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Generazione dell’aurora

Puzzolente dell’untume della lana dei montoni,, inzaccherata del latte cagliato attorno ai formaggi che gocciolano su graticci, la caverna nella quale dorme il Ciclope, oscura, si difende dagli sguardi: ma il gigante irsuto e selvaggio, da parte sua, vede più e meglio, perché ha un solo occhio, in mezzo, da dove esce un raggio laser. I gabbieri di Ulisse hanno un bel rintanarsi nei cantoni: le zampe villose del mostro li scovano e li portano, palpitanti, a quell’altro suo buco, la bocca insanguinata.
Chi saprà cauterizzare quella luce implacabile? Chi chiuderà questo secondo pozzo a strapiombo della gola? Un uomo chiamato Nessuno. Ha errato attraverso i mari e al largo delle isole per un tempo così lungo da avervi perduto tutto, vascelli e sandali, la tunica, i progetti, al punto che persino il suo nome, ora, lo abbandona. Egli non conta più nulla.
Il mostro guercio chiaroveggente che vede anche in un locale buio, potente come la montagna sotto la quale dorme, porta un nome, che ne esprime insieme molti: Polifemo. Polifemo vuol dire: che parla a profusione, del quale si parla ovunque, aedo, illustre e fertile di argomenti. Egli conta molto. Tutta la sua gloria gli esce dall’occhio. Più ancora, il suo nome comune di Ciclope significa: circolare, occupante tutto lo spazio, in accerchiabile. Distinguendo tutto alla luce dell’occhio circolare e tenendo il linguaggio con la bocca insaziabile, si circonda di pecore e arieti, di discepoli, di ammiratori, di luogotenenti, di soggetti, di schiavi, di facchini fedeli, con il capo chino a terra, esclusi dall’uso dell’intelligenza.
Il lucore unico emanato da un buco alimenta il secondo buco, avido.
Nessuno, l’errante, non ha nome: l’enciclopedista Polifemo disone di centomila parole squillanti o rigorose (in greco polyphemos significa “dalle molte voci”).

Ma chi dunque parla senza sosta, canta ai banchetti, negozia, arringa, maneggia, incontestabile esperto delle lingue? Ulisse. E di chi si parla fin dall’epoca della guerra di Troia? Di lui, cento volte più che dei vincitori e dei ciclopi. Chi naviga circolarmente, visita tutti i mari e le terre conosciute? Lo stesso. Chi non può mai fare a meno dei compagni, di rivali, di corte? Ulisse.
Chi dunque porta il nome del Ciclope Polifemo? Ulisse in persona.
Quando il navigatore cauterizza il gigantesco sguardo, al centro, con lo spiedo aguzzo, egli acceca dunque se stesso. Fora il suo vero occhio, posto tra gli atri due già spenti: l’ombra succede alla luce nel mezzo dei due fuochi. Cancella Polifemo, il suo nome letterario, il soprannome acquistato con la fama, non per adottare un altro nomignolo, ma per rinunciare a tutti: eccolo, invisibile, Nessuno. Lascia la gloria e la potenza, il fuoco e la montagna, gli agnelli belanti, e fugge dall’antro sotto il ventre di un ariete lanoso, inafferrato, non visto. Nessuno lo vede rinascere dal buco nero della grotta, grazie a un parto invisibile e animale.
Egli abbandona la lucidità integrale, la scienza circolare e totale, il dominio del linguaggio, il potere feroce sugli uomini, i titoli enfatici, perde la forza per acquistare l’umiltà: più che bestia, sotto la bestia a quattro zampe e a testa bassa. Nessuno. Eccolo infine scrittore, creatore, artista, o per lo meno sul cammino austero che porta a questo mestiere.
Irsuto, insaziabile, nutrito di carne ovina e umana, perfido, vanitoso, inestinguibilmente dominatore, il primo doppio di Ulisse brucia nell’ebbrezza della gloria, semidio potente che sostiene la montagna, più che olimpico. Il nuovo depone questo scarto, questo rifiuto accecato per rinascere nella caverna mortale con un secondo soprannome cancellato: Polifemo divenuto Nessuno, ecco l’autore autentico, buco assente dell’opera bella. Egli non conta più.
Ha forato anche il suo occhio centrale.
Ulisse, in questo momento, firma l’Odissea.
Dicono che Omero non vedesse. Quale palo bruciato, quale penna aguzza forarono i suoi occhi?
Chi, secondo voi, può riconoscere che il colore rosa dell’aurora accarezza come dita, chi, se non un cieco chiaroveggente?

da Il Mantello di Arlecchino, Michel Serres, Marsilio

figura come prefigurazione

L’opposizione figura/verità va scomparendo, poiché sotto la figura si dissimula qualcos’altro: una verità sempre presente e tuttavia avvenire.

da La testa senza il corpo. Il viso e l’invisibile nell’immaginario dell’Occidente, Julia Kristeva, Donzelli Editore, trad. di Alessia Piovanello. pag. 74

altri appunti: pitture rupestri, scene di caccia, raffigurazioni propiziatorie

I Caporali

I caporali sono, come abbiamo già avuto occasione di notare, una specie di mediatori che s’incaricano di reclutare i lavoratori necessari per le opere della campagna romana (guitti, mietitori, falciatori, tagliatori, coloni, ecc). Anticipano loro le spese di viaggio e parte di quelle del vitto e li conducono sul posto di lavoro.

È una classe molto antica, se ne fa menzione…e non a titoli di lode, in un editto del 15 agosto 1651, firmato dai conservatori Agostino Maffei, Domenico Jacovacci e Fabio Massimi.
“Essendo venuto a notizia, dice l’editto, dell’Illustrissimi Signori Conservatori della Cam. di Roma li grandi aggravi che si fanno da Caporali ed altre persone alli monelli et operaij della campagna romana per li grandi abusi che fin qui si sono osservati da suddetti, con rivender cose commestibili a poveri operaij et monelli con prezzi alterati et di mala qualità senza peso e misura contro l’ordine et forme di bando”(1).

Malgrado questo editto i caporali continuarono allegramente ad angariare i poveri lavoratori in tutti i modi, finché questi non hanno aperto gli occhi e con le leghe, con gli scioperi e simili mezzi si sono imposti ed hanno conseguito notevoli miglioramenti.

(…)

da Usi e costumi della campagna romana. Con disegni di Duilio Cambellotti, Ercole Metalli, NER – Nuova Editrice Romana, 1982

(1) De Cupis, Le vicende dell’agricoltura e pastorizia dell’Agro romano, p. 634

Formiggini

Sì, Agafio, il Formìggini si gettò da una torre:

Da Parole in libertà (postumo, Roma, 1945):

Ghirlandéina!
Ghirlandéina dam un còcc
pr’ajuterme a fèr al bòcc!
I diran: cus’è ‘so fagôt ?
To! L’è al pover Furmajôt .
Un modnes ed qui de ‘d via
che, oramai, a-n va piò via!
Furmajin da Modna.

Appenzell, 21 agosto 1938 ore 6.45

La mattina del 29 novembre 1938 si gettò dalla Ghirlandina, la torre del Duomo di Modena, precipitando sul selciato che lui stesso, in una delle ultime lettere, aveva ironicamente chiesto di chiamare, in suo ricordo, al tvajol ed Furmajin, il tovagliolo del Formaggino, in dialetto modenese.

Fra qualche tempo

Fra qualche tempo
ore anni minuti
non sarò neppure
capace di invecchiare
ma quanto
rimarrà in me
non vorrà avere età
per svanire
con qualche vanto
o pianto
di propositi perduti

vorrà forse mostrarsi
con il male ed il bene
da mettere a confronto
e un rimpianto solo
là in fondo
un puntino luminoso
che continuerà a brillare
dentro le ombre.

(1989)

Roberto Rebora

da Tre inediti e un’intervista a cura di Giuliano Donati, Poesia – Mensile di cultura poetica, Anno III, numero 28, Aprile 1990

Tempo fa il Mucògeno mi leccò la faccia nel sonno: ridestandomi nel raccapriccio, capii immediatamente che la sua flegmatica bava, impregnandomi la pelle, mi stava trasmettendo dei dati. Fra questi un apologo, corrispondente a un dipresso al testo che segue:

“Ogne conchiglia ha lo càlcare secreto e formato dalle medulla sue; e tutto e congruo e verace. Ma se il mollusco defunge, e l’asilo deserto viene occupato da l’infingardo Paguro, questa l’addimandiamo Menzogna, poiché tutto è distorto: epperò la natura stessa del parassito la denuncia per tale, sicché a noi sape tuttavia di socratica Verità. Ma dessi anche il caso, ch’è il tertium, per cui il mollusco maliziosamente dia al proprio alloggio forma non necessaria, com’è dire bivalve allora che sia d’uopo di una, oppure in guisa di coclea allor che sua stirpe vorrebbe cuspide ovver cannolicchio: dove non è chi non veda come lo starsi dell’informe mollurie nel càlcare strutturato partecipi eziandio e del falso (poiché mentita è la forma) e del vero (poiché essa è nella Storia). Diximus”.

Non ci vuole molto a cogliere l’antifona: cristallizzandomi, mi sono falsificato: e vivendo e scrivendo, e scrivendo della mia vita e vivendo nella mia scrittura.

da Leggenda privata, Michele Mari, Einaudi

Oggi alle 18 incontro con M.M.

’Associazione Civita – Piazza Venezia, 11 – Roma

Il cianciatore

Chiudi gli orecchi, amico, e dal torrente
Di rovinose e rapide parole
Difenditi, se puoi: sento che giunge
Il garrulo Alcimon. Odi già come
Fuor de la soglia ancor da lungi grida
Con alta voce, e a le atterrite orecchie
Dà de l’arrivo suo non dubbio avviso.
Sì paziente timpano o sì forte
Non v’è, che un’ora a la incredibil regga
Strana loquacità. Dovunque ei giunge,
Entrato appena, interroga e risponde
Tutto egli solo: e mille cose ei chiede,
Di mille s’informa; logico ragiona,
Storico narra, ed orator perora:
Né fiato prende: e se altro a dir non resta,
Ripete ancora; e senza posa ei parla.
Ognun l’incontro ne paventa, e schiva
D’essergli appresso. Misero colui
Ch’ei coglie incauto. Ei si contorce invano
De le parole al diluviar dirotto;
Ché forza è pur che suo malgrado ascolti:
Qual pellegrin che per deserta via
Colto a l’aperto da improvvisa pioggia,
Ricovra al tronco di ramosa quercia,
E, in se ristretto e rannicchiato, aspetta
Che passi, o scemi il tempestoso nembo.
E qual por freno a l’impeto che il porta?
Digli che taccia: ei non t’ascolta. Parla
Tu stesso: ei grida, e ti sopprime. Dormi:
Egli segue a parlar. Svégliati: e il trovi
Che parla ancora; e con perpetuo suono
Ti senti intorno l’instancabil voce.
Come notturno svegliarin se scocca
L’interno gioco, al turbinoso giro
De la veloce sprigionata ruota,
L’elastico martello il cavo seno
Cedere batte del sonoro bronzo;
Onde, a i colpi frequenti, e quai di densa
Grandine spessi, dal percosso orecchio
Rapido fugge e spaventato il sonno;
Tal non mai ferma la sua lingua o muta,
Di molle sembra artifizioso ordigno,
E sì ruota volubile e sonora,
Che il capo introna, lo stordisce e assorda,
E, con le mani ne gli orecchi, sforza
A cercar scapo con la fuga altrove.
Ma fuggi indarno; ch’ei t’incalza, e dove
Non giunge il passo, alza la voce, e parla
Fin che ti vede; e poiché sol rimane,
A parlar segue; e di parlar contento,
Poco si cura poi che alcun l’ascolti.
Cosa ne la natura ei non abborre
Quanto il silenzio; né a null’altro nacque
Fuor che a parlar. Parlando visse, e vuole
Parlar morendo, e ne la tomba ancora
Continuando de la lingua il moto,
Di franger spera il ferreo sigillo
Che morte al labbro taciturno imprime.

dalle Conversazioni di Clemente Bondi nel volume dedicato alla poesia della Crestomanzia italiana di Giacomo Leopardi