All posts by milaaudaci

le carte del grande gioco

(…) là davanti, Courbet trotterellava e parlava poco, povero di respiro. Di tanto in tanto si fermava, con il bastone di agrifoglio dritto come un ragazzino. Ordinaire lo vedeva inclinare la testa e, col bocchino della pipa, tracciare nell’aria i contorni di una cornice. Cielo, rocce, acqua, alberi: le carte del grande gioco.

***

Courbet non ha mai attizzato la folla. Se saliva su una sedia era per cantare, non per gridare A morte!. Ha mostrato un’infinità di cose semplicemente vivendo come credeva. Nessuna geremiade sull’infelicità degli oppressi; l’amore astratto dei filantropi lo inorridiva, quel cuore addolorato che cola e si sparge sulle piaghe retoriche della gente di cui si ignora l’odore…
Courbet ha esercitato la sua libertà. Era ostinato. La sua politica? La libertà, per tutti, ossia il dovere di governare se stessi. Non biasimava niente. Non gli interessavano le rivendicazioni (non ci pensava nemmeno a chiedere qualcosa), Per il resto, e giorno dopo giorno, la sua filosofia consisteva nel non cedere nulla di quanto si può tenere. Passo passo, non lasciare nulla a ciò che mutila, priva, colonizza, sottrae, manipola, invade, sottomette, ostacola, attrezza, adatta, squadra. Il corpo è un campo di battaglia. La Natura è un campo di battaglia. Il realismo di Courbet è un contrattacco alla fiaba sociale, all’illustre modello di società, alla civilizzazione, al programma delle scuole delle classi assoggettate, al programma delle scuole delle classi dirigenti, alle raccolte di letture a uso delle fanciulle. Il realismo di Courbet lacera le scenografie dietro cui si rivolge il lavoro sporco, lacera le tele dipinte, le rose di puttini sopra i teatri, le fatine, i diavoli, le allegorie affrescate nelle scuole e nelle stazioni, dove si vedono le dee dell’industria e dell’agricoltura, gli splendori delle colonie e i prodigi della scienza.
Sul muro del suo atelier, a Parigi, Courbet aveva affisso una lista di regole:

1. Non fare quello che faccio io.
2. Non fare quello che fanno gli altri.
3. Se ti mettessi a fare quello che faceva Raffaello, non avresti un’esistenza tutta tua. Suicidio.
4. Fai quello che vedi e quello che senti, fai quello che vuoi.

da La chiara fontana, David Bosc, L’Orma Editore, trad. di Camilla Diez

Rilke a Ilse Erdmann

9 ottobre 1916

Cara Ilse,

(…) Al di fuori di una poesia, di un quadro, di una metafora, di una architettura o di una musica, la sicurezza si può raggiungere forse solo a costo di una ben precisa limitazione di sé, chiudendosi nel recinto di una porzione di mondo che si conosce e si è scelta, in un ambiente che ci è noto e comprensibile, nel quale sia possibile disporre di sé in modo efficace e immediato. Ma possiamo davvero desiderare una condizione del genere? La nostra sicurezza deve invece in qualche modo trasformarsi in una relazione con il tutto, con il mondo nel suo complesso; essere sicuri per noi significa conoscere l’innocenza del torto e accettare la capacità del dolore di tramutare in forma; significa rifiutare i nomi per onorare, come fossero nostri ospiti, i singoli collegamenti e legami che il destino nasconde dietro ogni nome; significa nutrimento e rinuncia fino a sprofondare nello spirito, (…) significa non sospettare di nulla, non tenere nulla a distanza, non considerare nulla come un Altro irriducibile, significa spingersi oltre ogni concetto di proprietà e vivere di acquisizioni spirituali e mai di possessi reali (…). Questa sicurezza tutta da osare accomuna le ascese e le cadute della nostra vita e in questo modo dona loro un senso. Accogliere la vastità dell’insicurezza: in un’infinita insicurezza anche la sicurezza diviene infinita.

Rilke

da La vita comincia ogni giorno. lettere di saggezza e commozione, Rainer Maria Rilke, L’Orma Editore, a cura di Marco Federici Solari

I broccoli, le fragole, l’uva e i pomodori sulla mia tavola

(…) La descrizione più completa dell’universo chiuso del caporalato non appare tra le denunce avanzate dagli ex-braccianti, ma nel corso di una conversazione telefonica intercettata dalle autorità inquirenti. Siamo agli inizi di marzo del 2006, l’inverno non è ancora finito, e Jacek Toryfter chiama la madre in Polonia. Jacek non è un bracciante. È lo “Jacek di Varsavia”, uno dei sorveglianti al servizio di Petro, il caporale ucraino. Riesce a parlare con la madre solo perché Petro gli presta momentaneamente il proprio cellulare (privilegio che mai e poi mai sarebbe stato concesso a un bracciante) e gli vende per cinque euro una scheda telefonica internazionale. Poiché l’utenza di Petro a quel punto, due mesi dopo le fughe di Piotr, Dawid e gli altri, è stata già posta sotto controllo, la conversazione, che dura parecchi minuti, viene registrata. È un dialogo che rivela un quadro piscologico e culturale fortemente contraddittorio. Jacek non è più un bracciante, ma non è ancora un caporale e, per quanto privilegiato, condivide le durissime condizioni di vita degli stagionali che deve sorvegliare. (…)

Madre: “Pronto”
Jacek: “Mamma sono io”
M: “Da dove stai chiamando?”
J: “Ho preso il telefono di un ragazzo che è qui. Siamo andati via dal posto in cui abitavamo prima, perché lì non si lavavano. Qui mamma si lavora almeno sei ore al giorno.”
M: “Ma tu cosa fai adesso?”
J: “Niente. Oggi sono andato a lavorare, domani dovremmo andare a tagliare i broccoletti. Mamma, qua si lavora sei ore e si guadagnano 3 euro all’ora…praticamente si guadagnano venti euro al giorno, A me non conviene proprio lavorare qui, in Polonia si guadagna di più. Se resto più tempo muoio, Mamma, qui c’è tanta umidità, una muffa che fa paura…”
M: “Oh, mio Dio!”
J: “Mamma, io voglio scappare di qua, perché qui sono come i maiali…”
M: “Ma con che cosa vieni?”
J: “Non lo so, con qualche autobus. L’importante è arrivare in città, poi da lì in qualche modo farò.”
M: “Torna, Jacek…”
J: “Mamma, qui hanno picchiato così tanto un ragazzo che stava qui con me che l’ambulanza ha dovuto portarlo via. Prima gli hanno detto che non lo avrebbero pagato per il lavoro fatto, poi hanno cominciato a levargli i soldi per la benzina (probabilmente intende dire per il trasporto sul luogo di lavoro), poi cento euro per il lavoro (cioè quanto spetta al caporale come provvigione). Alla fine ha guadagnato solo 300 euro, ma dopo aver sottratto tutte le spese, volevano dargli solo 50 euro. Lui si è arrabbiato e ha dato una spinta a quell’ucraino, quello di cui ti ho parlato, presso il quale lavoriamo. Siccome questo ragazzo è alto e grosso, l’ucraino non ha potuto fare niente, così ha chiamato degli altri. Erano bulgari o albanesi…Sono venuti qui in quattro con i bastoni e l’hanno picchiato di brutto. Poi è venuta l’ambulanza, l’hanno portato via. Hanno preso le sue cose e l’hanno portato via. Quelli che l’hanno picchiato hanno detto che erano state altre persone a farlo, che loro non ne sapevano niente. Invece è stato lui, l’ucraino, a organizzare tutta questa messa in scena con quei quattro animali…”
M: “…”
J: “Mamma, qui dove stiamo noi…c’è la merda, mamma, sai come si lavora qui? Il lavoro è pesantissimo, e non si riesce a lavorare più di sette ore di fila. Io sono forte, ma dopo aver finito il lavoro nei campi, riesco appena a camminare. Per 3 euro, mamma, io guadagno solo 80 zloty al giorno, che cosa sono 80 zloty? Con quei soldi devi pagare l’affitto, devi mangiare, e cosa ti rimane? 60 zloty al giorno, non di più, per quel lavoro…Sai mamma…sai in cosa consiste quel lavoro? Si portano dei cesti enormi sulle spalle, così enormi che non riesco a reggermi in piedi per trasportarli. A volte c’è il fango fino alle ginocchia.”
M: “Jacek, torna! Lascia quel lavoro e torna, io ti aspetto”
J: “Non mi sarei mai aspettato di trovarmi in queste condizioni. Prenderò le valigie e scapperò, tanto qui nessuno mi darà un passaggio. Lui non mi accompagnerà mai, perché lui vuole che io lavori qui ancora due settimane. Si prende i soldi e, se sa che vado via, non mi darà più niente. Sai, mamma, qui c’è la mafia, tra ucraini e russi. Io giro con la sua macchina, trasporto la sua gente, e per questo mi ha pagato un po’…Ma quel ragazzo che sta con me non è stato pagato per niente, riceve solo i soldi per mangiare…Invece io, i soldi che ho preso da lui dicendogli che mi servivano per mangiare, me li sono messi da parte. E così almeno ho 400 euro, altrimenti non avrei neanche quelli.”
M: “Jacek torna. Krzysiek ti darà un lavoro. Gli ho parlato io, ha detto che è disposto a darti 2000 zloty per iniziare…”
J: “Sì, ma io non lo so fare quel lavoro…”
M: “Ti insegnerà lui…Krzysiek dice ‘è un ragazzo sveglio. Gli insegnerò io il lavoro, bastano un paio di mesi. Signora, vedrà come lavorerà il ragazzo…’ . ”
J: “Mamma, io voglio lavorare. Qui nessuno guadagna, è uno schifo la povertà… da noi, nel paesino, la situazione è migliore…”
M: “Torna , Jacek. Krzysiek ha detto che vuole aprire una ditta, che qui c’è molto lavoro. Stanno costruendo delle case. Ha detto: ‘ Io, signora Jaszia, ho tanto lavoro…” . ”
J: “Lo sai che adesso sono venute delle persone nuove da Kielce? Quando arriva qualcuno intelligente dice subito di voler chiamare in ambasciata, così loro vengono con i carabinieri, con la polizia… Forse si può tornare in Polonia tramite l’ambasciata.”
M: “Ma tu vuoi andare via da solo o con qualcuno?”
J: “Anche un ragazzo che è qui con me vorrebbe andare via, ma non ha con sé il passaporto. Sai, mamma, Petro ha preso tutti i passaporti che erano nei borsoni, quando sono andati in campagna. Lui è entrato nella casa perché ha le chiavi – questi sono ruderi disabitati e abbandonati da cinquant’anni – e ha preso i passaporti. Siccome il passaporto lo porto sempre con me, non me l’ha preso, gliel’ho detto che mio passaporto non lo do a nessuno. Ma lui ha sequestrato i passaporti di tutti gli altri dicendo che dovevano lavorare almeno per una altro mese. Il ragazzo dice che andrà via anche senza passaporto. Andrà in ambasciata. Sai, anche lui non vuole stare qui. Qui, mamma, rimangono solo le persone che vivono come i serpenti.”

Lo scambio di battute illumina la profonda ignoranza dei mutamenti normativi.

(…)

Ma Jacek non scapperà mai. Continuerà a svolgere il compito di sorvegliante, prendendo la sua parte e dando il suo contributo al funzionamento di una macchina all’apparenza efficiente. La sua crisi, manifestatasi nel lungo dialogo con la madre, rivela che la macchina in realtà è corrosa e che come tutte le “istituzioni totali”, anche se informali, ha nei suoi stessi funzionari e guardiani il proprio punto debole. Dopo la fuga di Piotr e dei suoi compagni, Jacek ha continuato a controllare e a scorrazzare per il Tavoliere altre decine di braccianti. È rimasto fedele a Petro, il suo capo ucraino, fino alla fine.

 

Un Io sovrappeso

Ripassiamo alcuni dei versi iniziali della Commedia: “Io non so ben ridir com’i’v’intrai, /tant’era pien di sonno a quel punto/che la verace via abbandonai” (Inf. I, 10-12). Agire bene significa essere ben svegli e dare realtà al mondo, non separarsi dagli altri, rispettare un nucleo inviolabile, sacro della persona; agire male significa sottrargliela, anche solo per disattenzione o per abbandono al dormiveglia dell’inerzia morale. E la pena è maggiore per chi toglie realtà a una persona cara, a qualcuno con cui abbiamo stabilito un’intimità. Non so se l’ideale della paideia, su cui si edificò la società ateniese e poi l’intero Occidente, si sia esaurito. Certo uno dei suoi compiti primari consisteva nel trasmettere, soprattutto attraverso l’esempio, non tanto dei valori – sempre un po’ retorici-, quanto una nozione sufficientemente chiara di ciò che è reale e ciò che non lo è.
Come ho anticipato, l’intera riflessione di queste pagine su reale e irreale è ispirata tra l’altro a Pasolini, che si portava in tasca, quasi come un amuleto, il saggio di Erich Auerbach sul realismo, e che con l’ombra gigantesca di Dante si è confrontato, senza evitare qualche megalomania, in tutta la sua opera letteraria e cinematografica (si pensi al suo tentativo velleitario di riscrivere la Commedia con La Divina Mimesis e poi in Petrolio ecc.). Non mi avventuro in filologia dantesca. Solo vorrei sottolineare, rileggendo la Commedia, la figura di Dante come classico contemporaneo. Proprio lui, così avverso alla modernità, alla nuova civiltà  degli scambi commerciali e della metropoli, così nostalgico di un ordine medievale sancito dalla chiesa e garantito dall’impero. Eppure sento che in ogni pagina Dante rivolge continuamente un appello urgente al lettore, alla sua capacità di modificarsi e “di convertirsi” a una vita nuova In Guardini leggiamo: “Un pensiero profondo nella Commedia assimila il male alla pesantezza. Diventare cattivi significa pesare”(1). Già, si sprofonda verso il basso, proprio perché chi non dà realtà agli altri poi la realtà la trattiene tutta in sé, in eccesso, e diventa intollerabilmente pesante. Il suo Io è sovrappeso.

da Il bene e gli altri. Dante e un’etica per il nuovo millennio, Filippo La Porta, Bompiani, 2018

(1) Romano Guardini, Dante, Morcelliana, Brescia, 1999, p.284

Dedicato al terzo-istruito di Michel Serres, a Elio e a Marta

IL GENIO E L’UNIFICAZIONE

Il “colpo d’occhio” del genio (P 1850-56) unisce filosofia e poesia perché il genio è unificazione.
Quando l’esattezza analitico-matematica della ragione è separata dalla poesia – nel senso che è separata dal conoscere per propria esperienza la natura – l’esattezza “erra per necessità” (P 1853). “L’esattezza è buona per le parti, ma non per il tutto” (ibid.) e per conoscere “i rapporti”: sembra “buona” e vera quando le parti sono “separatamente considerate”.
Si tratta di una bontà e verità apparente, perché il tutto, ottenuto accostando le parti “separatamente considerate”, appare contraddittorio (cioè mostra “mille difficoltà, contraddizioni, ripugnanze, assurdità, dissonanze e disarmonie”, (P 1854), – i molti modi, questi, in cui si presenta la contraddizione), appare un sistema falsissimo di parti verissime, o (= ossia) che tali col più squisito ragionamento si dimostrano (cioè sembrano), considerandole segregatamente”.
Questo effetto deriva dall’ignoranza de’rapporti, parte principale della filosofia, ma che non si ponno ben conoscere senza una padronanza della natura, una padronanza ch’essa stessa vi dia, sollevandovi sopra di se, una forza di colpo d’occhio, tutte le quali cose non possono stare e non derivano, se non dall’immaginazione e da ciò che si chiama genio in tutta l’estensione del termine” (P 1854-55).
L’unità dal molteplice, la totalità e i rapporti che uniscono le parti nella totalità, non possono essere il risultato – la “sintesi” – di un’analisi che considera separatamente le parti, come avviene nella moderna ragione matematica (“il filosofo esatto, paziente, geometrico, si affatica indarno tutta la vita a forza di analisi e sintesi” (P 1856).
L’analiticità, in quanto è l’essere sciolto del finito dall’infinito, non è l’analisi in cui la ragione moderna considera separatamente le parti. Infatti il finito è veramente sciolto dall’infinito, perché l’infinito non esiste, e solo l’illusione unisce il finito all’infinito: il suo essere così sciolto appare nella visione della verità che è presente nel genio. Invece l’analisi, in quanto separazione e isolamento delle parti, è operata dalla visione della verità, in quanto ragione moderna, cioè in quanto essa stessa separata e isolata dalla poesia, e dunque in quanto non verità.

IL COLPO D’OCCHIO

La vera visione dell’unità al molteplice, della totalità delle parti, dei rapporti che uniscono le parti nella totalità dev’essere quindi qualcosa di immediato: “l’occhiata onnipotente” (P 1859),  il “colpo d’occhio”, il “lampo improvviso” (P 1856), l’intuizione immediata che scaturisce non dal tipo di mentalità che si chiude nella parte isolata, ma da una natura umana aperta al lampo improvviso che attraversa e illumina tutte le parti.
Essa è aperta al lampo improvviso, perché, “eccelsa” (Palinodia, v.87; cfr.XIII, III, 4), sta al di sopra del rimanere chiusi nelle parti, “è situata su di una eminenza” (P 1855), l’eminenza in cui deve trovarsi la “nobile”, cioè gnobilis, riconoscibile, “eccelsa”, natura del genio (anche se “il genio non può essere né giudicato, né sentito, né conosciuto, né apercu che dal genio” (P 3385): “l’uomo caldo di entusiasmo, di sentimento, di fantasia, di genio, e fino di grandi illusioni, situato su di una eminenza, scorge d’un occhiata tutto il laberinto e la verità che sebben fuggente non se gli può nascondere” (P 1855).
Il genio non è soltanto “l’occhiata” che scopre la verità, ma è insieme la “forza” (P 1854-55, riportato nel par.4 che porta e situa sulla “eminenza” da cui è possibile gettare il colpo d’occhio: la “forza di colpo d’occhio”(P 1854): il calore, l’entusiasmo, il sentimento, la fantasia con cui il genio vede ed esprime la verità, tenendosi in alto. è la forza della natura, cioè dell’illusione. Volendo esistere ed essere felice, la natura (l’esistenza) è una forza che spinge in alto, “sollevandosi al di sopra di se” (ibid.), cioè al di sopra del nulla; e il genio è il punto più alto a cui tale forza conduce.
Il colpo d’occhio – il lampo improvviso che appare nel colpo d’occhio e in cui si illumina la verità – è reso possibile dalle “grandi illusioni”  e dall’ “immaginazione” del genio. Giacché è pur sempre illusione, proprio perché è “natura” (e “piano della natura”), la forza che fa barriera contro la nullità delle cose – la nullità che, peraltro, nel colpo d’occhio appare al centro della verità.

da L’eminenza del genio, in La matematica e il genio, in Il nulla e la poesia. Alla fine dell’età della tecnica: Leopardi“, Emanuele Severino, Rizzoli, 1990

Generazione dell’aurora

Puzzolente dell’untume della lana dei montoni,, inzaccherata del latte cagliato attorno ai formaggi che gocciolano su graticci, la caverna nella quale dorme il Ciclope, oscura, si difende dagli sguardi: ma il gigante irsuto e selvaggio, da parte sua, vede più e meglio, perché ha un solo occhio, in mezzo, da dove esce un raggio laser. I gabbieri di Ulisse hanno un bel rintanarsi nei cantoni: le zampe villose del mostro li scovano e li portano, palpitanti, a quell’altro suo buco, la bocca insanguinata.
Chi saprà cauterizzare quella luce implacabile? Chi chiuderà questo secondo pozzo a strapiombo della gola? Un uomo chiamato Nessuno. Ha errato attraverso i mari e al largo delle isole per un tempo così lungo da avervi perduto tutto, vascelli e sandali, la tunica, i progetti, al punto che persino il suo nome, ora, lo abbandona. Egli non conta più nulla.
Il mostro guercio chiaroveggente che vede anche in un locale buio, potente come la montagna sotto la quale dorme, porta un nome, che ne esprime insieme molti: Polifemo. Polifemo vuol dire: che parla a profusione, del quale si parla ovunque, aedo, illustre e fertile di argomenti. Egli conta molto. Tutta la sua gloria gli esce dall’occhio. Più ancora, il suo nome comune di Ciclope significa: circolare, occupante tutto lo spazio, in accerchiabile. Distinguendo tutto alla luce dell’occhio circolare e tenendo il linguaggio con la bocca insaziabile, si circonda di pecore e arieti, di discepoli, di ammiratori, di luogotenenti, di soggetti, di schiavi, di facchini fedeli, con il capo chino a terra, esclusi dall’uso dell’intelligenza.
Il lucore unico emanato da un buco alimenta il secondo buco, avido.
Nessuno, l’errante, non ha nome: l’enciclopedista Polifemo disone di centomila parole squillanti o rigorose (in greco polyphemos significa “dalle molte voci”).

Ma chi dunque parla senza sosta, canta ai banchetti, negozia, arringa, maneggia, incontestabile esperto delle lingue? Ulisse. E di chi si parla fin dall’epoca della guerra di Troia? Di lui, cento volte più che dei vincitori e dei ciclopi. Chi naviga circolarmente, visita tutti i mari e le terre conosciute? Lo stesso. Chi non può mai fare a meno dei compagni, di rivali, di corte? Ulisse.
Chi dunque porta il nome del Ciclope Polifemo? Ulisse in persona.
Quando il navigatore cauterizza il gigantesco sguardo, al centro, con lo spiedo aguzzo, egli acceca dunque se stesso. Fora il suo vero occhio, posto tra gli atri due già spenti: l’ombra succede alla luce nel mezzo dei due fuochi. Cancella Polifemo, il suo nome letterario, il soprannome acquistato con la fama, non per adottare un altro nomignolo, ma per rinunciare a tutti: eccolo, invisibile, Nessuno. Lascia la gloria e la potenza, il fuoco e la montagna, gli agnelli belanti, e fugge dall’antro sotto il ventre di un ariete lanoso, inafferrato, non visto. Nessuno lo vede rinascere dal buco nero della grotta, grazie a un parto invisibile e animale.
Egli abbandona la lucidità integrale, la scienza circolare e totale, il dominio del linguaggio, il potere feroce sugli uomini, i titoli enfatici, perde la forza per acquistare l’umiltà: più che bestia, sotto la bestia a quattro zampe e a testa bassa. Nessuno. Eccolo infine scrittore, creatore, artista, o per lo meno sul cammino austero che porta a questo mestiere.
Irsuto, insaziabile, nutrito di carne ovina e umana, perfido, vanitoso, inestinguibilmente dominatore, il primo doppio di Ulisse brucia nell’ebbrezza della gloria, semidio potente che sostiene la montagna, più che olimpico. Il nuovo depone questo scarto, questo rifiuto accecato per rinascere nella caverna mortale con un secondo soprannome cancellato: Polifemo divenuto Nessuno, ecco l’autore autentico, buco assente dell’opera bella. Egli non conta più.
Ha forato anche il suo occhio centrale.
Ulisse, in questo momento, firma l’Odissea.
Dicono che Omero non vedesse. Quale palo bruciato, quale penna aguzza forarono i suoi occhi?
Chi, secondo voi, può riconoscere che il colore rosa dell’aurora accarezza come dita, chi, se non un cieco chiaroveggente?

da Il Mantello di Arlecchino, Michel Serres, Marsilio

Aiuta Nosa a realizzare la sua Collezione Primavera-Estate 2018

Nosa è uno stilista e sarto nigeriano di 20 anni, conosciuto dalle volontarie del gruppo Baobab 4 jobs  un anno fa: presentatosi per redigere il CV, fin da subito ha manifestato l’ambizione di trasformare la passione per il disegno, il taglio e il cucito in una professione.

I fondi saranno utilizzati per l’acquisto delle stoffe necessarie a realizzare la Collezione Primavera-Estate 2018 e per Nosa è necessario raggiungere l’obiettivo entro il 5 aprile.

Sabato 28 aprile alle 18 la Collezione di Nosa sarà presentata alla Libreria Libri Necessari , nel corso di una sfilata e mostra-mercato personale, che vedrà gli abiti dello stilista indossati da volontarie e volontari dell’Ass.Baobab Experience, che l’hanno seguito in questo percorso di autodeterminazione.

Per ringraziarti, Nosa ha deciso di:

– offrire in omaggio una busta porta-libro realizzata con uno scampolo, per ogni donazione di 15 euro;

– di offrire uno sconto del 10% su ciascun capo acquistato, per ogni donazione di 25 euro ;

– di offrire uno sconto del 20% per ciascun capo acquistato, per ogni donazione di 50 euro.

***
NOSA is a 20-year-old, Nigerian fashion designer and tailor whom the Baobab volunteer group Baobab 4 Jobs met a year ago, when he presented himself to have his CV drafted. He immediately expressed his ambition to transform his passion for designing, cutting and sewing into a profession.

The funds will be used for the purchase of the fabrics needed to make Nosa’s 2018 Spring-Summer Collection and the target must be reached by April 5th.

Saturday 28 April at 6 pm, Nosa’s collection will be presented at the Libri Necessari book store, during a fashion show and a personal trade show, in which the designer clothes will be worn by Baobab Experience volunteers, who have followed his path of self-determination.

To thank you, Nosa has decided to:

-offer a free book bag made of remnant cloth, for every donation of 15 euros;

-offer a discount of 10% on each purchased item, for each donation of 25 euros;

-offer a discount of 20% for each purchased item, for each donation of 50 euros.

Per contribuire con una donazione:

https://www.gofundme.com/nosa-collezione-2018

Dal sito di Baobab Experience:

#OpenArms #AvecBenoit

Vorrebbero vederci inermi, senza speranze, impauriti, succubi di una “sindrome di accerchiamento”, alimentata ogni giorno con nuovi attacchi, nuovi fantasiosi elementi contro chi cerca di salvare vite, come in mare così in terra.
Dopo i tentativi di estorsione della guardia costiera libica per i salvataggi, il carosello politico e giudiziario nostrano invece di prendersela con gli estorsori, da circa un anno tenta di screditare il lavoro prezioso delle organizzazioni non governative impegnate nei soccorsi in mare, gettandole, in un clima diffuso di sospetto, verso una china giustizialista che auspichiamo reversibile.

“Le navi delle ONG si spingono troppo vicino alle coste libiche e rappresentano un fattore di attrazione per i migranti” “Le ONG portano i migranti in Italia perché vogliono alimentare il business dell’accoglienza”. Sono solo alcune delle accuse più gettonate dalla nuova inquisizione che hanno portato all’apertura di un fascicolo negli uffici del procuratore distrettuale di Catania, Carmelo Zuccaro.
Non era bastata l’ accusa generica di Frontex, l’agenzia europea della guardia di frontiera e costiera, verso le ONG di essere un “fattore di attrazione” per i migranti in fuga dalla Libia, ci voleva un super giudice a marchiare il soccorso in mare e la solidarietà verso persone disperate in fuga, come “associazione a delinquere per il favoreggiamento dell’immigrazione clandestina”.
Sembra inverosimile ma è ciò che è accaduto all’equipaggio dell’Associazione Umanitaria iberica Open Arms, nel nostro cattolicissimo e misericordioso Paese, di rientro a Pozzallo dopo una disperata missione di salvataggio che ha strappato ai lager libici 218 persone: molte donne, bambini e malati con urgente bisogno di cure mediche. Associazione umanitaria che pur di poter continuare a svolgere la propria missione aveva sottoscritto anche il codice Minniti.
Cosa farà Zuccaro, indagherà anche sul Ministro degli Interni?
Il procuratore distrettuale, invece, dovrebbe studiare meglio le leggi che tenta di applicare, in modo lesivo e incoerente: nei soccorsi in mare, infatti, viene applicata la convenzione di Amburgo del 1979 secondo cui lo sbarco deve avvenire in un “porto sicuro” anche dal punto di vista dei diritti garantiti alle persone soccorse, non solo nel porto più vicino. Le organizzazioni impegnate in tali attività devono garantire ai naufraghi la possibilità di richiedere asilo e di ottenere un’accoglienza dignitosa, cosa che non sarebbe possibile nei paesi frontalieri come la Tunisia l’Algeria il Marocco ecc. Inoltre nello stesso Testo Unico sull’Immigrazione, all’articolo 12.2, dove si trova la dicitura “non costituiscono reato le attività di soccorso e assistenza umanitaria prestate in Italia nei confronti degli stranieri in condizioni di bisogno comunque presenti nel territorio dello Stato”, non ci sono riferimenti alle acque internazionali.

Citando questi articoli di legge ci chiediamo quale sia quindi la violazione che alimenta questo teorema giudiziario. Ma oltre la legge, che auspichiamo torni a servire la Giustizia, in questo scenario da incubo, vogliamo anche ricordare le migliaia di vite salvate e le operazioni che hanno permesso di vedere da vicino quanto accade in mare o in Libia, lontano da occhi indiscreti. Ed è forse proprio questa testimonianza diretta che rende “scomodo” il ruolo e la presenza delle ONG nelle acque del Mediterraneo. Queste incriminazioni, volendo usare le parole di Arjan Hehenkamp, ​​direttore generale di Medici senza frontiere, sembrano “un tentativo d’intimidire e screditare” il loro operato e di ridurre i finanziamenti a favore di questo tipo di attività. Attività di soccorso ma ciò che forse spaventa di più, di testimonianza.

“Vedere gli stranieri derelitti, coi bambini in spalla, e i poveri bagagli, arrancare verso i porti e le coste in cerca di trasporto (…) Vi piacerebbe allora trovare una nazione d’indole così barbara che, in un’esplosione di violenza e di odio, non vi conceda un posto sulla terra, affili i suoi detestabili coltelli contro le vostre gole, vi scacciasse come cani, quasi non foste figli e opera di Dio, o che gli elementi non siano tutti appropriati al vostro benessere, ma appartenessero solo a loro? Che ne pensereste di essere trattati così? Questo è ciò che provano gli stranieri. Questa è la vostra disumanità”.

Nel 2018 mai ci saremmo aspettati di dover citare Shakespeare, invece di un Giudice, a sostegno della nostra causa ma lo scoramento e il senso d’impotenza è così grande che cerchiamo ovunque un faro acceso verso un porto sicuro per questa umanità sotto attacco, quella che fugge da guerra e miseria e quella costretta a subire una Giustizia non più degna di questo nome. Anche al confine con la Francia infatti l’accanimento verso i solidali è surreale, anzi infernale. Come l’arresto della guida alpina Benoit Ducos, incriminato per favoreggiamento all’immigrazione clandestina per aver portato in ospedale una gestante in travaglio. La sua colpa? Averla trovata dispersa a 1850 mt sulle Alpi, straniera senza più terra senza più forze.
(http://www.adnkronos.com/fatti/esteri/2018/03/19/salva-migrante-incinta-guida-alpina-sotto-accusa_ih2aOBfsgMu1Ywy7WiHgVM.html)

In un clima politico esacerbato e incerto con Matteo Salvini che minaccia di “denunciare il governo italiano” per aver soccorso migliaia di persone al largo della Libia e Beppe Grillo che sul suo blog aziendale fantastica sul “ruolo oscuro delle ONG”, gli operatori umanitari ormai sono alla berlina e questo non può che preoccupare sul destino dei diritti umani in Italia e in Europa.

Vorrebbero vederci inermi, senza speranze, impauriti ma non ci fermeranno perché la nostra barca, per quanto sembri fragile, ha il vento in poppa e l’orizzonte aperto di chi crede possibile ogni impresa e accoglie l’altro, nonostante le difficoltà e gli ostacoli, a braccia aperte.

Derriere le Miroir

Se gli incontri avessero una forma e, tra i nostri, ne considerassimo uno a caso, la sua figura avrebbe dimensione compresa tra due e tre: di volume nullo, tuttavia di lunghezza infinita, perché infinita è la distanza che ci separa. E, come nel tratto di costa omoteticamente frastagliato, vedremmo ripetersi in un’alternanza senza fantasia: della testa, r volte l’inclinazione a destra; della stessa, n volte il buttarsi indietro in una risata; o volte uno sguardo con intenzione a mento basso; p volte la distensione della mano ad illustrare un’altezza pasquale; q volte una digitonegazione; r volte un congedo.

da Contemplazioni e zzz, Carmela Moscatiello