Category Archives: appunti per trentasei e dieci vedute

Appunti per Trentasei e dieci vedute n.21

craig semetko

(…) ciò che fanno i fotografi di talento non è, ovviamente, definibile né come semplicemente predatorio, né come semplicemente – ed essenzialmente- benevolo.La fotografia è il modello di un nesso intrinsecamente equivoco tra l’io e il mondo, e la sua versione dell’ideologia realistica richiede a volte un annullamento dell’io di fronte al mondo, mentre autorizza in altre occasioni un rapporto aggressivo con il mondo a celebrazione dell’io. Entrambi gli aspetti di questo nesso vengono, a turno, continuamente riscoperti ed esaltati.

da Sulla fotografia. Realtà e immagine della nostra società – Vangeli fotografici, Susan Sontag, Einaudi, trad.di Ettore Capriolo

appunti per Trentasei e dieci vedute n.20

Pamina antropomorfa

L’arte che volesse rappresentare la vuota forma esteriore o la limitazione dell’individuale, sarebbe morta e insopportabilmente pedante. Noi non vogliamo certo vedere l’individuo, quanto piuttosto il suo concetto vivente. Ma se l’artista riconosce il lampo e l’essenza dell’idea creatrice che è in lui, allora raffigura l’individuo come un mondo a sé, come una specie, come un eterno archetipo; e chi ha afferrato l’essenza, può anche non temere il rigore e la severità, perché essa è condizione della vita.

da Le arti figurative e la natura, Friedrich W.J. Schelling, Abscondita, a cura di Giulio Preti con una nota di Fabio Minazzi

appunti per Trentasei e dieci vedute n.18

Ora, vicino alla morte, credo di essermi avvicinato per la prima volta al mistero della parola nelle poesie di Traumkraut.
Mi accade come al maestro della silografia a colori giapponese Hatsushika Hokusai, che a novant’anni, sul letto di morte, sospirò: “Se mi fossero concessi ancora dieci, anche solo cinque anni di vita, diventerei un artista perfetto!”
Già prima Hokusai aveva scritto: “Fino al mio cinquantesimo anno di vita ho fatto una quantità di disegni che non mi soddisfano. Solo all’età di settantatre anni ho compreso approssimativamente la vera figura e la natura degli uccelli, pesci, insetti e piante, e questo mi ha permesso di sperare che fino a ottant’anni avrei fatto ancora grandi progressi. A novant’anni penetrerò nell’essenza più intima di tutte le cose e a cento m’innalzerò certo a una perfezione superiore.
Questo scrissi all’età di settantacinque anni io, Hokusai, detto Gwakiyo-Rojin, il vecchio pazzo per il disegno”.
Chi non conosce il “Poeta ebbro” di Hokusai, che – inebriato di versi- sparge fogli al vento?
Questo poeta ebbro sono io, Yvan Goll, che la morte attende davanti alla porta.

da Erba di sogno, Yvan Goll, Einaudi, trad. di Lia Secci

(“Alcune frasi, ricostruite dalla breve prefazione di Traumkraut perduta o strappata da Yvan Goll, che egli lesse insieme con le poesie, sedici giorni prima della morte, ad Alfred Doeblin e a sua moglie, a Marcel Mihailovici e a me, seduti al suo capezzale nell’ospedale americano di Parigi” Claire Goll)

appunti per Trentasei e dieci vedute n.14

(visione di tutte le configurazioni analoga alla conquista delle visione stereoscopica)

izis bidermanas

In Rembrandt, la rappresentazione dei momenti espressivi si fa più chiara nei disegni e nelle linee appena abbozzate delle acqueforti che nei dipinti

(…)

Il punto di partenza o il fondamento della rappresentazione non è l’immagine, vista dall’esterno, dell’attimo in cui il movimento è giunto al culmine della propria rappresentazione, bensì vi è in esso, a priori, la dinamica di tutta la rappresentazione, come raccolta in unità.

(…)

è come se Rembrandt sentisse tutto l’impulso di una personalità raccolto in un punto, e lo sviluppasse, attraverso tutte le sue vicende e i suoi destini, fino al suo aspetto dato; al punto che, in modo del tutto corrispondente ai singoli movimenti, questo momento apparentemente singolo ci appare come se fosse divenuto tale a partire da un lontano inizio, e avesse concentrato in sé il proprio divenire.

da Studi su Rembrandt, Georg Simmel, Abscondita, a cura di Lucio Perucchi

appunti per Trentasei e dieci vedute n.13

 michael nash warsaw 1946

“Ricordi quand’eravamo più piccoli, e giuocavamo a Cesare e Pompeo, e com’io facea sempre Pompeo e tu Cesare, e Giulia la Pilla?”
“Sì, certamente, come potrei scordarmi d’un giuoco ch’empiva le nostre giornate?”      “Noi rimanevamo Tardegardo ed Orazio, e dando cominciamento a quel giuoco non sapevamo cosa quelle due fantasime avrebbero detto, né fatto: e pur una volta iniziato elle atteggiavansi da sè sole, senza che noi dovessimo meditar sulle parole e su’ gesti; Cesare e Pompeo riviveano d’una vita gelosamente lor propria, e noi eravamo quaj minatori, ch’estraevamo dalle lor pieghe, senza poterlo sapere, tante ascose verità. Lo stesso m’avviene scrivendo. Prima di stendere la mia scrittura io non so ancora cosa la mia Luna dirà, né donde trarrà le risposte, ma carta dopo carta, direbbe il padre Dante, io m’inluno, e veggo le cose dal suo punto d’osservazione, e dimentico Tardegardo, e scrivo secondo ella ditta”.

da Io venìa pien d’angoscia a rimirarti, Michele Mari, Cavallo di Ferro

appunti per Trentasei e dieci vedute n.12

adesivo13x13-01

Gli uomini che per primi segnarono un cammino tra due luoghi, portarono a termine una delle più grandi imprese dell’umanità. essi potevano andare e venire da entrambi i luoghi, avendoli collegati per così dire in modo soggettivo.

(…)

Il ponte, dunque, assume un valore estetico, non solo perché nella fattualità e nella soddisfazione di fini pratici stabilisce un collegamento di ciò che è separato, ma anche perché lo rende immediatamente visibile. Per collegare le parti del paesaggio il ponte fornisce all’occhio lo stesso sostegno che offre ai corpi rispetto alla realtà pratica. La semplice dinamica del movimento, nella cui realtà di volta in volta si esaurisce il “fine” del ponte, è divenuta qualcosa di visibilmente duraturo, così come il ritratto immobilizza il processo vitale, fisico e psichico, attraverso il quale la realtà dell’uomo si compie e per così dire raccoglie in un’unica visione stabile e senza tempo ciò che l’intero flusso e riflusso di questa realtà nel tempo mai si mostra né potrebbe mostrare.

da Ponte e porta. Saggi di estetica, Georg Simmel, Archetipolibri, trad.di Andrea Borsari e Cristina Bronzino

appunti per Trentasei e dieci vedute n.11

librerie a budapest

 

L’ipertrofia della memoria, da cui derivano la consunzione e il blocco della Storia, consiste nel dejà vu. Non più storici (ormai incapaci, cioè, di compiere azioni genuinamente storiche) sono gli uomini per i quali il presente sembra dipendere in tutto dal passato, come una eco dal suono originario. Ma nessun passato autentico è così autorevole da imporre una dipendenza siffatta. Nessuna sequenza di eventi realmente accaduti merita il blasone di archetipo inarrivabile e cogente. A sottomettere a sé i viventi afflitti da ipermnesia provvede, invece, uno pseudopassato. Soltanto un fittizio “c’era una volta” può esigere di venir riprodotto in ogni sua piega dall’attuale hic et nunc. A dir meglio: soltanto il “c’era una volta” fantasmagorico, che tiene banco nell’esperienza del dejà vu.

da Il ricordo del presente. Saggio sul tempo storico, di Paolo Virno, Bollati Boringhieri

appunti per Trentasei e dieci vedute n.10

Helen Levitt 1940

Ogni opera è lo specchio d’un altra. Un numero considerevole di quadri, se non tutti, assumono il loro vero significato in funzione di opere precedenti che vengono sia semplicemente riprodotte, integralmente o parzialmente, sia, in maniera molto più allusiva, incorporate.

da Un cabinet d’amateur, Georges Perec

appunti per Trentasei e dieci vedute n.9

sigismund blumann lady of the clouds 1920

IV

Non fu nostra la prima idea. Adamo
Nell’Eden fu padre a Descartes,
Eva fece dell’aria lo specchio per sé

E i propri figli. Si scoprirono in cielo
Come in uno specchio, una seconda terra;
Sulla terra si ritrovarono nel verde –

Abitatori di un verde forte abbagliante.
La prima idea non chiuse le nuvole in forme
Imitate. Le nuvole vennero prima di noi,

C’era un centro informe prima che noi respirassimo.
C’era un mito prima che il mito iniziasse,
Venerabile, e articolato, e completo.

Di qui sgorga la poesia: viviamo in un luogo
Che non è nostro, e, molto di più, non è noi,
Ed è cosa crudele malgrado i giorni di gloria.

Noi siamo i mimi. Le nuvole i nostri maestri,
L’aria non uno specchio, ma una semplice tavola,
Una coulisse marrone lucente, tragico chiaroscuro

E comico colore di rosa; in essa strumenti abissali
Eruttano come fossero semi i significati
Che imponendosi alla vita noi stessi doniamo.

da Note verso la finzione suprema – Deve essere astratta, Wallace Stevens, Arsenale Editrice, trad. di Nadia Fusini

appunti per Trentasei e dieci vedute n.8

M2

Rembrandt presta il suo volto all’espressione di ogni sentimento, ogni atteggiamento, ogni ruolo. Come aveva già notato Hoogstraten, l’artista tende a rappresentare se stesso nei panni di un altro, come se fosse un attore: è di volta in volta principe e mendicante, vittima e carnefice, incarnazione della gioia e della disperazione. L’onnipresenza dei suoi lineamenti manifesta la dissoluzione dell’io nell’umanità universale più che una fissazione sul proprio io: chiunque, non è più nessuno.

da L’arte o la vita! Il caso Rembrandt, Tzvetan Todorov, Donzelli Editore, trad. di Cinzia Poli