Category Archives: attenti a quei due

Cara Signorina Monroe

690 Asylum Avenue
Hartford, Conn.
4 Dicembre 1935

Cara Signorina Monroe,
sono piuttosto scosso dalla sua nota a proposito di Idee dell’ordine. E’ stato come se un ricco zio fosse morto lasciandomi tutto. Comunque, l’ho portata con me a casa la scorsa notte e l’ho letta attentamente. E’ molto azzeccata, e le sono grato, come lo sono stato in così tante occasioni in passato.

(…)

Wallace Stevens

Ed ecco la nota di Harriet Monroe sul numero di dicembre 1935 di Poetry, pp. 153-157

neoplasia

(…) si potrebbe anche leggere Psycho, il capolavoro di Hitchcock, come la messa in scena di un antagonismo architettonico: Norman Bates non è forse diviso tra le due case, il motel moderno orizzontale e la casa della madre verticale e gotica, sempre di corsa tra i due, senza trovare un posto suo? In questo senso, il carattere di Unheimlich del finale del film significa che, nella sua piena identificazione con la madre, egli ha finalmente trovato il suo heim, la sua casa.

(…) l’opera di Gehry: egli prende come base uno dei due poli dell’antagonismo, sia la casa di famiglia vecchio stile sia l’edificio modernista in vetro e cemento, e in seguito o li sottopone a una sorta di anamorfica distorsione cubista (angoli curvi di pareti e delle finestre, ecc.) o combina la vecchia casa di famiglia con un supplemento modernista. Così, ecco la mia ipotesi finale: se il Bates Motel dovesse essere costruito da Gehry, combinando direttamente la casa della vecchia madre e l’hotel moderno in una nuova entità ibrida, Norman non avrebbe avuto alcun bisogno di uccidere le sue vittime (…)

da Il trash del sublime, Slavoj Žižek, Mimesis

Have just finished Leopardi’s “Pensieri”

Have just finished Leopardi’s “Pensieri” (translated by P. Maxwell – a scholarly major-general). They are paragraphs on human nature, like Schopenhauer’s psychological observations, Paschals (sic) “Pensées”, (de la) Rochefoucauld’s “Maximes”, etc. How true they all are! I should like  to have a library of such things.

dal Diario, 21 febbraio 1906, Wallace Stevens

Ezio ad Ada

19 maggio 1950

Ada,

eccoti il nostro “Lord Jim”: spero che tu mi permetta di chiamarlo così: oggi come oggi non c’è niente di più nostro di quel libro: neanche noi.
Naturalmente, non sei tenuta a leggerlo: ma se un giorno penserai di farlo, mi farai davvero un regalo. Comunque, anche senza esser letto, credo che “Lord Jim” continuerà ad essere una presenza silenziosa e comprensiva su noi due. Certi libri, per certe persone, sanno servire anche a questo: e il silenzio alle volte ha illimitate possibilità e risonanze.
E adesso vorrei dirti qualcosa. L’altro giorno, tra l’altro, hai parlato del canto del cigno. Ed io ti dico: i cigni cantano, sì, ma poi muoiono: non accettano di accovacciarsi in un cortile. Per questo ci sono le anatre. Ma sono anatre. E non cantano. E tutto quel che hanno è un continuo appetito. Nient’altro. Abbiamo parlato di fantasmi?: ma i fantasmi non sanno piangere, come fai tu: e poi sono lugubremente coerenti: e tu invece hai un mucchio di incoerenze magnifiche. Sei un’incoerenza vestita da donna. Hai detto che non c’è niente di più nobile della sofferenza: e forse è vero: ma “volere” la sofferenza, ma “scegliere” la sofferenza è un fuggire la vera sofferenza: e in definitiva è un raffinatissimo egoismo. Sei selvatica, e cerchi una gabbia. Dici che la carne non esiste, e fai dipendere invece il tuo spirito direttamente dalla carne. Un’incoerenza incarnata, ecco tutto.
Tutto questo è triste. E forse inutile. Tu sai già tutto quello che potrei dirti: e, soprattutto, quello che ti taccio. Come io di te. Io ti ho sempre parlato in questi giorni come se le tue risposte più vere tu le affidassi al silenzio, all’evasione, e perfino alla bugia: le tue parole (tranne l’ultima volta) io le ho sempre trascurate come si trascura una traduzione troppo imperfetta e infedele che tradisce completamente l’originale. Ma adesso basta. Essere noioso non piace a nessuno: specie a me.
Uno di questi giorni ti telefonerò. Non temere, però. Non voglio quello che tu chiami, e rendi, l’impossibile: l’impossibile sono abituato a chiederlo solo a me: vorrei solo renderlo consolante e operante: non così triste. E troveremo certo il modo.
Tante cose,

Ezio

P.S. Conosco la tua antipatia per scrivere lettere, e anch’io la condivido. Ma se una volta tanto ti decidi a scegliere una sofferenza che fa piacere a me, scrivimi due righe di risposta. Se no, si ha la sensazione di aver gettato un sasso nel pozzo: senza neppure, per di più, sentirne il tonfo.

da Lettere, Silvio D’Arzo, MUP, a cura di Alberto Sebastiani

“che cos’è l’amor?” parte 2

Esco.
Esco alto tre metri forse quattro con la testa così alta che strano non intralci i raggi del cinema alto con un altissimo cazzo perché l’amore fa diventare smisurati eh sì signori chi non l’ha provato può anche dire ma và che esagerato non è vero ma chi mai almeno una volta nel mondo l’ha avuto dritto come il mio griderà sì, è vero! l’amore rende così alti che non si passa più dalle porte l’amore fa crescere fino al soffitto e oltre  fino alle cime delle case fino alla figa di Elvira.

da Delirio, Barbara Alberti, Mondadori

marina e vladimir

Volodja trovò la casa, in vicolo Boris e Gleb. Sesto piano. Bloccò il dito davanti al campanello sbudellato, picchiò col pugno.
Marina aprì. Si vide l’interno. Volodja tacque un istante, intimidito dalla povertà – e da altro. Faceva più freddo che fuori. Poi disse con la voce di Majakovskij, il bullo: “Ho ricevuto i vostri brutti versi”.
E lei con la voce di Marina Cvetaeva, la provocatrice: “Volete sfidarmi a duello?”.
Poi più nulla. Le voci si fermarono. Restarono uno di fronte all’altra, seduttore contro seduttore, senza sapersi sedurre.
Signori della parola, senza voce. Due istrioni di quella portata, non trovavano uno dei gesti consueti. Di fronte muti, soffrendo ognuno della bellezza dell’altro. Finora si erano visti sempre armati.
Si guardavano come si guardano tra loro i cavalli, assolti dalla parola. Erano usciti dalle loro pelli marchiate, erano pura nostalgia e fratellanza disperata. In un temo fondo, da matrimonio in una cattedrale sperduta, spettrale.
Cominciarono a piangere. Non so se prima lui, o lei. Forse insieme.

da Gelosa di Majakovskij, Barbara Alberti, Marsilio

in occasione del primo amore di M.G.

E così il sentir parlare di quella persona, mi scuote e tormenta come a chi si tastasse o palpeggiasse una parte del corpo addoloratissima, e spesso mi fa rabbia e nausea; come veramente mi mette a soqquadro lo stomaco e mi fa disperare il sentir discorsi allegri, e in genere tacendo sempre, sfuggo quanto più posso il sentir parlare, massime negli accessi di quei pensieri.

da Diario d’amore, Giacomo Leopardi

Irma vuole una festa

“E ti fidi di tuo fratello come anfitrione?”
“Oh, Alfredo, potrei fidarmi!” sussurrò con severità. “Mi piacerebbe, se tu la smettessi di far sembrare così acuto tutto quello che dici. Sono così stanca del tuo modo di parlare. E, a dire il vero, le cose che dici non mi piacciono”.
“Irma,” rispose il fratello “nemmeno a me. Nel momento in cui le ascolto sembrano già stantie. Il cervello e la lingua sono così lontani.”.
“Ecco il genere di sciocchezze che aborro!” gridò Irma.

da Gormenghast, Mervyn Peake, Adelphi, trad.di Roberto Serrai