Category Archives: attenti a quei due

La civetteria della tua unghietta

La civetteria della tua unghietta
di morto, che viene a cercare
il remoto verde del mio ramo,
io tollero, anzi reclamo.

La commedia è rovesciata e tu
sei Portinari che torna e cerca
un po’ di vita, sperandola
leggera, mondana.

Ma il verde presto vira al blu,
il blu al nero pesto:
così,  Agafio, il tuo gomito  non torna
al centro della soglia.

da Contemplazioni e zzz, Carmela Moscatiello

 

Tu che scaldi tutta la terra

Eh sì, tu che scaldi tutta la terra con le tue vampe, scotti personalmente di un fuoco nuovo; tu che devi vedere ogni cosa, non fai che contemplare Leucotoe e solo su quella vergine figgi lo sguardo a cui pure tutto il mondo ha diritto. Ora sorgevi più presto nel cielo ad oriente, ora calavi più tardi nel mare, e indugiando ad ammirarla rendevi più lunghe le sere; a volte venivi meno, e il male della mente si comunicava alla tua luce: ti oscuravi, e atterrivi il cuore dei mortali.

Ovidio, Metamorfosi, Einaudi, trad.di Piero Bernardini Marzolla

Apollo e Dafne

“Ninfa, ti prego, figlia di Peneo, fermati! Non t’inseguo per farti del male. Aspetta, ninfa!  Così l’agnella davanti al lupo, così la cerva davanti al leone, così le colombe con ali trepidanti fuggono davanti all’aquila: così ciascuna davanti al suo nemico. Ma io t’inseguo per amore! Povero me, ho paura che tu inciampi e cada, o che i rovi ti graffino le gambe che non lo meritano, e che tu ti faccia male per colpa mia. Sono impervi, i luoghi per i quali vai così di fretta. Corri più adagio, ti prego, e rallenta la fuga! Anch’io ti seguirò più adagio” (…)

da Metamorfosi, Ovidio, Einaudi, trad.di Piero Bernardini Marzolla

Wallace e Sybil

TO THE ROARING WIND

What syllable are you seeking,
Vocalissimus,
In the distances of sleep?
Speak it

da Harmonium, Wallace Stevens

dalla lettera n.760 a Richard Eberhart del 4 dicembre 1950:

(…) After leaving you, I walked through Hilliard Street, the name of which seemed to be familiar, until it came out in Cambridge Common by Radcliff. At the point where it comes out Radcliff is on the left. At the right there is an old dwelling where one of the most attractive girls in Cambridge used to live: Sybil Gage. If your wife is native of Cambridge, she may have heard of Sybil Gage, although I am speaking of a time long before your wife was born. Her father was a friend of W.G.Peckham, a New York lawyer, in whose office I used to work at one time, and the two of them, and some others, were, I believe, the founders of the Harvard Adovcate. But my principal interest in Mr.Gage, who was dead when I lived in Cambridge, was the fact that he was the founder of Sybil. A few years after I had left Cambridge I was a guest at Peckham’s place in the Adirondacks and who should turn up but this angel; so that instead of being a street that I had never heard of Hillard Street turns out to be a street that I passed every day.

.-.-.

(…) in “Anecdote of the Jar,” Stevens does something similar. He had previously read Dante’s A New Life, where the poet speaks of his initial meeting with the nine-year-old Beatrice Portinari, including the Latin phrase “ecce deus fortior me, qui beniens dominabitur mihi” [the god of love, greater than I, came and took dominion over me]. This was Dante’s first meeting with his muse. In “Anecdote of the Jar,” a poem composed in 1919, when Stevens was still part of the Arensberg group, Stevens writes:

The jar was round upon the ground
And tall and of a port in air.
It took dominion everywhere.

This wordplay on the name Port-in-ari seems obvious (once you see it), but commentators have puzzled over “port in air” since the poem was published. Ford’s discovery that “Anecdote of the Jar” contains Beatrice Portinari’s name coupled with the phrase “took dominion” that Dante used to describe his falling in love with Beatrice is key to our discussion of the extent to which Stevens may have experimented with including ciphers and other hidden messages in some of his poems during this stage of his poetic development. Once we see that he almost certainly concealed a secret message in “Anecdote of the Jar,” it becomes even more likely that the apparent wordplay in some of his other poems did not occur by chance. And it is especially relevant that this cipher is the name of the most famous muse in literary history. Stevens’s inclusion of the name of Dante’s muse, Beatrice Portinari, in a poem in Harmonium could be his private way of announcing that elsewhere in Harmonium he had included concealed messages about his own muse—Sybil Gage

Per saperne di più di Sybil Gage per Wallace Stevens

Moore e Stevens

Una carrozza dalla Svezia

Dicono che vi sia un’aria dolce
più della nostra, dove fu fabbricata:
un’atmosfera da castello d’Amleto.
In tutti i modi anche a Brooklyn c’è
qualcosa che mi fa sentire a casa.
Forse nessuno vede questo pezzo
da museo, messo in disparte, questo carro di campagna
che una gioia interiore ha fatto arte;
eppure, in questa città d’integrità
lentigginosa, ecco una vena
di resinata dirittura che arriva da una Svezia
indurita dal vento del Nord,
da quel suo arcipelago di rocce
che un tempo rifiutava il compromesso. Washington
e Gustavo Adolfo, perdonate la nostra decadenza.
Sedili, parafango e fiancate di un tessuto liscio
come scorza di zucca, un predellino fiorito, un freno
come cigno dardeggiante, e rotanti creature anfibio
con forme équipe e code da crostacei
a decorare l’asse della ruota! Che
stupenda cosa! È che idillio
che non dà la noia! È com’è bella, lei,
con l’ inchinarsi naturale della
sua nivea aigrette, con occhi grigi e con capelli lisci,
quella cui la carrozza è destinata –
e di cui mi richiama la presenza. I capelli
biondi come schegge di pino, gli occhi fermi
e chiari, occhi di sula, e il passo rapido, da cervo,
sopra un sentiero di aghi di pino: ecco la Svezia, paese degli
uomini liberi, suolo propizio all’abete rosso-
verticale anche quando è pianticella- tutto aghi:
e si apre da sé, da un tronco verde,
un palco verde sopra l’altro palco, come un ventaglio.
L’ago le danza delle calze bianche sopra le suole
spesse! Rifugio per gli ebrei di Danimarca!
Le rustiche caraffa e le coperte filate a mano,
il kraken con le zampe nocchierute e le forme canine,
i bottoni pendenti e gli alamari
che bordano le giunge della festa! Svezia
tu hai un corridore detto il Cervo, il quale,
quando ha vinto una corsa, vuole ancora
correre; e hai i pinnacoli rivoei
a est e ovest sotto il sole, il tavolo
imbandita come per un banchetto; e le doppie
pieghe applicate sul gilet con effetto
di pinna di pesce, quando potresti farne a meno. Svezia,
che cosa fa vestire la gente a questo modo
e ispira in chi ti vede la voglia di restare?
Il corridore forse, che non è stanco e vuol correre ancora alla fine della corsa? E quella
carrozza, che ha la grazia di un delfino? Un faro
di Dalen, che si accende da sé? – che risponde ed è
responsabile. Capisco:
non sono i sentieri di aghi di pino che danno slancio
a chi vi corre sopra, è una Svezia
di bianchi castelli conti di fossati – l’aiuola
di bianchi fiori cresciuti densamente in forma di S
A significare Svezia e saldezza,
sagacia, ed una superficie su cui è scritto:
Fabbricato in Svezia: le carrozze sono la mia specialità.

da Poesie, Marianne Moore, Adelphi, trad. di Lina Angioletti e Gilberto Forti

——

Il pregiudizio contro il passato

Il giorno è l’amico dei bambini.
È il carretto svedese di Marianna.
È questo e un cappello molto grande.
Circoscritti da quel che vedono,
i pedanti aquilini trattano il carro
come una delle reliquie del cuore.

Trattano il cappello del filosofo,
dimenticato distrattamente,
come una delle reliquie della mente…
Del giorno, dunque, i bambini fanno
quel che i pedanti prendono
per dei souvenir deltempo, tempo perso,
addii, forme, immagini…
no, non del giorno, ma di se stessi,
Non del tempo perpetuo.
E perciò i pedanti aquilini trovano
il cappello del filosofo parte della mente,
il carretto svedese parte del cuore.

da Trasporto all’estate, Wallace Stevens, trad. di Massimo Bacigalupo

Odori tre = vita

Argo ha anche altri dolori che il resto del mondo non sa e non sente. Quando vede il padrone che carezza un altro cane, egli vuol bene al padrone più del solito, ma un bene fatto di dolore, perché accarezza altri? Non ha me? Forse lo fa perché Argo sia più buono ed infatti se in quell’istante volesse qualcosa da me, obbedirei più presto che di solito. Ma egli di me non vuole e accarezza l’altro. L’odio per quest’altro è fatto anch’esso di dolore. Non è permesso di sbranarlo perché c’è il padrone eppoi ho paura di fargli vedere la mia ira perché potrebbe gioirne. Io mi caccio fra quell’intruso e il mio padrone per dividerli perché se sono divisi non soffro più e vado fra loro come per caso. Il padrone mi scaccia ma io ostinatamente continuo ad invadere quel piccolo tratto di terreno e scodinzolo simulando una gioia che sono ben lontano dal sentire. Perché questo è il dolore: vorrei urlare per sollevare l’animo mio ma allora non ci sarebbe più la speranza di allontanare quella brutta bestia dal mio padrone. Bisogna celare il dolore e procurare di tornar gradito. Poi quando l’altro finalmente se n’è andato, io ritrovo intero il mio padrone e il suo odore. L’altro non ne portò via niente. Ed io mi dico: Dunque fu stupido soffrire! Ma alla prossima occasione avviene esattamente la stessa cosa perché Argo è fatto per soffrire.

da Argo e il suo padrone, Italo Svevo

Direttive precise

Caro Kaspar. Sono di nuovo nella città che tu sai e sono seduto a un bello scrittoio scuro, in una stanza bene illuminata, mentre giù per strada, nella notte estiva, la gente passeggia sotto gli alberi folti di foglie spioventi. Purtroppo non posso passeggiare con loro perché sono legato a una casa, non proprio legato mani e piedi, ma dalla coscienza del dovere, che mi sta formando a poco a poco e che alla fine ci sarà pure. Sono diventato il servitore di una signora che ha un figlioletto malato, che io devo accudire non molto diversamente da come una madre accudisce suo figlio, perché sua madre, la mia padrone, sorveglia ogni mio movimento, come se il suo occhio fosse la guida dei miei atti, come se lei infondesse in me, quando mi occupo del ragazzo, la sua stessa sollecitudine. Adesso, mentre ti scrivo, è seduta vicino a me in una poltrona, poiché è nel suo salottino che sto seduto anch’io, con il suo permesso. Le cose stanno in modo che ogni volta che io devo uscire per una faccenda personale bisogna prima domandare: posso uscire? come un apprendista che deve domandare al suo maestro. Comunque, per lo meno è una signora quella a cui devo chiedere, e questo addolcisce un poco la cosa. Per servire s’intende stare attento agli ordini, indovinare i desideri, essere svelti e abili, abili e svelti nel preparare la tavola e nello spazzolare i tappeti, devi saperlo se ancora non lo sai. Ho già raggiunto una certa perfezione nel pulire le scarpe alla mia signora, che chiamo semplicemente la mia signora. E’ solo una faccenda di poco conto, eppure richiede anch’essa, come le cose più grandi, l’anelito alla perfezione. Con il mio giovane padroncino dovrò in futuro, quando ci sarà bel tempo, andare a passeggio. A questo scopo c’è una carrozzella marrone nella quale potrò portar fuori il ragazzo, cosa che, a pensarci bene, non mi rallegra davvero molto, perché sarà noioso. Buon Dio, lo dovrò fare. La mia padrona appartiene a quella specie di donne nelle quali ciò che spicca maggiormente e la contraddistingue è il carattere borghese. E’ donna di casa dalla testa ai piedi, ma in senso così schietto e rigoroso da poter dire: è qualcosa di nobile. Sa andare in collera in modo magistrale, e io a mia volta sono maestro nel dargliene l’occasione.

da I fratelli Tanner, Robert Walser, Adelphi, a cura di Vittoria Roveri Ruberl

Cara Signorina Monroe

690 Asylum Avenue
Hartford, Conn.
4 Dicembre 1935

Cara Signorina Monroe,
sono piuttosto scosso dalla sua nota a proposito di Idee dell’ordine. E’ stato come se un ricco zio fosse morto lasciandomi tutto. Comunque, l’ho portata con me a casa la scorsa notte e l’ho letta attentamente. E’ molto azzeccata, e le sono grato, come lo sono stato in così tante occasioni in passato.

(…)

Wallace Stevens

Ed ecco la nota di Harriet Monroe sul numero di dicembre 1935 di Poetry, pp. 153-157