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Non passarci sopra ovvero Qualche metro in più, solo qualche metro in più e potrai passarci sopra davvero

 

Letta un paio di giorni fa la notizia su La Repubblica che, dal 20 ottobre al 4 novembre, alla Stazione Tiburtina ci sarebbe stata una mostra allestita sul pavimento della Galleria di vetro con l’intento di attirare l’attenzione di viaggiatori e passanti su 100 storie di disagi, tra cui il dramma dei migranti, ho deciso di visitarla proprio il giorno dell’inaugurazione. Purtroppo non ve n’è stata alcuna e la mostra in sé, organizzata da Censis, BNL e Roma Tiburtina con la collaborazione di numerose associazioni, sarebbe stata ipocrita e ridicola se non fosse stato per il coraggioso allestimento curato da Giulio De Rita, figlio del presidente del Censis: a un primo sguardo stupisce la sproporzione delle dimensioni tra la segnaletica orizzontale che indica i 4 percorsi e le foto drammatiche, a svantaggio di queste ultime, ma prestando più attenzione, e qui si dimostra la raffinatezza del curatore della mostra e la meritocrazia della scelta, si noteranno dei rettangoli neri sui quali compare la scritta “Qualche metro ancora, solo qualche metro ancora, e potrai passarci sopra DAVVERO”. Seguendo gli adesivi che proseguono oltre ai 4 percorsi si arriverà a passeggiare, se non sopra, sicuramente accanto a un centinaio di migranti che non hanno trovato riparo e cibo presso i centri istituzionali e che sono accolti e accuditi da cittadinanza e attivisti del Baobab.

Speriamo che qualcuno al Campidoglio si spinga fino alla Stazione Tiburtina per una visita!”

ancora sul barzottismo

Nella Bibbia, Dio crea il mondo dal nulla. Sin dal big bang, contiguità inquietante tra il puro essere e il nulla. Nel “passaggio dal nulla all’essere” nota Hegel “vi è un punto in cui l’essere e il nulla coincidono e la differenza loro sparisce” (Hegel, Scienza della Logica, Laterza). È in questa coincidenza di essere e nulla, “puro vuoto” carico di tensione, che vive per un tempo non numerabile l’estatico (e in cui sprofonda l’angosciato).

da La mente estatica, Elvio Fachinelli, Adelphi

Elogio dell’ombra

La vecchiaia (è questo il nome che gli altri gli danno)
può essere per noi il tempo più felice.
E’ morto l’animale o quasi è morto.
Vivo tra le forme luminose e vaghe
che ancora non son tenebra.
Buenos Aires,
che un tempo si lacerava in sobborghi
verso la pianura incessante,
è di nuovo la Roncoleta, il Retiro,
le confuse strade dell’Undici
e le precise case vecchie
che seguitiamo a chiamare il Sud.
Nella mia vita son sempre state troppe le cose;
Democrito di Abdera si strappò gli occhi per pensare;
il tempo è stato il mio Democrito.
Questa penombra è lenta e non fa male;
scorre per un mite pendio
e somiglia all’eterno.
Gli amici miei non hanno volto,
le donne son quello che furono in anni lontani,
i cantoni sono gli stessi ed altri,
non hanno lettere i fogli dei libri.
Dovrebbe impaurirmi tutto questo
e invece è una dolcezza, un ritornare.
Delle generazioni di testi che ha la terra
non ne avrò letti che alcuni,
quelli che leggo ancora nel ricordo,
che rileggo e trasformo.
Dal Sud, dall’Est, dal Nord e dall’Ovest
convergono le vie che mi han condotto
al mio centro segreto.
Vie che furono già echi e passi,
donne, uomini, agonie e risorgere,
giorni con notti,
sogni e immagini del dormiveglia,
ogni minimo istante dello ieri
e degli ieri del mondo,
la salda spada del danese e la luna del persiano,
gli atti dei morti,
l’amore condiviso, le parole,
ed Emerson, la neve, e quanto ancora.
Posso infine scordare. Giungo al centro,
alla mia chiave, all’algebra,
al mio specchio.
Presto saprò chi sono.

da Elogio dell’ombra, Jorge Luis Borges, Einaudi, trad. di Francesco Tentori Montalto

ma se la lezione va bene…

Non bisogna credere alle malsane suggestioni di chi pensa che il momento scientifico e creativo della cultura è caratteristico del professore universitario, e del professore medio il momento diffusivo. Di fronte a una scuola che sta diventando – che vogliamo diventi – scuola di tutti, non possiamo accettare queste distinzioni. Diffondere la cultura non è solo un fatto di distribuzione!

(…)

e sappiamo come sia facile che essa poi si risolva in mera apparenza; la sensazione di parlare a un pubblico già preparato, a un lettore provveduto, permette una evasione dal concetto attraverso le parole, permette accenni saputi e strizzatine d’occhio, e ‘te lo dico a te che tanto lo sai'; e in questa situazione viene a mancare proprio il controllo dal basso, quel limite essenziale alla nostra libertà di espressione che è la necessità di farsi capire; che porta all’esemplificazione, all’approfondimento, alla chiarezza.
Quale maggior controllo che aver davanti quaranta ragazzi che ti guardano in sospettoso silenzio mentre tu declami: a egregie cose il forte animo accendono? Tu vedi solo le facce dei primi banchi, gli altri sono abilmente defilati, immobili. Via via i sederi – quei sederi che indicavano all’Alfieri i passi sbagliati delle sue tragedie – si muovono a disagio sui banchi.
Ma se la lezione va bene, vi è nella classe un silenzio pieno di senso, un tesa immobilità: tutte le teste sono in vista, appaiono una dopo l’altra come lumachine che tirino fuori le corna, si spostano per vederti in faccia; ogni tua affermazione, ogni domanda, è commentata da mani che si alzano: i ragazzi discutono e lottano con te e col testo per far propria l’opera che tu stai studiando con loro.
Quale arricchimento alla comprensione di un testo ci deve venire dai nostri scolari! E per questo, quale disponibilità continua, quale apertura della nostra mente e della nostra cultura vi deve essere verso di loro!

da Quando s’insegna Dante, Bruna Cordati Martinelli, Nistri-Lischi

lettura obbligata per chiunque abbia potestà sui bambini

Quello che veramente serve è uno spirito di profondo rispetto, equidistante da raziocinio ed emotività, nel modo che Bertrand Russell ha delineato in alcune frasi da proporre come lettura obbligata per chiunque abbia potestà sui bambini:

“Per un profondo rispetto occorre immaginazione e un calore vitale. …Il bambino è debole e in superficie sciocco, l’insegnante è forte e, sotto l’aspetto pratico, più saggio di lui. L’insegnante, o il burocrate, che non nutre rispetto, disprezza facilmente il bambino per queste sue apparenti inferiorità; considera suo dovere “plasmarlo”: nell’immaginazione si vede come il vasaio con la creta. Così facendo conferisce una forma innaturale, che si consolida con l’età, e che produce tensioni e insoddisfazioni spirituali, dalle quali poi derivano crudeltà e invidia, e la convinzione che gli altri debbano per forza sottostare alle medesime distorsioni.
” La persona che porta rispetto non pensa che “plasmare” il fanciullo sia un suo dovere. Egli avverte in tutte le cose vive, ma specialmente negli esseri umani e prima di tutti nei bambini, qualche cosa di sacro, indefinibile, illimitato, qualche cosa di individuale e stranamente prezioso, il fondamento in espansione della vita, una scheggia fatta persona del muto e strenuo agitarsi dell’universo. In presenza di un bambino egli prova inesplicabile umiltà – un’umiltà ben difficilmente giustificabile su basi razionali, e tuttavia in qualche modo più prossima alla saggezza che non la facile sicurezza di sé di molti genitori e insegnanti”

da Note di un anatomopatolgo, F. Gonzalez-Crussi, Adelphi, trad.di Gabriele Castellari

op.cit. Bertrand Russell, Why Men Fight: A Method of Abolishing the International Duel, Century Co., New York, 1916

L’Inumano

Sepoltura del Conte d’Orgaz, El Greco

Nelle opere dell’uomo apprezzo soltanto la quantità di inumanità che vi si trova.
Conosco troppo bene quel che è umano. Ho sofferto, ho gioito; ho visto giusto, mi sento distruggere dal tempo: fui lodato; biasimato, acclamato, schernito, trattato con gli epiteti più piacevoli e con parole diverse. ecco che cosa è umano, secondo gli umani. Non mi piace rimuginarlo nei libri.
Ma ciò che non dipende da tutto questo – l’ordine- il possibile quale si dà nelle arti (fra cui quella dell’ingegnere).

da Quaderni – Volume Primo, Paul Valéry, Adelphi, trad.di Ruggero Guarini

sull’entusiasmo

Esistono vari gradi di entusiasmo. A cominciare dall’allegria, che certamente rappresenta il grado più basso, fino all’entusiasmo del condottiero che nel mezzo della battaglia con accortezza mantiene possente il suo genio, vi è una scala infinita. Salire e scendere questa scala è vocazione e delizia del poeta.

da Scritti di estetica, di Friedrich Hölderlin, SE Studio Editoriale, a cura di Riccardo Ruschi

il rimuginatore

La memoria del rimuginatore dispone della massa disordinata del sapere morto. Il sapere umano è per lei frammento in un senso particolarmente pregnante, vale a dire come il mucchio di pezzi tagliati a casaccio coi quali si compone un puzzle. Un’epoca poco incline alla rimuginazione ne ha mantenuto l’atteggiamento dell’allegorico. L’allegorico estrae ora qui e là un pezzo dal fondo disordinato che il suo sapere gli mette a disposizione, lo affianca ad un altro e prova se si adattino l’uno all’altro: questo significato a questa immagine o questa immagine a quel significato. Il risultato non può mai essere previsto, giacché fra i due non c’è nessuna mediazione naturale. Allo stesso modo stanno però le cose con la merce e il prezzo. I “cavilli metafisici” di cui, secondo Marx, si compiace la merce sono innanzitutto i cavilli della formazione dei prezzi.
Come la merce pervenga al suo prezzo è cosa che non si può mai calcolare esattamente, né nel corso della sua produzione né in seguito, quando si trova sul mercato. Esattamente la stessa cosa accade all’oggetto nella sua esistenza allegorica: non è in nessun modo stabilito a quale significato lo condurrà l’assorta profondità dell’allegorico. Una volta però che abbia acquisito questo  significato, esso può essergli in ogni momento sottratto a favore di un altro.
Le mode dei significati cambiavano quasi altrettanto rapidamente di quanto cambia il prezzo delle merci. E, in effetti, significato vuol dire per la merce: prezzo; come merce essa non ne ha altri. Perciò l’allegorico tra le merci si trova nel proprio elemento, Come  flâneur si è immedesimato nell’anima della merce; come allegorico riconosce nel “cartellino del prezzo” con cui la merce entra sul mercato l’oggetto delle sue rimuginazioni: il significato.
Il mondo con cui questo nuovo significato lo fa entrare in intimità non è divenuto un mondo più felice. Un inferno infuria nell’anima della merce, che pure sembra trovare nel prezzo la sua pace.

(J 80, 2; J 80a,I)

da I “passages” di Parigi, Walter Benjamin, Einaudi, a cura di Rolf Tiedemann e Enrico Ganni

le citazioni

Mombu vs Africa, linoleum

“Le citazioni, nel mio lavoro, sono come briganti ai bordi della strada, che balzano fuori armati e strappano l’assenso all’ozioso viandante.” (Walter Benjamin)

La scoperta della moderna funzione delle citazioni nacque, secondo Benjamin, che la spiegava prendendo ad esempio Karl Kraus, dalla disperazione – ma non dalla disperazione per un passato che rifiuta “di gettare luce sul futuro” e lascia che la mente umana “vaghi nel buio”, come in Tocqueville, bensì dalla disperazione per il presente e dal desiderio di distruggerlo; quindi il loro potere non è di custodire, ma di purificare, di strappare dal contesto, di distruggere.”(Walter Benjamin) E tuttavia, gli scopritori e i cultori di questa forza distruttrice erano originariamente animati da ben altro intento, vale a dire dall’intento di conservare; e solo non lasciandosi ingannare dai “conservatori” di professione tutt’intorno a loro,  scoprirono infine che la forza distruttrice delle citazioni era “la sola in cui è ancora riposta la speranza che qualche cosa di quest’epoca sopravviva – proprio perché ne è stata divelta”. In questa forma di “frammenti di pensiero”, la citazione ha il duplice compito di interrompere il fluire della rappresentazione con “splendore trascendente” e al tempo stesso di concentrare su di sé ciò che viene rappresentato. Quanto al loro peso nell’opera di Benjamin, queste citazioni sono paragonabili soltanto alle ben diverse citazioni bibliche che nei trattati medievali tanto spesso vengono a sostituirsi all’immanente coerenza dell’argomentazione.

Da Walter Benjamin, Hannah Arendt, SE Studio Editoriale, trad. di Mariza De Franceschi