Category Archives: Big Mike

In 5 years

L’armata

Una notte nel transito dei carri
ci desterà un odore di acciaio
parole guaste, tonfi di cavalli
sudore, amaro, vento di pennacchi.
Udremo scalpicciare i chiusi armigeri
sotto le voci rare
e un rullio di carriaggi dal largo
zittire i siti.
Così avverrà il passaggio dell’armata.
Nella piazza schiacciata
ci incontreremo all’alba ammutoliti.

da L’erba bianca, Giorgio Cesarano, Schwarz Editore

Dublinato

5.50…9.35 – 11.35

It was not Death, for I stood up,
And all the Dead, lie down –
It was not Night, for all the Bells
Put out their Tongues, for Noon.

It was not Frost, for on my Flesh
I felt Siroccos – crawl –
Nor Fire – for just my Marble feet
Could keep a Chancel, cool –

And yet, it tasted, like them all,
The Figures I have seen
Set orderly, for Burial,
Reminded me, of mine –

As if my life were shaven,
And fitted to a frame,
And could not breathe without a key,
And ’twas like Midnight, some –

When everything that ticked – has stopped-
And Space stures all around –
Or Grisly frosts –  first Autumn morns,
Repeal the Beating Ground.

But, most, like Chaos – Stopless – cool –
Without a Chance, or Spar –
Or even a Report of Land –
To justify – Despair.

Emily Dickinson (1862)

***

trad. di Barbara Lanati

Non era la morte, perché stavo in piedi,
mentre i morti, tutti, stanno distesi –
Non era la notte, perché le campane
a distesa suonavano il mezzogiorno.

Non era il gelo, ché sulla carne
sentivo lo scirocco – strisciare –
Non era il fuoco – ché i miei piedi di marmo
un altare avrebbero ghiacciato-

Eppure il sapore era quello,
e le forme composte,
che ho visto pronte alla sepoltura,
mi ricordavano  –  la mia –

Era come se la mia vita fosse stata
piallata e forzata in una struttura,
come se la chiave mancasse e con essa il respiro,
come a mezzanotte, a volte –

quando il ticchettio del mondo s’arresta –
e lo spazio fissa le cose d’intorno
e i morsi del gelo, i primi mattini d’autunno
attanagliano il respiro del suolo.

Ma più d tutto era il caos, freddo, perenne
senza un appiglio, un albero di nave,
neppure, un segnale di terra,
a giustifica della – Disperazione.

Sull’amore o sul corpo d’amore

Gesù,

forse è per paura delle tue immonde spine

ch’io non ti credo,

per quel dorso chino sotto la croce

ch’io non voglio imitarti.

Forse, come fece San Pietro,

io ti rinnego per paura del pianto.

Però io ti percorro ad ogni ora

e sono lì in un angolo di strada

e aspetto che tu passi.

E ho un fazzoletto, amore,

che nessuno ha mai toccato,

per tergerti la faccia.

da Corpo d’amore in Mistica d’amore, Alda Merini, Frassinelli

The den

Il mio senso di alienazione era aggravato dagli effetti persistenti di una perdita avvenuta in mia assenza: quella del mio rifugio privato. Tutti gli animali hanno bisogno di una tana in cui andare e nascondersi di tanto in tanto. Mentre ero in prigione, col trascorrere dei giorni, mi resi conto che non vedevo l’ora, una volta scarcerato, di rintanarmi nel mio rifugio personale. L’isolamento aveva trasformato ciò che una volta era semplice abitudine in un bisogno viscerale.
Il mio rifugio non c’era più. Si trattava di un garage che avevo trasformato personalmente ma di cui rimaneva solo il guscio, cosa che me ne faceva prendere distanza ancora di più. Una visita particolare, o forse una serie di visite, lo avevano trasformato in un magazzino qualsiasi. Non avrei mai pensato che nel tempo si potesse provare tanta empatica per una collezione di opere d’arte, che le si potesse attribuire un’aura di inviolabilità. Eppure era così. Senza quel luogo di fuga, ero diventato irritabile, impaziente e irrequieto; me ne accorgevo da solo, senza bisogno di occhiatacce o di proteste. La distanza fisica da quell’ambiente, di per sé estraniante, sarebbe stata solo una questione di tempo.
Uscito di prigione, andavo scoprendo molto di me stesso. Mentre ero in cella, mi ero convinto che la condizione della detenzione, il cui ambiente fisico è imposto, di certo non scelto, immunizza i detenuti con germi in grado di resistere a qualsiasi futuro senso di privazione. Mi ero convinto di essere indifferente al senso di proprietà, di qualsiasi tipo di proprietà si trattasse. Tuttavia, appresi a poco a poco che la condizione di libertà dà vita a desideri e aspettative, tra cui la voglia di uno spazio abituale, di un santuario, di un luogo fisico, palpabile e intimo, non poi così diverso da quello della cella di isolamento, con la differenza, naturalmente, che si tratta di un posto di propria scelta e designazione. Già alienato dall’ambiente pubblico, adesso mi ritrovavo privato di un’intimità che avevo tanto agognato, un’intimità in cui avrei potuto trovare rifugio, isolandomi dal mondo esterno, e da cui avrei potuto tentare di riconquistare fluidità nel processo creativo.
Può darsi che se il mio matrimonio, brevemente resuscitato dalle tribolazioni condivise e dalle emozioni del ricontrarsi, avesse tenuto, il palpito dell’alienazione sarebbe stato attutito. Tuttavia i contrasti che prima della mia incarcerazione avevano trasformato il mio matrimonio in un mero sforzo di volontà riaffiorarono in un baleno, intensificando in me il desiderio di una comoda fuga quotidiana, di un riparo familiare e accogliente. Andavo dunque a rifugiarmi nel garage trasformato, ma aveva perso l’aura, l’identità che lo contraddistingueva, in cui prima riuscivo a ritrovare me stesso.

da Sul far del giorno, Wole Soyinka, La nave di Teseo, trad. di Alessandra Di Maio