Category Archives: april’s flowers

Dialogue between a snail and an earthworm

The snail to the earthworm:

Tunnels, tunnels for your train
that pierces and sluggishly passes in the dark!
Keep them level, for you not to emerge
to the road of dust, in the sun,
to the cobblestones where you die withered
and a foot then breaks you like a vial
of glass with a thousand rings:
those that now clasp your mood
and drive thee to flow within the earth
in which you form the incessant shell
that accompanies thy weakness.

The earthworm to the snail:

Silver-striped passage
train of a slow queen
coiled in a spiral
at the bottom of the path
as if through long night…
There I find you again, returning
with the sun still high above
and the love that followed you
along the incessant journey leaves me.
You did not reach the crevice established
by my hope that coincided
the time figured by your trait
with that used by you in the space
open to your will and mine.
It was to draw from it a glimmer of hope
that on dark tiredness would flash
to relieve the ill-carried burdens
in this expectation of happy rendezvous.
Disappointed, now I am your enemy
in the futile desire that you move
in tenacious progress to the point.
(Have I a comparison of measure
to ask that you bathe new ground
Towards the goal which I set from me to you
in challenge to the coded course of the world?)
I invite you to get out of your shell
but fails the childish song.
(Do you fear my somber and wrathful voice?)
A blade of grass is therefore the sting.
You retract, without space, into yourself
and slime, in green foams, hides thee
behind your and my horror.
Decided. I know that tomorrow
you will not be here, in torment,
and I, seeking your path
I shall find myself slower than you
scattering on the imagined road
so much mood that it will leave a dense trace
up to the top of the wall
assigned to me against the emptiness of the sky.

Le poesie Il lombrico e La lumaca di Arturo Loria tratte da Bestiario 

L’animale mangiaserrature

Lo incontrai che passeggiava nei corridoi dell’albergo con un animaletto mangiaserrature.

Posava l’animaletto sulla plica del gomito, allora l’animale era tutto contento e un’altra serratura era mangiata. E così per parecchie e così una quantità. Lui passeggiava atteggiandosi come uno cui “casa sua” sia divenuta più grande. Come apriva una porta, cominciava per lui una nuova vita.

Ma l’animaletto era tanto affamato di serrature che il suo padrone ben presto doveva riuscire alla ricerca di altre effrazioni, per quanto così trovasse scarso riposo.

Non volli fare alleanza con quell’uomo, gli dissi che per me ciò che preferivo nella vita era l’uscita. Ebbe uno sguardo bianco. Non eravamo della stessa sponda, ecco tutto, altrimenti mi ci sarei alleato. Mi piaceva, senza peraltro convincermi.

da Un certo piuma, Henri Michaux, Bompiani, 1971, trad.di Alfredo Giuliani

“Sei proprio sicura di amarlo?” “Sono sicura di volerlo sposare”, risposi.

“Sei proprio sicura di amarlo?”
“Sono sicura di volerlo sposare”, risposi.

(…)

Sull’orizzonte, le prime luminescenza grigie dell’alba ora solcavano il cielo e una mezza luce inquietante filtrava nella carrozza. Sentii il respiro di lui immutato, tuttavia i miei sensi, che l’eccitazione avevano reso più fini, mi dissero che era sveglio e che mi stava fissando. Un uomo grande, enorme, con gli occhi scuri immobili, come quelli dipinti sui sarcofagi degli antichi Egizi, puntati su di me. L’essere guardata in quel modo, in quel silenzio, mi diede una sorta di crampo, alla bocca dello stomaco.

(…)

“Tra breve (You will see…) “, disse con quella sua voce piena di echi come una campana che suona a morto, e in quello stesso momento sentii lancinante la premonizione del terrore, che durò soltanto il tempo della vivida luce e tremula del fiammifero, grazie al quale riuscii a scorgere il suo volto, bianco, grande, come sospeso nel vuoto, privo di un corpo, al di sopra delle lenzuola, illuminato dal basso, come una testa grottesca di Carnevale.

(…)

“Ogni uomo ha diritto a un segreto, foss’anche uno solo, di cui sua moglie non deve essere a conoscenza”, disse.

(…)

Neanche ci fu bisogno che chiedesse: “Devi farmi una promessa, my daughter: devi promettermi che userai tutte le chiavi infilate all’anello, tranne quest’ultima che ti ho fatto vedere. (…) Tutto ti appartiene, a tutto hai accesso-tranne alla serratura cui solo questa chiave si adatta. Tuttavia la chiave non apre nient’altro che uno stanzino ai piedi della torre a ovest di Lagos, dietro la dispensa, in fondo al buio corridoio coperto delle orrende ragnatele del passato, che ti si appiccicherebbero ai capelli e che ti terrorizzerebbe se per ventura tu mai ti ci spingessi, oh, e ti parrebbe uno stanzino talmente banale! Ma se mi ami, devi giurarmi di starne lontano”.

(…)

Fu proprio l’assenza di una qualsiasi traccia di quella che era la sua vera vita ad insinuare nella mia mente sensazioni strane, ispirate da Baba Jaga; se tanta era la cura con lui la nascondeva, c’era molto, pensai, che in quella vita chiedeva di essere celato.

(…)

Dopo il volo del letto, dopo la rottura della chitarra e della sedia, il corridoio lungo e tortuoso della sua follia mi portò alla porta di quercia tarlata, bassa, ad arco, serrata da una spranga di ferro nero.
Tuttavia, ancora, non provavo paura, non sentivo salirmi il gelo dalla schiena alla nuca, non sentivo il formicolio nelle punte delle dita.

Un anno dopo, nella serratura nuova la chiave scivolò, come un coltello caldo nel burro. Nessuna paura, solo un momento di esitazione, come se l’anima trattenesse il respiro.

(…)

“Esiste una somiglianza straordinaria tra l’atto dell’amore e i riti celebrati da un aguzzino”.

(…)

Ed ora la candela -a forma di mantide calabrese- che reggevo mi stava mostrando una stanza vuota.

(…)

Appena tornato, nonostante la paura che mi incuteva, che mi rendeva più pallida, sentii che da quel suo corpo, proprio allora, proprio davanti alla porta, emanava il fetore della disperazione totale, rancido e disgustoso, come se i gigli con cui lo avevo circondato, improvvisamente tutti insieme avessero cominciato a imputridirsi, o come se il cuoio di Auchi del profumo che portava si fosse riscisso negli elementi di cui era fatto: pelli scuoiate ed escrementi.

La camera di sangue di Angela Carter, nella traduzione di Barbara Lanati, strapazzata da Clarissa Estés Pinkola e me.

You’ve lost your history…

… this is why Benice becomes Mimi, and so on down to …

Secondo Freud il dolore è sintomo di un blocco nella storia di una persona. Per via di questo blocco il paziente non è in grado di proseguire con la propria storia. I dolori psicogeni sono espressione di parole sepolte, rimosse. La parola si fa concreta. La terapia consiste nel liberare la persona da questo blocco rendendo di nuovo fluida la sua storia. Il dolore di Monsieur Teste è una “cosa”, un “terribile oggetto”. Si sottrae a qualsiasi narrazione.

(…)

Il dolore insensato è possibile solo in una vita nuda, spogliata di senso, che non racconta più.

(Byung-Chul Han, La società senza dolore, Einaudi, Stile Libero Extra, 2021, pp.30)

Sia lasciato al dolore lo spazio per raccontare

L’enorme tensione dell’intelletto che vuol fronteggiare il dolore, fa che tutto ciò su cui esso dirige lo sguardo risplenda di una nuova luce e l’indicibile incitamento, che dànno tutte le nuove illuminazioni, è spesso tanto potente da sfidare tutti gli allettamenti del suicidio e far apparire al sofferente come altamente desiderabile la continuazione della vita.

da Aurora. Pensieri sui pregiudizi morali, Friedrich Nietzsche, Adelphi, trad.di Ferruccio Masini