Category Archives: Big Mike

La jetée

Noialtri siamo tenuti, si sa, dal nostro passato e dall’avvenire. Passiamo quasi tutto il nostro ozio e quanta mai parte della nostra professione, facendoli oscillare in su e in giù in equilibrio. Dove l’avvenire si avvantaggia in estensione, il passato sostituisce il peso, e alla loro fine l’uno e l’altro non si distinguono più, la prima giovinezza diventa più tardi chiara come l’avvenire  e la fine dell’avvenire con tutti i nostri sospiri è, a rigore, già esperienza e passato. Così si chiude quasi questo cerchio lungo il cui margine siamo incamminati. Ebbene, questo cerchio è nostro solo fintanto che lo teniamo; se una volta ci spostiamo per qualche dimenticanza di noi stessi, per una distrazione, uno spavento, uno stupore, una stanchezza, ecco che lo abbiamo perduto nello spazio; finora avevamo ficcato il naso nella corrente dei tempi, ora ci tiriamo indietro ex nuotatori, presenti passeggiatori, e siamo perduti. Siamo fuori della legge, nessuno lo sa e pure ognuno ci tratta in tal senso.

Dalla domenica del 19 luglio 1910, Diari, Franz Kafka, Mondadori (trad. di Ervino Pocar)

“Povera umanità, la mia compassione è inesauribile”

Quando godiamo, ci troviamo in un buco che ci acceca. Separati dagli altri, ci aggrappiamo fisicamente a loro. Tenuti lontani dalla gloria e dal progresso, ci illudiamo di gloria e autocompiacimento. Non possediamo niente e niente abbiamo in atto: ci sembra di possedere l’intero universo attraverso un essere specifico. Ci immaginiamo aperti al mondo con il quale comunichiamo, mentre siamo confrontati a un oggetto corporeo che detiene un mondo chiuso. Ne usciamo sempre così poco immortali e indispensabili, e meno lucidi.

da Muscolature, Nathalie Gassel, ES, trad. di Monica Martignoni

pferdesport zentrum

“è dunque proprio vero tutto quel che non ha storia, né senso, né tregua, né misura? … Sì, tutto quello che non è chiaro, e che per me non è niente, e ha meno peso di quanto ne abbia, nelle mie mani nude di donna, una chiave d’Europa tinta di sangue…Ah! è dunque proprio vero tutto questo? … (e che cos’è ancora, qui sulla mia soglia,

“quell’uccello verde-bronzo, d’aspetto poco ortodosso, e che chiamano Starling?)

da II – Poema per la straniera in Esilio, Saint-John Perse, SE Studio Editoriale, trad. di Stefano Agosti

In 5 years

L’armata

Una notte nel transito dei carri
ci desterà un odore di acciaio
parole guaste, tonfi di cavalli
sudore, amaro, vento di pennacchi.
Udremo scalpicciare i chiusi armigeri
sotto le voci rare
e un rullio di carriaggi dal largo
zittire i siti.
Così avverrà il passaggio dell’armata.
Nella piazza schiacciata
ci incontreremo all’alba ammutoliti.

da L’erba bianca, Giorgio Cesarano, Schwarz Editore

Dublinato

5.50…9.35 – 11.35

It was not Death, for I stood up,
And all the Dead, lie down –
It was not Night, for all the Bells
Put out their Tongues, for Noon.

It was not Frost, for on my Flesh
I felt Siroccos – crawl –
Nor Fire – for just my Marble feet
Could keep a Chancel, cool –

And yet, it tasted, like them all,
The Figures I have seen
Set orderly, for Burial,
Reminded me, of mine –

As if my life were shaven,
And fitted to a frame,
And could not breathe without a key,
And ’twas like Midnight, some –

When everything that ticked – has stopped-
And Space stures all around –
Or Grisly frosts –  first Autumn morns,
Repeal the Beating Ground.

But, most, like Chaos – Stopless – cool –
Without a Chance, or Spar –
Or even a Report of Land –
To justify – Despair.

Emily Dickinson (1862)

***

trad. di Barbara Lanati

Non era la morte, perché stavo in piedi,
mentre i morti, tutti, stanno distesi –
Non era la notte, perché le campane
a distesa suonavano il mezzogiorno.

Non era il gelo, ché sulla carne
sentivo lo scirocco – strisciare –
Non era il fuoco – ché i miei piedi di marmo
un altare avrebbero ghiacciato-

Eppure il sapore era quello,
e le forme composte,
che ho visto pronte alla sepoltura,
mi ricordavano  –  la mia –

Era come se la mia vita fosse stata
piallata e forzata in una struttura,
come se la chiave mancasse e con essa il respiro,
come a mezzanotte, a volte –

quando il ticchettio del mondo s’arresta –
e lo spazio fissa le cose d’intorno
e i morsi del gelo, i primi mattini d’autunno
attanagliano il respiro del suolo.

Ma più d tutto era il caos, freddo, perenne
senza un appiglio, un albero di nave,
neppure, un segnale di terra,
a giustifica della – Disperazione.