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Per questo la presenza del cristiano è insopportabile

(…) scrive l’apostolo (Paolo): “d’ora innanzi, quelli che hanno moglie, vivano come se non l’avessero; quelli che piangono, come se non piangessero e quelli che gioiscono, come se non gioissero; quelli che comprano, come se non possedessero; quelli che usano del mondo, come se non ne usassero.” (…) L’azione apostolica di Paolo – il suo infaticabile vagare, predicare, istruire e correggere, il suo stesso battersi a difesa del proprio apostolato – non è dettata da uno scopo esterno, poiché nel tempo della fine nulla evidentemente permane di ciò che per propria volontà si costruisce. Ciò che egli fa, lo fa, pur scontando tutte le umane debolezze, in obbligo verso la propria vocazione. Per questo e solo per questo può egli può rivendicare senz’altro titolo di apostolo; e in effetti tale è ogni cristiano che si sente in obbligo verso la propria vocazione, alla quale non può sottrarsi “a dispetto di tutto il mondo”, come dice Don Chisciotte.

Passa, dunque, la scena di questo mondo; infatti esso declina per lasciar posto al Regno prossimo di Dio, ma non ancora sparisce, semmai si fa più incombente e tragico. Cosicché il cristiano sta sul palcoscenico del mondo pur sapendo che ciò che vi è rappresentato sparisce continuamente nel nulla, perché è nulla. Per questo, per questa sua coscienza nichilistica, la presenza del cristiano è insopportabile; perché nega significato alla radicale volontà di esserci e dunque nega la volontà di potenza, ma allo stesso tempo patisce in se stesso la passione del mondo. Egli non si sottrae all’aspirazione del mondo alla felicità, perché il Regno non è “altro” da questo mondo; e perciò egli vuole e si adopera per la felicità nell’ordine profano che continuamente trapassa, ma sa che nella felicità non è possibile permanere, poiché essa stessa aspira a trapassare. È il punto in cui il cuore si spezza; nella felicità estrema come nell’estremo dolore.

Da Passa la scena di questo mondo, in Le cose come sono. Etica, politica, religione di Giancarlo Gaeta, Libri Scheiwiller

Teaching

Small exaltations of spirit demand
groundedness. Now too long
past dawn it’s time to get down to
listening, learn to talk too
without interference from
yourself, doing what’s been
given to be done.

Insegnamento

Piccole esaltazioni dello spirito esigono
solidità. Ora da troppe ore
passata l’alba, è tempo di mettersi
all’ascolto, anche di imparare
a parlare senza interferenza
dal proprio io, facendo ciò che
ci è dato di fare.

da Cemento e carota selvatica, Margaret Avison, De Vecchio Editore, a cura di Laura Ferri

don’t ask

Le telefonate con mio cugino Igor avevano uno strano carattere dovuto all’ambito limitato delle nostre conversazioni. Igor non era solo taciturno. Come molti russi era una persona che rimuginava continuamente sul dolore collettivo mentre seppelliva dentro di sé quello individuale. Inoltre, il codice di comportamento russo vietava di porre domande che potessero suscitare nell’interlocutore una sensazione sgradevole, e non era nemmeno usuale gravare gli altri dei propri problemi privati.

da Veniva da Mariupol, Natascha Wodin, L’Orma Editore, trad. di Marco Federici Solari e Anna Ruchat

Se io fossi stata al posto tuo e senza Dio

Dormire non sarebbe male. Ah, se solo svenissi! Ma non sono così fortunata. Un collasso, sì, ma un collasso incompleto, consapevole e nel pieno delle mie facoltà mentre mi strazio…Se solo potessi smettere di osservarmi!

Sempre con gli occhi aperti…Essere esausta e non poter dormire!

Non voglio pensare…Inoltrerò un reclamo (…)

***

Ho registrato questo giorno come un obiettivo. Riproduco ogni suono come un disco di grammofono senza un graffio. Sono impressionabile come una pellicola, sensibile alla luce e all’ombra, ai colori più sgarganti (…)

***

Guardo attraverso lo spioncino cieco. E’ completamente nero, la sua perfezione è spietata. Non mi riuscirà di dar vita a ciò che è morto, di far sorgere per incantesimo un mondo dal nulla. Le mie energie si affievoliscono. Non sarò in grado di volare. Rimarrò al suolo, coi piedi per terra.

Saprò ignorare le sbarre? Far crollare le mura? Sfondare le porte pur avendo davanti a me sempre e solo una porta chiusa? Da dove trarrò le forze?

Lo sconforto mi travolge. Dalla fronte mi gocciola il sudore. Schiaccio il viso sullo stipite di ferro. Buon senso, non mi abbandonare! Ho paura. Temo di cadere in preda a una furia selvaggia.

Un occhio lì fuori deve avermi vista. Un nero occhio di traditore mi osserva. Sei falso! Gli do le spalle e comincio un giro monotono. Sei passi avanti, sei indietro, e poi via di nuovo.
Mi metto a leggere le norme di condotta, il regolamento

(…)

Scoppio in lacrime. Piango, piango senza smettere.
Perché mi lasciano sola? Basta che non mi dimentichino. Non mi è rimasto neppure un documento, non ho carta di identità, chi sono? E se si confondono e scambiano i miei atti con quelli di un’altra? E se mi tengono qui per tutta la vita? Perché non mi danno qualcosa da fare? Mi sarà concesso di lavorare? Sarebbe una distrazione. Dirò “So fare qualunque cosa. Mi intendo un po’ di tutto, non c’è lavoro che non sia in grado di svolgere”.  Leggo le scritte sulle pareti:

“Solo chi conosce la nostalgia sa quel che soffro”.

da Prigione, Emmy Hennings, L’Orma Editore, trad. di Marco Federici Solari

La jetée

Noialtri siamo tenuti, si sa, dal nostro passato e dall’avvenire. Passiamo quasi tutto il nostro ozio e quanta mai parte della nostra professione, facendoli oscillare in su e in giù in equilibrio. Dove l’avvenire si avvantaggia in estensione, il passato sostituisce il peso, e alla loro fine l’uno e l’altro non si distinguono più, la prima giovinezza diventa più tardi chiara come l’avvenire  e la fine dell’avvenire con tutti i nostri sospiri è, a rigore, già esperienza e passato. Così si chiude quasi questo cerchio lungo il cui margine siamo incamminati. Ebbene, questo cerchio è nostro solo fintanto che lo teniamo; se una volta ci spostiamo per qualche dimenticanza di noi stessi, per una distrazione, uno spavento, uno stupore, una stanchezza, ecco che lo abbiamo perduto nello spazio; finora avevamo ficcato il naso nella corrente dei tempi, ora ci tiriamo indietro ex nuotatori, presenti passeggiatori, e siamo perduti. Siamo fuori della legge, nessuno lo sa e pure ognuno ci tratta in tal senso.

Dalla domenica del 19 luglio 1910, Diari, Franz Kafka, Mondadori (trad. di Ervino Pocar)