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La civetteria della tua unghietta

La civetteria della tua unghietta
di morto, che viene a cercare
il remoto verde del mio ramo,
io tollero, anzi reclamo.

La commedia è rovesciata e tu
sei Portinari che torna e cerca
un po’ di vita, sperandola
leggera, mondana.

Ma il verde presto vira al blu,
il blu al nero pesto:
così,  Agafio, il tuo gomito  non torna
al centro della soglia.

da Contemplazioni e zzz, Carmela Moscatiello

 

Chihuahua 194,
Cal. Roma, Mexico D.F.

Caro Henri,

grazie per la sua lettera –Sono d’accordo che si pubblichi En Bas, MA mi creda che non c’è stato nessun “malinteso” fra noi – Forse non ha capito la mia irritazione, che provo ancora, Non sono più la ragazza Incantevole che è passata a Parigi innamorata – Sono una vecchia signora che ha vissuto molto e sono cambiata –  se la mia vita vale qualcosa, io sono il risultato del tempo – Dunque non riprodurrò più l’immagine di prima –  Non sarò mai pietrificata in una “giovinezza” che non esiste più – Accetto l’Onorevole Decrepita attuale – quello che ho da dire ora è senza veli quanto è possibile – Vedere attraverso Il mostro – Lei lo capisce questo? No? Pazienza. In ogni modo faccia quel che vuole con questo fantasma –

a condizione
che pubblicherà
questa lettera come prefazione.-

Come una vecchia Talpa che nuota sotto i cimiteri mi rendo conto che sono sempre stata cieca – cerco di conoscere La Morte per avere meno paura, cerco di vuotar via le immagini che mi hanno resa cieca –

Le mando ancora molto affetto e la bacio attraverso la mia Dentiera (che tengo accanto a me, la notte, in una scatoletta di plastica celeste)

NON HO PIÙ NEANCHE UN DENTE

Leonora

 

P.S. Se i giovani mi dicono ora che ho lo Spirito giovane mi offendo-

Ho lo SPIRITO VECCHIO

Cerchi di capirlo –

dalla Prefazione dell’A. a Giù in fondo, Leonora Carrington, Adelphi, trad. di Ginevra Bompiani

19imo SGOMBERO A PIAZZALE MASLAX

ore 7.30

Ecco come Roma si prepara per la Giornata Mondiale del Rifugiato (20 giugno 1951-20 giugno 2017):

19imo sgombero in corso oggi a Piazzale Maslax.

Ai link sotto è possibile apprezzare la causa di future sanzioni per violazione di diritti umani internazionali:

 

 

ore 12.30:

Aggiornamento da Baobab Experience:

Il mandato dello sgombero deriva direttamente dalla questura. Non avevano alcun mandato di sequestro dei beni. Abbiamo minacciato di denunciarli e ci siamo seduti per terra per bloccare l’accesso all’Ama. Sono intervenuti anche i senatori Luigi Manconi e Massimo Cervellini ,Stefano Fassina
L’Ama si è allontanata, la questura ha chiamato in causa Ferrorie delle Stato, proprietari del piazzale, intimando di chiudere l’area.
Sono tornati alcuni ragazzi da via Patini dichiarando che per poter essere rilasciati sono stati obbligati a firmare un documento di cui ignorano il contenuto perché non c’era nessun mediatore presente.
Stato di polizia.
Abbiamo filmato le dichiarazioni. Seguirà denuncia
#iostoconilbaobab #latendaèmia

(…)

Recentemente i miei rapporti con l’ambienza sono stati offuscati da qualche nuvolone moraleggiante, dato che le seggiole giubborossistiche insufflano, tramite il condotto intestinale, nell’anima dei seduti, la disposizione a occuparsi con giusto rigore agli affari del prossimo: e la precingono del laticlavio di sufficienza sive autarkeia.
In quella nicchia ogni più raro fante[1] si sente santo, e nimbato di un alto silenzo e’ fa pùf pùf con la sigheretta, ciài una sigaretta, mi dài una sigaretta, prestami una sigaretta, ecc. ecc. = A procurarmi qualche urticazione è valsa la mia simpatia (letteraria) per il poeta delle ortiche, cioè Dante: (non Dante Alighieri ma Dante Giampieri, da San Miniato, quello del Carducci e delle cicale che non frinivano ma viceversa cantavano). Il Giampieri è un taciturno e povero insegnante amico di Piero Santi: esecrato dai direttori di riviste: che dispongono di ben altri poeti, come tu vedi, e che interpellano per l’accettazione il corpo completo delle loro Sibille. Le Sibille hanno decretato che Dante non vale nulla: anche se fosse,  dico io, musica di provincia, musica di operetta, o non c’è chi ama le operette? Una tesi di laurea sulle “operette” sarebbe, come corrispettivo di vita, qualche cosa di più importante che una tesi di laurea su la poesia di Falla-a-buon-mercato[2].

(…)

se le mie scarpe non fossero più vergognose di quelle di Beethoven e la mia casa non vedesse girare in pigiama il Rosamarcello e la menopausa della su’ signora e donna! I lavori polluti dal Marcello (piccolo borghese adorno del senso del diritto e di forza d’animo di tipo italiota-rivendicativo) non trovano burro di cacao valevole a imbesciamellargli l’esulcerato ano. Per sbrattar la casa da così eccitante pigiama, bisognerebbe essere un membro della direzione del Partito d’Azione, Raffaello Ramat o Piero Pantalamandrei in persona. Ma io non Piero io non Raffaello sono, e devo rassegnarmi ad essere il Calapantalamandrei del nuovo jus della res pubblica de’ mia zebedei. Bà.

 

(…)

dalla lettera di Carlo Emilio Gadda a Gianfranco Contini del 10 dicembre 1946

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[1] Alludo a pittorastri, scrittorelli, ecc. (nota dell’A.)

[2] Allude a Luigi Fallacara, scrittore e poeta di potere (nota di Mila)

Solstizio d’estate VII

Nel piccolo giardino il pioppo.
Il suo respiro conta le tue ore
giorno e notte,
clessidra che il cielo riempie.
Al rafforzarsi della luna le sue foglie
fanno scivolare passi neri sul muro bianco.
Al limite sono i radi pini
poi marmo e luminaria
e uomini come son fatti gli uomini.
Ma il merlo trilla
quando viene a bere
e senti a volte tubare la tortorella.

Nel piccolo giardino, dieci passi,
puoi vedere la luce del sole
cadere su due garofani rossi
un ulivo e un gramo caprifoglio.
Accetta chi sei.
La poesia
non immergerla nei platani profondi
nutrila di quella terra e di quella roccia che hai.
Il più
scava sul posto per trovarlo.

1966

Giorgio Seferis

da “Poesia. Mensile di cultura poetica”, Anno III – Numero 25, Gennaio 1990, Crocetti Editore, poesia tradotta da Mario Vitti

L’armata

Una notte nel transito dei carri
ci desterà un odore di acciaio
parole guaste, tonfi di cavalli
sudore amaro, vento di pennacchi.
Udremo scalpicciare i chiusi armigeri
sotto le voci rare
e un rullio di carriaggi dal largo
zittire i siti.
Così avverrà il passaggio dell’armata.
Nella piazza schiacciata
ci incontreremo all’alba ammutoliti.

da L’erba bianca, Giorgio Cesarano, Schwarz Editore

Stamattina alle 7 i volontari di Baobab Experience si sono trovati ad affrontare un altro sgombero del presidio Baobab Experience a Piazzale Maslax e 80 migranti transitanti, dei 150 attualmente ospiti al campo informale, sono stati portati alla questura per l’identificazione. Polizia (auto+blindati+pullman), unitamente ai carabinieri (auto+blindati), hanno schierato un dispiegamento di forze tale che, se ciascuno di questi lavoratori fosse stato collocato alla scrivania dell’unico ufficio immigrazione di Roma, a Via Patini, non è facile immaginare quante procedure per asilo politico e relocation sarebbero avviate.

Naturalmente non manca l’AMA, in prima linea a far piazza pulita da tende, coperte, sedie e tavoli donati dalla cittadinanza, oltre ai documenti, ai soldi e agli effetti personali dei migranti.

La strategica operazione antiterrorismo di polizia e carabinieri al presidio Baobab mi ha ricordato quei loro colleghi che a Piazza Vittorio, tra uno sguardo e l’altro al cellulare, fermano le macchine guidate da donne sole o anziani con il cappello.

Più o meno ognuno di noi è legato ai racconti, ai romanzi, che gli rivelano la molteplice verità della vita. Solo quei racconti, letti a volte come in delirio, lo pongono davanti al destino. Dobbiamo dunque cercare appassionatamente cosa possa essere un racconto, come orientare lo sforzo attraverso il quale il romanzo si rinnova o, meglio, si perpetua.

La preoccupazione delle tecniche nuove, che compensino la sazietà delle forme conosciute, pare dominare qualsiasi riflessione. Ma non riesco a spiegarmi – se vogliamo proprio sapere cosa un romanzo possa essere – perché non si individui subito e non si sottolinei quella che dovrebbe costituire la base per una vera ricerca. Il racconto che rivela le possibilità della vita non richiama necessariamente, ma può richiamare, un momento di rabbia, senza il quale l’autore resterebbe cieco a quelle possibilità eccessive. Ne sono convinto: solo la prova asfissiante, impossibile dona all’autore il mezzo di spingere lontano la sua visione, di andare incontro alla attesa del lettore stanco dei limiti angusti imposti dalle convenzioni.

Come si può perdere temo su libri alla cui creazione l’autore non sia stato manifestamente costretto?

Ho formulato il mio principio. Rinuncio a tentar di giustificarlo.

Mi limito a fornire qualche titolo che risponda alle mie affermazioni (qualche titolo…potrei fornirne altri, ma il disordine è la misura delle mie intenzioni): Cime tempestose, Il processo, À la recherche du temps perdu, Le rouge et le noir, Eugénie de Franval, L’Arrête de Mort, Sarrazine, L’Idiota…

dalla Prefazione dell’A. a L’azzurro del cielo, Georges Bataille, Einaudi, trad. di Oreste Del Buono

Mitopoiesi di M.

 Come siamo abituati a immaginare l’esercizio di una professione, di un mestiere, di un’attività produttiva?

 Nella millenaria storia dell’uomo, dalle primitive forme di pastorizia e agricoltura, fino ad arrivare ai manager della City e agli yuppies di Wall Street (senza dimenticare tutti i luoghi delle possibili incarnazioni dell’operaio a partire dalla rivoluzione industriale, dal Falansterio alle presse dell’Ilva),  l’idea del lavoro si è indissolubilmente legata, se non alla fatica e allo sfinimento, quanto mano al movimento, all’azione, all’opera che testimonia la laboriosità dell’individuo.

 M., al contrario, si guadagna da vivere stando ferma, quasi immobile. Certo, nella libreria che divide con il suo socio nel centro di Roma, ogni tanto si alza dallo sgabello: negli scaffali cerca i libri che i clienti le chiedono, li sistema e cataloga, oppure prepara le scatole per i mercati della domenica; ma la sua occupazione si svolge sostanzialmente mediante il silenzio e la fissità, discrezione passiva che è si un invito per il lettore a una libera scelta, ma anche una forma di pudore per l’inconscio filo rosso che la collega alla serietà di un mestiere e una tradizione antichissima.

 Date le premesse, quei mille euro portati a casa ogni mese, sono per lei tutto e niente: parecchio se rapportati a un’impresa antieconomica in tempo di editoria digitale, kindle e dominio dei grandi marchi, poco per sentirsi soddisfatta del contributo dato alla famiglia. Ogni giorno M.  sperimenta, attraverso la sua complicata relazione con il denaro, l’effetto della consapevole scelta di collocare la propria attività imprenditoriale al di fuori dei meccanismi seduttivi del commercio moderno; da qui la difficoltà di instaurare un rapporto “funzionale” con i soldi e lo scomodo e invadente senso di gratitudine verso chi la sostiene stabilmente, oltre l’impossibilità di liberarsi dal pensiero quotidiano di dover fronteggiare i bisogni e far quadrare i conti, unico effettivo cedimento della propria tenace autonomia e indipendenza.

 Ma a bordeggiare tra l’ansia delle privazioni e lo spettro dell’indigenza da una parte, l’acquisto di un profumo artigianale francese o un libro che desidera dall’altra, M. è ormai abituata, e cosi le sole rinunce imposte dal censo lambiscono più il sogno che la vita effettiva: una casa a picco sugli scogli del Mar Ligure, lunghe vacanze, un maggior godimento della natura. Non è certo il volume del portafogli comunque a dettare la sua agenda sociale, che per stare in compagnia degli amici basta la voglia d’ascoltare e un buon ragù, e poi la solitudine è per lei momento prezioso, quello in cui provare a fronteggiare il perenne assedio delle librerie di casa, dedicandosi a una tra le principali fonti di piacere e riflessione della sua vita: la lettura. Poesia, letteratura, filosofia, cinema, saggi che spaziano dai buchi neri alla fotografia, poco o nulla sfugge alla voracità epistemologica di M.! Solo l’attualità politica e la cronaca giornalistica sono scientemente disertate dalla sua curiosità; quel chiacchiericcio, l’intrattenimento, i pettegolezzi elevati alla dignità di notizia, nulla la disturba di più. Così, il rumore di fondo al sapore di razzismo e presunzione,  che sembra essere in tempi recenti la specialità della casa degli italiani, finisce per allontanare dagli altri una come lei, per natura generosa e attenta al prossimo.

 Il paese in cui vive ha un valore puramente anagrafico nella storia di M., e lei, più istriana che milanese nonostante i natali (con l’aggiunta di quarti caldei e transilvani), dell’Italia, “luogo disonesto, sporco e stolido, incapace di valorizzare talenti e risorse e dedito alla dissipazione”, se ne frega. La realtà non si cambia né con il voto democratico né con Dio: se il primo è un lusso dell’egualitarismo, con il tragico inganno del suffragio universale impietosamente svelato dalla miseria di una consapevolezza elettorale da bar, priva di cultura, studio e preparazione, il secondo è questione troppo intima e complessa per reggere il peso di un rinnovamento sociale. Così la sua pratica quotidiana, da “agnostica senza fede mascherata da atea”, è tutta indirizzata a spremere il presente e farsi trovare ben pronta dalla morte, “certa di aver compiuto il massimo e in pace con le proprie aspettative”. Ci prova M., e forse ci riuscirà, se tutto quello che desidera oggi “è quello che ha”.

Lorenzo Gramaccioni