il movimento delle sfere, ubriaconi, bugiardi e adulteri per obbedienza forzata all’influsso dei pianeti – e tutto il male che facciamo è dovuto all’imperativo divino. Magnifica trovata dell’uomo puttaniere, quella di mettere i suoi istinti da caprone a carico d’una stella (…).”

Atto I – Scena II, Re Lear, William Shakespeare, Feltrinelli, trad.di Agostino Lombardo