Category Archives: controcielo

Dormiamo per terra

Disse che per me era una tristezza continua, quando lo accompagnavo, e che per questo motivo il più delle volte esitava a portarmi con sé (…), perché sempre e infallibilmente risultava che tutto quello che lui doveva visitare, toccare e curare era malato e triste; di qualunque cosa si trattasse, lui si muoveva continuamente in un mondo malato, fra persone e individui malati; anche se questo mondo pretendeva o fingeva di essere sano, era pur sempre un mondo malato e gli uomini, gli individui, anche quelli cosiddetti sani, erano malati. (pp.18-19)

///

La gente di campagna, che degenera prima nella brutalità e poi nella più totale impotenza riguardo alla propria brutalità, che degenera in tutto, che deve degenerare in tutto, oggi questa gente, disse mio padre, rappresenta una spaventosa maggioranza.

(…) “i poveri” disse “sono due volte più brutali, ignobili e criminali, e anzi, date le loro possibilità, lo sono in misura ancora più spaventosa”. (p.21)

da Perturbamento, Thomas Bernhard, Adelphi, trad. di Eugenio Bernardi

Per non dimenticare i discorsi fatti con The scammer e con Atram, sul privilegio implicito nel libero arbitrio: il primo, con intento autoapologetico e manipolatorio; la seconda, con indulgente -anche se inconsapevole – spirito cristiano.

Narciso

Lo sai, tu, quanto è putrido?
Tal putridume egli è che né Teti,  né Oceano,
Con tutte le ninfe figlie loro, lo potran lavare:
Tal putridume egli è, che men peccherebbe se, volendo contaminar
se stesso, abbassasse la testa a quello specchio.

***

Do you know how putrid he is?
Such putridly corrupted he is that neitherThetis, nor Ocean
With all their Nymphs daughters, can wash him:
Such is his putridity that he would be less sinful if,
Preferring to defile himself, he lowered his head to that mirror.

da LXXXVII, Poesie, Catullo, nelle mie libere versioni

Ecquid scis, quantum suscipiat sceleris?
Suscipit, tu, quantum non ultima Tethys
Nex genitor nympharum abluit Oceanus:
Nam nihil est quicquam sceleris, quo prodeat ultra,
Non si demisso se ipse voret capite

 

L’Ammiraglio de Ruyter nel castello di Elmina di Emanuel De Witte e Gli ambasciatori di Hans Holbein il giovane

Un africano è chino sulle ginocchia a reggere un dipinto a olio per il padrone. Il dipinto raffigura il castello che sovrasta uno dei principali centri della tratta degli schiavi in Africa occidentale.

(l’ammiraglio, come i due ambasciatori nel celebre dipinto di Holbein, appartiene) … a una classe persuasa che il mondo fosse lì per fare loro da casa. Nella sua forma estrema tale convincimento era confermato dalle relazioni che si stabilivano tra conquistatore coloniale e colonizzato.

Tali relazioni tra conquistatore e colonizzato tendevano ad autoperpetuarsi, La vista dell’altro confermava entrambi nella propria disumana stima di sé. La circolarità del rapporto – o anche la reciproca solitudine – (ci mostra che) il modo in cui l’uno vede l’altro, conferma il modo in cui ciascuno vede se stesso.

da Questione di sguardi. Sette inviti al vedere fra storia dell’arte e quotidianità, John Berger, Il Saggiatore, trad. di Maria Nadotti, pp.97-98

Nota: è possibile sostituire con una figura maschile e una femminile, i due poli della diade descritta.

Otto Kranewitzer, il postino di Klagenfurt

Io: Da allora so cosa è il segreto postale. Oggi sono già in grado di figurarmelo perfettamente. Dopo il caso Kranewitzer ho bruciato la mia posta vecchia di anni, poi ho cominciato a scrivere lettere completamente diverse, per lo più a tarda notte, fino alle otto del mattino. Ma per me contano solo quelle lettere che non ho mai spedito. In questi quattro, cinque anni debbo aver scritto circa diecimila lettere, per me sola, dove c’era tutto. Molte lettere non le apro nemmeno, cerco di esercitarmi nel segreto postale, di elevarmi al livello del pensiero di Kranewitzer, di comprendere cos’è l’illecito, quell’illecito che potrebbe essere costituito dal leggere una lettera.  (…)

Malina: Perché ti sta tanto a cuore il segreto postale?

Io: Non per via di questo Otto Kranewitzer. Per me. Anche per te. E all’università di Vienna ho giurato su quella mazza. Fu il mio unico giuramento. A nessuno, a nessun rappresentante di una religione o di una politica sono stata mai capace di giurare. Già da bambina, quando non riuscivo a difendermi altrimenti, mi ammalavo subito gravemente, avevo delle vere e proprie malattie con la febbre alta, e non mi si poteva costringere a giurare. Tutti quelli che hanno fatto un solo giuramento lo sentono pesare di più. Più giuramenti si possono violare, ma uno solo no.

(pp.214 e 215 ) Malina, Ingeborg Bachmann, Adelphi, trad. di Maria Grazia Manucci

“Quando una donna dice a un uomo, ti strozzo, si tratta di una metafora, perché non ha a forza di farlo. La sua rabbia si rivolge dunque contro se stessa: ogni suicidio è un omicidio spostato. L’odio che non trova espressione diviene una tossina mortale, provoca un avvelenamento”

di Giannina Longobardi da Chi cade ha ali. Una lettura di Ingeborg Bachmann

l’insignificanza della condizione umana

(…) Ma la coscienza acuta e indistruttibile che ogni uomo ha della propria individualità, della propria originalità, che è condannato ad affermare a discapito di quella degli altri, ci separa dal resto; se “il naturale” non è completamente inaccessibile, sarà per il tramite delle arti e delle tecniche che a volte, realizzando i loro scopi essenzialmente umani, stabiliscono ancora una comunicazione oltre le barriere individuali. La musica popolare, soprattutto quella delle mie parti, è un esempio di tale risultato: non perché vi si esprima un’ipotetica anima collettiva, ma perché accosta intimamente il nero sconforto alla gioia più cristallina, restituendoci così l’insignificanza originaria della condizione umana.

Pierre Pachet

Se la colpa è degli uomini allora che Iddio venga

Se la colpa è degli uomini allora che Iddio venga
a chiamarmi fuori dalle sue mura di grossolana cinta
verdastra come l’alfabeto che non trovo. Se il muro
è una triste storia di congiunzioni fallite, allora
ch’io insegua le lepri digiune della mia tirannia
e sappia digiunare finché non è venuta la gran gloria.
Se l’inferno è una cosa vorace io temo allora d’essere
fra quelli che portano le fiamme in bocca e non
si nutrono d’aria! Ma il vento veloce che spazia
al di là dei confini sa coronare i miei sogni anche
di albe felici.

da Variazioni belliche, Amelia Rosselli, Garzanti, 1964

***

In effetti nell’interrompere il verso anche lungo ad una qualsiasi terminazione di frase o ad una qualsiasi sconnessa parola, io isolavo la frase, rendendola significativa e forte, e isolavo la parola, rendendole la sua idealità, ma scindevo il mio corso di pensiero in strati ineguali e in significati sconnessi. L’idea non era più nel poema intero…ma si straziava in scalinate lente, e rintracciabile era soltanto in fine, o da nessuna parte.

da Spazi metrici

***

Interrompevo il poema quando era esaurita la forza psichica e la significatività che mi spingeva a scrivere; cioè l’idea o l’esperienza o il ricordo o la fantasia che smuovevano il senso e lo spazio.

da Spazi metrici

Il tempo trascorso da allora è stato piuttosto logorante

Torino, 31 marzo 1942

Cara Filomena,
quest’ultima volta mi sono fermato a Roma abbastanza a lungo e ho pensato che era ridicolo non vedersi affatto come due nemici ereditati e lasciare i nostri saluti a Barberina o ad Antonio. Ma forse questa saggezza un po’ forzata ha ancora una sua ragione e servirà a rimediare a facili errori dell’anno 1941 (questo è il linguaggio a cui ci abituano i troppi giornali sulla guerra). La tua cartolina da Perugia mi ha ricondotto a tempi anche più antichi, a quell’estate di due anni fa in cui non si conoscevano i pericoli futuri e si parlava con eleganza e distacco dei propri problemi personali. Il tempo trascorso da allora è stato abbastanza logorante per il sistema nervoso. Io nutro ora la mia inquietudine di continui progetti e sento sempre più nei limiti esterni alla mia libertà un ostacolo durissimo. Anche tu quando ci siamo lasciati eri piuttosto incline allo spirito catastrofico, ora penso che la tua felice pacatezza romana abbia riguadagnato terreno e mi auguro che divida il tuo tempo fra i vari diritti e i tuoi svaghi personali.

Spero che ci vedremo presto con calma. Un amichevole saluto da,

Giaime

da C’era la guerra. Epistolario 1940-1943, Einaudi, Gli Struzzi, 2000, a cura di Luisa Mangoni

Caro Agafio,
se ti scrivo che l’assenza di libertà fatta subire a tante persone che ho incontrato negli ultimi tre anni mi logora, so che capisci. Sai come’è chiamata l’assegnazione di un centro di accoglienza in Germania? Einweisungsverfügung, cioè provvedimento di internamento: quando l’ho saputo, ho ricordato quel giorno in cui mi dicesti –  commentando i pregi della carta adesiva per risolvere il problema dei pesciolini d’argento – che i tedeschi san bene come uccidere. Le aggressioni del mondo e una certa passività delle persone a cui queste sono indirizzate, mi vuotano: oggi sono un’illettrice o una lettrice intermittente. Due mesi fa sono stata per due giorni ospite senza invito in un centro d’accoglienza in Germania, per fare una visita ad un caro nigeriano espulso dall’Italia. Era il più scuro di quel centro e sono stata testimone di un’esclusione spietata: i compagni di disavventura, tutti di fototipo più chiaro, facevano a gara per occupare la posizione di penultimi, conquistata pulendo gli spazi comuni al suo passaggio oppure invitandolo a non utilizzare un certo bagno. Avevo sperimentato un’assai più moderata forma di esclusione, quando unico fototipo levantino in una situazione di coabitazione, mi ero accorta di suscitare il disgusto nell’ospite che incappava in un mio capello, rimasto nella doccia come unico monumento ai caduti e ripuliti: grazie a questa esperienza, è stato inevitabile coincidere con il mio caro, con un’intensità tale da arrivare a pensare – al buio e con i rumori provenienti dal corridoio così simili a quelli di un ospedale – al suicidio. Ho abbracciato la segregazione del caro ed ho percorso mentalmente gli ultimi passi di Maslax, il ragazzino che si impiccò al ramo dell’albero dei giardinetti dinanzi al centro di accoglienza a Pomezia. Sono tornata a Roma, proprio grazie al mio amico, che quando parla del suo Dio (che io, atea, non provo ad intaccare con l’etilene della logica) ha gli occhi che virano al blu.

Torna, Agafio: negli ultimi tre anni ho parlato con vittime, aggressori, candidati al martirio o indifferenti. Non so quanto sia felice, quella tua pacatezza, ma ti vorrei presente nella mia vita e se ho l’ardire di chiedere, è perché conosco il piacere della restituzione.