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ma se la lezione va bene…

Non bisogna credere alle malsane suggestioni di chi pensa che il momento scientifico e creativo della cultura è caratteristico del professore universitario, e del professore medio il momento diffusivo. Di fronte a una scuola che sta diventando – che vogliamo diventi – scuola di tutti, non possiamo accettare queste distinzioni. Diffondere la cultura non è solo un fatto di distribuzione!

(…)

e sappiamo come sia facile che essa poi si risolva in mera apparenza; la sensazione di parlare a un pubblico già preparato, a un lettore provveduto, permette una evasione dal concetto attraverso le parole, permette accenni saputi e strizzatine d’occhio, e ‘te lo dico a te che tanto lo sai'; e in questa situazione viene a mancare proprio il controllo dal basso, quel limite essenziale alla nostra libertà di espressione che è la necessità di farsi capire; che porta all’esemplificazione, all’approfondimento, alla chiarezza.
Quale maggior controllo che aver davanti quaranta ragazzi che ti guardano in sospettoso silenzio mentre tu declami: a egregie cose il forte animo accendono? Tu vedi solo le facce dei primi banchi, gli altri sono abilmente defilati, immobili. Via via i sederi – quei sederi che indicavano all’Alfieri i passi sbagliati delle sue tragedie – si muovono a disagio sui banchi.
Ma se la lezione va bene, vi è nella classe un silenzio pieno di senso, un tesa immobilità: tutte le teste sono in vista, appaiono una dopo l’altra come lumachine che tirino fuori le corna, si spostano per vederti in faccia; ogni tua affermazione, ogni domanda, è commentata da mani che si alzano: i ragazzi discutono e lottano con te e col testo per far propria l’opera che tu stai studiando con loro.
Quale arricchimento alla comprensione di un testo ci deve venire dai nostri scolari! E per questo, quale disponibilità continua, quale apertura della nostra mente e della nostra cultura vi deve essere verso di loro!

da Quando s’insegna Dante, Bruna Cordati Martinelli, Nistri-Lischi

lettura obbligata per chiunque abbia potestà sui bambini

Quello che veramente serve è uno spirito di profondo rispetto, equidistante da raziocinio ed emotività, nel modo che Bertrand Russell ha delineato in alcune frasi da proporre come lettura obbligata per chiunque abbia potestà sui bambini:

“Per un profondo rispetto occorre immaginazione e un calore vitale. …Il bambino è debole e in superficie sciocco, l’insegnante è forte e, sotto l’aspetto pratico, più saggio di lui. L’insegnante, o il burocrate, che non nutre rispetto, disprezza facilmente il bambino per queste sue apparenti inferiorità; considera suo dovere “plasmarlo”: nell’immaginazione si vede come il vasaio con la creta. Così facendo conferisce una forma innaturale, che si consolida con l’età, e che produce tensioni e insoddisfazioni spirituali, dalle quali poi derivano crudeltà e invidia, e la convinzione che gli altri debbano per forza sottostare alle medesime distorsioni.
” La persona che porta rispetto non pensa che “plasmare” il fanciullo sia un suo dovere. Egli avverte in tutte le cose vive, ma specialmente negli esseri umani e prima di tutti nei bambini, qualche cosa di sacro, indefinibile, illimitato, qualche cosa di individuale e stranamente prezioso, il fondamento in espansione della vita, una scheggia fatta persona del muto e strenuo agitarsi dell’universo. In presenza di un bambino egli prova inesplicabile umiltà – un’umiltà ben difficilmente giustificabile su basi razionali, e tuttavia in qualche modo più prossima alla saggezza che non la facile sicurezza di sé di molti genitori e insegnanti”

da Note di un anatomopatolgo, F. Gonzalez-Crussi, Adelphi, trad.di Gabriele Castellari

op.cit. Bertrand Russell, Why Men Fight: A Method of Abolishing the International Duel, Century Co., New York, 1916

L’Inumano

Sepoltura del Conte d’Orgaz, El Greco

Nelle opere dell’uomo apprezzo soltanto la quantità di inumanità che vi si trova.
Conosco troppo bene quel che è umano. Ho sofferto, ho gioito; ho visto giusto, mi sento distruggere dal tempo: fui lodato; biasimato, acclamato, schernito, trattato con gli epiteti più piacevoli e con parole diverse. ecco che cosa è umano, secondo gli umani. Non mi piace rimuginarlo nei libri.
Ma ciò che non dipende da tutto questo – l’ordine- il possibile quale si dà nelle arti (fra cui quella dell’ingegnere).

da Quaderni – Volume Primo, Paul Valéry, Adelphi, trad.di Ruggero Guarini

sull’entusiasmo

Esistono vari gradi di entusiasmo. A cominciare dall’allegria, che certamente rappresenta il grado più basso, fino all’entusiasmo del condottiero che nel mezzo della battaglia con accortezza mantiene possente il suo genio, vi è una scala infinita. Salire e scendere questa scala è vocazione e delizia del poeta.

da Scritti di estetica, di Friedrich Hölderlin, SE Studio Editoriale, a cura di Riccardo Ruschi

il rimuginatore

La memoria del rimuginatore dispone della massa disordinata del sapere morto. Il sapere umano è per lei frammento in un senso particolarmente pregnante, vale a dire come il mucchio di pezzi tagliati a casaccio coi quali si compone un puzzle. Un’epoca poco incline alla rimuginazione ne ha mantenuto l’atteggiamento dell’allegorico. L’allegorico estrae ora qui e là un pezzo dal fondo disordinato che il suo sapere gli mette a disposizione, lo affianca ad un altro e prova se si adattino l’uno all’altro: questo significato a questa immagine o questa immagine a quel significato. Il risultato non può mai essere previsto, giacché fra i due non c’è nessuna mediazione naturale. Allo stesso modo stanno però le cose con la merce e il prezzo. I “cavilli metafisici” di cui, secondo Marx, si compiace la merce sono innanzitutto i cavilli della formazione dei prezzi.
Come la merce pervenga al suo prezzo è cosa che non si può mai calcolare esattamente, né nel corso della sua produzione né in seguito, quando si trova sul mercato. Esattamente la stessa cosa accade all’oggetto nella sua esistenza allegorica: non è in nessun modo stabilito a quale significato lo condurrà l’assorta profondità dell’allegorico. Una volta però che abbia acquisito questo  significato, esso può essergli in ogni momento sottratto a favore di un altro.
Le mode dei significati cambiavano quasi altrettanto rapidamente di quanto cambia il prezzo delle merci. E, in effetti, significato vuol dire per la merce: prezzo; come merce essa non ne ha altri. Perciò l’allegorico tra le merci si trova nel proprio elemento, Come  flâneur si è immedesimato nell’anima della merce; come allegorico riconosce nel “cartellino del prezzo” con cui la merce entra sul mercato l’oggetto delle sue rimuginazioni: il significato.
Il mondo con cui questo nuovo significato lo fa entrare in intimità non è divenuto un mondo più felice. Un inferno infuria nell’anima della merce, che pure sembra trovare nel prezzo la sua pace.

(J 80, 2; J 80a,I)

da I “passages” di Parigi, Walter Benjamin, Einaudi, a cura di Rolf Tiedemann e Enrico Ganni

le citazioni

Mombu vs Africa, linoleum

“Le citazioni, nel mio lavoro, sono come briganti ai bordi della strada, che balzano fuori armati e strappano l’assenso all’ozioso viandante.” (Walter Benjamin)

La scoperta della moderna funzione delle citazioni nacque, secondo Benjamin, che la spiegava prendendo ad esempio Karl Kraus, dalla disperazione – ma non dalla disperazione per un passato che rifiuta “di gettare luce sul futuro” e lascia che la mente umana “vaghi nel buio”, come in Tocqueville, bensì dalla disperazione per il presente e dal desiderio di distruggerlo; quindi il loro potere non è di custodire, ma di purificare, di strappare dal contesto, di distruggere.”(Walter Benjamin) E tuttavia, gli scopritori e i cultori di questa forza distruttrice erano originariamente animati da ben altro intento, vale a dire dall’intento di conservare; e solo non lasciandosi ingannare dai “conservatori” di professione tutt’intorno a loro,  scoprirono infine che la forza distruttrice delle citazioni era “la sola in cui è ancora riposta la speranza che qualche cosa di quest’epoca sopravviva – proprio perché ne è stata divelta”. In questa forma di “frammenti di pensiero”, la citazione ha il duplice compito di interrompere il fluire della rappresentazione con “splendore trascendente” e al tempo stesso di concentrare su di sé ciò che viene rappresentato. Quanto al loro peso nell’opera di Benjamin, queste citazioni sono paragonabili soltanto alle ben diverse citazioni bibliche che nei trattati medievali tanto spesso vengono a sostituirsi all’immanente coerenza dell’argomentazione.

Da Walter Benjamin, Hannah Arendt, SE Studio Editoriale, trad. di Mariza De Franceschi

udii poi campane estesissime

Campanile Santa Croce di Moneglia (GE)

In quel tempo, io tornai più volte, in sogno, a Toledo, e non la riconoscevo. Mi ricordo che ero partita nel pomeriggio, sola, di nascosto al mio amico, e dopo cinquemila anni giunta qui, e Toledo non era più. Solo un mare di cenere, e la Collina, e un angelo grandissimo davanti a poche pietre (resto della Fortezza), che vedendomi disse:
“Non piangere. Il sole non è più qui”.
Discesi in centro e, come dissi, la città più non era, ma una radura sparsa di pietre, grandissima, con alcuni alberi anneriti, e dagli alberi pendevano frutti di veleno. Vi erano uccelli che volavano stancamente qua e là, e riconobbi nelle loro facce(perché avevano faccine bellissime) fisionomie nobili e note. Essi beccavano, beccavano nella rena, senza nulla trovare.
Udii poi campane estesissime, e mi svegliai.
Ero nella mia casa marine, tutte le porte mancavano, dovunque era mesta luce, e né Apa e nessun altro degli abitanti esisteva più.

Dio, quanti giorni restai ad attendere passi cari.
Finché vennero, preceduti da una lettera (d’amore), e di nuovo mi ritrovai nella nostra casa della Francia, e riudii i lamenti del mare.

Quando tutti i nostri affannati racconti di gioia, le voci del ritrovamento, si furono quietati, egli mi disse:
“Vedesti cosa capita, cuore, a ritornare sulla via precedente?”
“Sì, vidi. Ma come farò, caro, a vivere qui, sapendo che essi furono?”
“Eppure si potrà” con pietà egli disse.
E, e piegato sulla mia gamba, tolse dal foro una delle navi di ferro che continuamente apparivano, e in un muto furore la gettò via:
“Non finiranno mai, mai di apparire!” così disse.
In quanto a me, guardavo la mia gamba con terrore.

Eppure guarì, dopo un anno era tornata completamente liscia, e in luogo delle navi vi era un prato verdissimo, dove Reyn A. riposava.
Inesauribile era il nostro tempo, ora che io ero guarita e felice.

da Il porto di Toledo, Anna Maria Ortese, Rizzoli

Sagrato della Chiesa Santa Croce di Moneglia

parole notturne

foto di Luca Donnini

Rispetto per il lettore significa che il poeta o il romanziere invita la coscienza del lettore a collaborare con la propria nell’atto della rappresentazione. Non dice tutto perché la sua opera non è un sillabario per i bambini o i ritardati mentali. Non esaurisce tutte le possibili reazioni delle fantasticherie del proprio lettore, ma si compiace del fatto che saremo noi a riempire con la nostra vita, con le risorse della memoria e del desiderio che ci sono proprie, le linee che egli ha tracciato. Tolstoj è infinitamente più libero, infinitamente più eccitante dei nuovi scrittori erotici allorché tronca il proprio racconto sulla soglia della camera da letto di Karenina, quando si limita appena a iniziare, tramite la similitudine di una fiamma morente, della cenere che si raffredda sulla griglia, la percezione di una sconfitta sessuale che ciascuno di noi può rivivere o particolarizzare per se stesso. George Eliot è libera e tratta i propri lettori da esseri umani liberi e adulti, allorché comunica, tramite l’inflessione dello stile e dell’umore, la verità sulla luna di miele di Casaubon in Middlemarch, allorché lascia che immaginiamo da soli come Dorothea sia stata violata da una certa fondamentale ottusità. Queste sono scene profondamente eccitanti, queste sì che arricchiscono e complicano la nostra coscienza sessuale, ben più degli idilli da quattro soldi del romanzo “libero” contemporaneo. Non vi è nessuna libertà nelle coercitive esattezze fisiologiche dell’ “alta pornografia” attuale, perché non vi è alcun rispetto per il lettore, le cui risorse immaginative sono ridotte a zero.

da Linguaggio e silenzio, George Steiner, Rizzoli, trad.di Ruggero Bianchi

il prezzo dell’eternità


foto di André Kertesz

La responsabilità dei pittori, come di tutti coloro ai quali è dolorosamente toccato in sorte d’impedire, nel modo espressivo in cui si dedicano, la sopravvivenza del segno alla cosa significata, mi sembra oggi pesante e sopportata in genere piuttosto male. Eppure è il prezzo dell’eternità.

da Il surrealismo e la pittura, André Breton, Abscondita, trad.di Ettore Capriolo