Category Archives: 13 agosto 1991

sino a tal punto essa cerca un che di proprio e noto

Davanti ai templi magnifici dei numi, presso gli altari
brucianti incenso, sgozzato cade talora il vitello
versando fuori dal petto un caldo fiotto di sangue:
ma per i pascoli verdi, priva di lui, vagolando
ravvisa in terra la madre l’orme stampate dal piede
bifido, mentre all’intorno scruta con gli occhi ogni luogo,
se possa scorgervi il figlio perduto, ed empie, fermandosi,
de’suoi lamenti la selva frondosa, e spesso ritorna,
trafitta da nostalgia del suo giovenco, alla stalla:
né i salci teneri e l’erbe che la rugiada ravviva,
e i noti fiumi che cadono dall’alte rive le possono
ricrear l’animo e togliere la subitanea ambascia:
e non la vista nei lieti pascoli d’altri vitelli
la può rivolgere ad altro e sollevar dall’ambascia:
sino a tal punto essa cerca un che di proprio e di noto.

da De rerum natura, Libro II, vv. “354-368, Lucrezio, Rizzoli, traduzione di Luca Canali

deliberato ottimismo

Fino alla fine degli anni Settanta avrei avuto il tempo di porre queste domande a mio padre. Ma siccome scoprii le lettere solo dopo la sua morte, e le lessi decenni più tardi, non ne ho avuto mai l’occasione. Dubito che avrebbe accettato di darmi qualche risposta. Non era uso parlare di vicende che lo toccavano nell’intimo, o che avrebbero potuto ferirlo. Il suo deliberato ottimismo e la sua avversione quasi giapponese a importunare gli altri con i propri sentimenti, con un dolore o una perplessità, non gli permettevano di mostrare una tale “debolezza”.

Una volta, poco prima che morisse, lo vidi respirare a fatica alla finestra del salotto. All’improvviso sembrò che non riuscisse più a prendere fiato, e si aggrappò alla maniglia della finestra come se soltanto in tal modo potesse evitare di cadere. Quando gli chiesi se aveva bisogno di qualcosa si rimise bene in piedi, inarcò la schiena, scosse la testa e riprese la conversazione con me dopo una pausa, della cui lunghezza probabilmente non aveva avuto coscienza. Niente, non aveva bisogno di niente, si era soltanto dimenticato di cosa stavamo discutendo.

da Gli amori di mia madre, Peter Schneider, L’Orma Editore, trad. di Paolo Scotini

Una chiamata

“Aspetta” mi disse, “corro fuori a chiamarlo.
Il tempo è bellissimo, ne ha approfittato
per estirpare un po’ di erbacce.”
Così lo vidi
in ginocchio accanto alla fila dei porri,
toccare, ispezionare, separare uno
dall’altro ogni gambo, strappare gentilmente
ogni stelo non rastremato, fragile, senza foglie,
compiaciuto di sentire ogni radice rompersi,
ma dispiaciuto nello stesso tempo…

Ora ascoltavo il grave
ticchettio moltiplicato degli orologi dell’atrio
col telefono incustodito nella quiete
di specchi e pendoli colpiti dal sole…

E mi trovai a pensare: se fossimo al giorno d’oggi,
così la morte convocherebbe Ognuno.

Poi parlò e quasi gli dissi che gli volevo bene.

da The spirit level, Seamus Heaney, Mondadori, trad. di Roberto Mussapi

a mio padre

Neanche con te che ora mi sorridi
con occhi nuovi in sogno
tra il viola delle nubi il giallo
asfissiante dei crisantemi –
lo slancio d’un volo che è finito,
neanche con te troverebbe le ali.
E mentre t’allontani (rimuori)
timido come da una riva ti guardo,
ti sorrido, dopo quanti anni?

da Sguardo dalla finestra d’inverno, Ferruccio Benzoni, All’Insegna del Pesce d’Oro

quanti riflessi fa quest’acqua verde

louis stettner central waiting hall 1958

Quanti riflessi fa quest’acqua verde
come una rete d’oro, una specie di rete
perché è il sole, in realtà, che fa il disegno.
I pesci infatti l’attraversano senza restarci
impigliati dentro. Tante cose passano in altre
e vengon fuori come corna di lumache,
come il filo nell’ago e l’ago nella stoffa, le macchine
dalle gallerie buie che poi torna la luce,
e i treni e il metro quando andiamo a Parigi
certains dimanches.

da Anna e Mélanie, Valentino Ronchi, Lampi di Stampa

Dello stesso

Umana cosa picciol tempo dura
E certissimo detto
Disse il veglio di Chio,
Conforme ebber natura
Le foglie e l’uman seme,
Ma questa voce in petto
Raccolgon pochi. All’inquieta speme,
Figlia di giovin core,
Tutti prestiam ricetto.
Mentre è vermiglio il fiore
Di nostra etade acerba,
L’alma nostra etade acerba,
L’alma vota e superba
Cento dolci pensieri educa invano,
Nè morte aspetta nè vecchiezza; e nulla
Cura di morbi ha l’uom gagliardo e sano
Ma stolto è chi non vede
La giovanezza come ha ratte l’ale,
E siccome alla culla
poco il rogo è lontano.
Tu presso a porre il piede
In sul varco fatale
Della plutonia sede,
Ai presenti diletti
La breve età commetti.

dai Canti di Giacomo Leopardi

congedo

La pioggia ha ripulito gli erti muri di case
io scrivo sopra l’arco di pietra bianca
e lievemente sento
rafforzarsi la mano stanca ai versi
d’amore, dolci eterni ingannatori.

Io veglio nella notte tempestosa sui flutti alti del mare!
E sfuggii forse alla mano amorosa
del mio angelo: ho ingannato il mondo, e il mondo me.
Vicino alle conchiglie, nella sabbia,
ho sepolto la salma.

Leviamo gli occhi ad un unico cielo –
e ci invidiamo la terra?
Perché Dio balenando ha trasmigrato ad Oriente,
travolto dall’immagine delle sue creature?

Io veglio nella notte tempestosa sui flutti alti del mare!
E quel che mi unì al giorno di riposo
della Sua creazione, è come un tardo stormo d’aquile
sparito in questo buio minaccioso.

Da Ballate ebraiche e altre poesie, Else Lasker-Schūler, Giuntina