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Il cane

Là in alto, l’immagine d’un mondo
di sguardi si rinnova e si convalida.
Solo talvolta viene e gli si mette accanto,
di nascosto, una cosa, quando egli attraverso

questa immagine, in basso, tenta di aprirsi un varco,
così com’è, diverso; non respinto né accolto
e come in dubbio la sua realtà cedendo
all’immagine che dimentica per

tornare tuttavia ogni volta a immergervi
il suo occhio, quasi implorando, quasi
comprendendo, vicino ad un accordo;
ma rinuncia: altrimenti non sarebbe.

Rainer Maria Rilke, da Poesie, Einaudi. a cura di Andreina Lavagetto

A Pamina e a me

About lying

It is a bad habit to lie and it is very shamefully painted  by an ancient (Plutarco), who says that it is a demonstration of despising God and at the same time of fearing men.  It is not possible to represent more completely its horror, baseness and its debauchery. Indeed, what could be more ugly than being cowardly towards men and bold towards God?
Since our relations are regulated only by the way of the word, who falsifies it betrays public society. Words are the only instrument through which our wills and thoughts are communicated; it is the interpreter of ours soul: if words fail, we no longer have any connection, we no longer know each other. If the word deceives us, it destroys all our exchanges and dissolves all the bonds of our society.

Montaigne, Saggi, Libro II – Capitolo Xviii, p. 891,Adelphi

L. M., reveals to me that those who lie want an advantage over the other: and isn’t the advantage, the disparity sought and achieved, the basis of all human injustice?

The victim is not you, Oga.

Il Ti amo di Xuela come il salto di Katchen di Kleist

Me ne stavo sotto la veranda, sprofondata nei miei pensieri, e mi godevo pienamente la disperazione che provavo per me stessa. Avevo un vestito indosso; quella mattina mi ero pettinata i capelli; quella mattina mi ero lavata. Non guardavo niente in particolare quando vidi la bocca. Stava parlando con qualcun altro, ma guardava me. Il qualcun altro con cui stava parlando era una donna. In quel momento la sua bocca non era come un’isola che riposa in mezzo al mare, ma piuttosto come un pezzetto di terra visto da una grande altezza e messo in movimento da una forza non facilmente visibile.

Quando si accorse che lo guardavo aprì ancor più la bocca, e quello dev’essere stato il sorriso. Vidi allora che c’era un grande spazio vuoto fra i due denti davanti, probabilmente voleva dire che non ci si doveva fidare di lui, ma non me ne curai. Avevo il vestito umido, le scarpe bagnate, i capelli bagnai, la pelle gelida, tutt’intorno a me c’era gente che rabbrividiva, coi piedi in piccole pozze d’acqua e di fango, ma io cominciai a sudare per uno sforzo che stavo facendo senza rendermene conto; cominciai a sudare perché sentivo un gran caldo, e cominciai a sudare perché mi sentivo felice. Allora portavo i capelli divisi in due trecce, e le loro estremità posavano appena sotto le clavicole; tutta l’acqua che mi cadeva sui capelli si raccoglieva nelle mie trecce e vi scorreva come fossero due grondaie, e quindi mi colava attraverso il vestito appena sotto le clavicole e continuava a scorrermi giù per il petto, fermandosi soltanto dove le punte dei seni toccavano la stoffa, e rivelando i miei capezzoli con l’evidenza di una stampa ancora fresca. Lui mi guardava e parlava con un’altra, e la sua bocca si allargava e si restringeva, piccola e grande, e io volevo mi notasse, ma c’era tanto rumore: tutta la gente che sostava sotto la veranda per ripararsi dalla forte pioggia aveva qualche cosa da dire, non a proposito del tempo (questo ormai non richiedeva più nessun commento) ma qualcosa sulla propria vita, molto probabilmente sulle proprie delusioni, perché la gioia ha vita così breve che non c’è abbastanza tempo per soffermarsi sulla sua comparsa. Il rumore, che era cominciato come un brusio, si era trasformato in un alto clamore, e quell’alto clamore aveva un gusto sgradevole di metallo e di aceto, ma io sapevo che la sua bocca avrebbe potuto togliermi quel gusto, se solo fossi riuscita ad arrivarci; così gridai il mio nome, e fui certa che mi aveva sentito immediatamente, ma non smetteva di parlare con la donna, e allora dovetti gridare forte il mio nome diverse volte finché smise, e ormai il mio nome era come una catena che lo stringeva, così come la vista della sua bocca era una catena che stringeva me. E quando i nostri occhi si incontrarono ci mettemmo a ridere, perché eravamo felici, ma quella cosa faceva anche paura, perché con quell’occhiata ci eravamo domandati tutti: chi avrebbe tradito chi, chi era la preda e chi il cacciatore, chi avrebbe dato e chi avrebbe preso, che cosa avrei fatto. E quando i nostri occhi si incontrarono, e allo stesso tempo ci mettemmo a ridere, io dissi “Ti amo. Ti amo”, e lui disse “Lo so”. Non lo disse per vanità, non lo disse per presunzione, lo disse solo perché era vero.

Da Autobiografia di mia madre, Jamaica Kincaid, Adelphi, Fabula, 1997, trad. di David Mezzapa

La scrittrice dedica il libro a Derek Walcott.

Well, you only need one

(…) You just keep doing the same moovie, how can you do it?

You know, there are different kinds of moovies…that, we did that one, you know, can’t keep doing it…

I remember I was having a conversation with Orson Wells one time, we were talking about Greta Garbo and he loved her, I did too but, I mean, he was rhapsodizing about her, and I said: “I agree with you, but isn’t it too bad that she only made two really good pictures?”…out of four, you know, and he looked at me for a long time and he said: “Well, you only need one”.

Peter Bogdanovich, ’55 ”5, Making of The Last Picture Show Documentary. Da L’ultimo spettacolo, 1971, dal romanzo autobiografico di Larry McMurtry

Ho creduto allo sguardo

a V. I. Nikolaeva

Ho creduto allo sguardo,
inutili le parole.
Di colpo ho creduto
a lacrime più amare
del dolore cupo, dolci
più di un sonno di bimbo.

Una stella azzurra
a metà del cielo.
Non tenete in pugno la farfalla
che la fiamma tenta.

Sarà eterna
la sua vita
all’alba.

(1983)

da Sono pesi queste mie poesie e altre liriche, Nika Turbina, Via del Vento Edizioni, Acquamarina, 2002. A cura di Federico Federici

Regalità

Isabel (…) le disse che con quella struttura ossea così fine avrebbe senz’altro potuto far parte della dinastia reale della Nigeria. La prima cosa che venne in mente a Ujunwa fu di chiederle se aveva mai avuto bisogno di ricorrere al sangue reale per spiegare l’avvenenza dei suoi amici londinesi.

dal racconto Jumping Monkey Hill, da Quella cosa intorno al collo, Chimamanda Ngozi Adichie, Einaudi, Supercoralli, 2017, trad. di Andrea Sirotti

Testa bronzea Igbo-Ukwu (Nigeria), IX-X d.C.

Nato

Dunque è sua madre.
Questa piccola donna.
Artefice degli occhi grigi.

La barca su cui, anni fa,
lui navigò fino a riva.

E’ da lei che è venuto fuori
nel mondo,
nella non-eternità.

Genitrice dell’uomo
con cui salto attraverso il fuoco.

E’ dunque lei, l’unica
che non lo scelse
pronto, compiuto.

Da sola lo tirò
dentro la pelle a me nota,
lo attaccò alle ossa
a me nascoste.

Da sola gli cercò
gli occhi grigi
con cui mi ha guardato.

Dunque è lei, la sua Alfa.
Perché me l’ha mostrata?

Nato,
Così è nato, anche lui.

Nato come tutti.
Come me, che morirò.

Il figlio di una donna reale.
Uno venuto dalle profondità del corpo.
Un viaggiatore verso l’Omega.

Esposto
alla propria assenza
da ogni dove,
in ogni istante.

E la sua testa
è una testa contro un muro
cedevole per un momento.

E le sue mosse
sono tentativi di eludere
il verdetto universale.

Ho capito
che è già a metà del cammino.

Ma questo non me lo ha detto,
no.

“Questa è mia madre”
mi ha detto soltanto.

da Vista con granello di sabbia (1957-1993), Wislawa Szymborska, Adelphi, 2004, a cura di Luca Bernardini, traduzione di Valentina Parisi

A Doris