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Exhaustion at Sunset

The empty heart comes home from a busy day at the office. And what is the empty heart to do but empty itself of emptiness. Sweeping out the unsweepable takes an effort of mind, the fruitless exertion of faculties already burneded. Poor empty heart, old before its time, how it struggles to do what the mind tells it to do. But the struggle comes to nothing. The empty heart cannot do what the mind commands. It sits in the dark, daydreams, and the emptiness grows.

da Almost invisible, Mark Strand, Alfred Knopf Publisher, 2013

altro sulla filopsichia

Anche se (…) l’inclinazione dell’umano fu una perpetua e irrequieta brama di potere dopo potere, onore dopo onore, ricchezza dopo ricchezza, che cessava solo con la morte, il cane e il gatto non rinnegarono mai la loro scelta. Sapevano che gli uomini non trovano la felicità in una condizione di pace mentale, il sommo bene di cui parlano gli antichi filosofi, ma al contrario in un continuo scorrere del desiderio da un oggetto all’altro. La conquista del primo non fa che aprire la via al successivo, cosicché, accecati dal loro tornaconto, sono destinati a desiderare senza tregua a costo di distruggere gli altri e alla fine se stessi. L’anima degli animali è più felicemente disposta al formarsi della virtù. A differenza che per l’uomo, per le bestie il bene comune non è diverso da quello dei singoli. Spinte per natura a cercare il bene privato, procurano il bene di tutti.

p.63 de L’assemblea degli animali, Filelfo, Einaudi

Fonti:
Thomas Hobbes, Leviathan, I, II:

“So that in the first place, I put for a general inclination of all mankind, a perpetual and restless desire of power after power, that ceaseth only in death”

(…)

“The felicity of this life, consisteth non in the response of a mind satisfied. For there is no such…Summum Bonum (greatest Good) as is spoken of in the Books of the Old Moral Philosophers… Felicity is the continuall progresse of the desire, from one object to another; the attaining of the former, being still but the way to the later”

Agrippine

“Crede che quella bella bambina le abbia passato un virus?”
Agrippine gli fu grata per quel “bella”, era come se la piccola di colpo si fosse materializzata lì con il suo grazioso pagne giallo e la sua cintura di perle.
Poi fece di no con la testa. No, moriva di maternità tardiva, moriva per aver concepito la sua piccina troppo tardi, da vecchia, moriva di parto per una specie di febbre puerperale che si porta via le donne che hanno sperato tutta una vita. Avrebbe voluto dire al ragazzo che non si moriva solo di malattie reali, ma anche di mali immaginari. Si moriva molto più spesso di desideri negati, di voglie represse, di un corpo inascoltato, che di uno scontro frontale con un camion.

da Di pipistrelli, di scimmie e di uomini, Paule Constant, L’Orma Editore, Kreuzville Aleph, 2020, trad. di Francesca Bonomi.

da Ur

Quando mi alzavo presto la mattina,
mi volgevo a mia madre e le dicevo:
“Dammi la colazione, devo andare a scuola!”
Mia madre mi dava due focacce e io uscivo;
mia madre mi dava due focacce e io andavo a scuola.
A scuola l’incaricato della puntualità diceva:
“Perché sei in ritardo?”
Io ero impaurita e il cuore mi batteva,
entravo davanti al mio maestro e facevo l’inchino.
Il mio direttore leggeva la mia tavoletta, diceva:
“Ci manca qualcosa”, mi bastonava.
L’incaricato del silenzio diceva:
“Perché parlavi senza permesso?”, mi bastonava.
L’incaricato della condotta diceva:
“Perché ti sei alzata senza permesso?”, mi bastonava.
L’incaricato della frusta diceva:
“Perché hai preso questo senza permesso?”, mi bastonava.
L’incaricato di sumerico diceva:
“Perché non hai parlato sumerico?”, mi bastonava.
Il mio maestro diceva:
“La tua mano non è buona”, mi bastonava.

Giornata di una figlia della scuola descritta in una tavoletta cuneiforme (III millennio a.C.)

XVIII

Géronte, d’une autre Isabelle,
A quoi t’occupes-tu
D’user un reste de vertu
Contre cette ribelle?

La perfide se rit de toi,
Plus elle t’encourage.
Sa lèvre meme est ou outrage.
Viens, gagnons notre toit.

Temps est de fruir l’amour, Héronte,
Et son arc irrité.
L’amour, au déclin de l’été,
Ni la mer, ne s’affronte.

***

Perché, o Geronte, d’un’altra Isabella,
t’incamponisci a perdere
quel di virtù che serbi estremo verde
contro una tal ribelle?

Si permette, la perfida, e si nega,
con alterno dileggio.
Perfino il labbro suo ti porta oltraggio.
Rincasiamo, ti prego.

Tempo è, Geronte, di fuggir l’amore
e il suo arco iracondo.
Sfida l’amore non giova, né l’onda,
quando l’estate muore.

da Le Controrime, Paul-Jean Toulet, Sellerio, La Civiltà Perfezionata, 1981, a cura di Gesualdo Bufalino

Con il minimo ingombro

Camillo Sbarbaro, nei Fuochi fatui 1940-1949 diceva:  Più facile scrivere che cancellare, più che in ciò che riesce a dire, il merito dello scrittore è in ciò che riesce a tacere. *

(…)

Parlava per l’appunto di smagrimento Primo Levi:

Dopo la maturazione (…) viene l’ora di cavare dal pieno. Quasi sempre ci si accorge che si è peccato per eccesso, che il testo è ridondante, ripetitivo, prolisso: o almeno, ripeto, così capita a me. Inguaribilmente, nella prima stesura io mi indirizzo ad un lettore ottuso, a cui bisogna martellare i concetti in testa. Dopo lo smagrimento, lo scritto è più agile: si avvicina a quella che, più o meno consapevolmente, è il mio traguardo, quello del massimo di informazione con il minimo ingombro.**

Lo sbarazzarsi degli ingombri aiuta a raggiungere la leggerezza della scrittura asciutta, che risiede nell’ebbrezza di “cercare e trovare, o creare, la parola giusta, cioè commisurata, breve e forte, per descrivere le cose col massimo rigore e il minimo ingombro“***

L’emozione dell’assetto soddisfacente scaturisce dal piacere e dalla fatica di asciugare le prime stesure per raggiungere il decisamente laconico.

da Il pozzo e l’ago. Intorno al mestiere di scrivere, Gian Luigi Beccaria, Einaudi, 2019

* C. Sbarbaro, Fuochi fatui, Scheiwiller, 1956

** P. Levi, A un giovane lettore, in L’altrui mestiere, Einaudi, 1985

*** P. Levi, Il sistema periodico, Einaudi, 1975

Di Demetra e Kore, ci scrive Adriana Cavarero

è dunque cruciale che sia di nuovo la figura di Demetra a tracciare un ordine simbolico femminile nel quale la maternità stessa sia un luogo e non un posto. Soprattutto il luogo da cui si viene e a cui si guarda con gli occhi di figlia, così com’è nell’ordine fattuale prima che simbolico, perché ciascuna nasce figlia prima di poter divenire madre. Certo può essere forte il desiderio di divenirla, eppure non della forza coercitiva di chi deve corrispondere all’unica identità (del resto stravolta in quanto definita dal dis-tratto figlio) concessale, ma chi ha scelto di ripetere quell’esperienza materna che tuttavia sua madre non le ha imposto. Insomma, nella reciprocità degli sguardi fra madre e figlia, la figura della maternità è già nella sua completezza da ambedue i lati della generante e della generata, senza che alcun dovere venga a forzare nella figlia un desiderio di generazione che può pertanto sopportare con quieto rimpianto le sue eventuali e contingenti frustrazioni. Infatti la potenza materna, come luogo simbolico dell’umana origine assegnata al sesso femminile, non è negata ad alcuna figlia che voglia trattenere il suo sguardo sulla madre, mentre invece proprio nell’ordine patriarcale che questo sguardo vuole impedire, lasciando dunque sola la figlia senza più femminile theoria, il divenire madre può diventare per costei l’unico mezzo per guardare alla maternità nella forma diretta di una incarnazione personale.

Se l’etica, appunto in quanto bioetica, ha scansioni logiche, allora a ciascuna che nasce figlia spetta innanzitutto riconoscersi come tale, nel genere femminile e orientandosi a partire da quel radicamento in umana madre che già è dato e che nessuno le può togliere. Anche se può apparire paradossale, in questa prospettiva fondata sulla potenza materna è infatti prima necessario l’apprendistato del proprio essere figlia perché il desiderio di divenire madre possa radicarsi in una soggettività libera e non invece essere comandato dal codice del padre e del figlio. I quali hanno molte figure rappresentative nell’ordine simbolico patriarcale, essendo capaci di nominare anche con devozione la Madre del Figlio, ma mai la madre della figlia e, tanto meno, lo sguardo di questa a quella. La coppia primigenia che il mito di Demetra inscena ha così il merito di nominare una madre che non solo pone come primaria la reciproca relazione con la figlia, ma che soprattutto vuole che la figlia sia tale: Demetra vuole Kore, la fanciulla, la vergine nata da lei, non la figlia gravida e il generare ininterrotto***.

A partire da qui, dall’orizzonte di un genere femminile che conosce origine e mediazione, un desiderio di maternità della figlia è appurato possibile – anzi probabile- ma difficilmente assegnato, in ogni caso e a tutti i costi, a quelle spettacolari vicende di embrioni futuribili che la scienza mette a disposizione sul mercato di un ruolo riproduttivo tanto più forzosamente accollato all’identità femminile, quanto più costretto a porre ossessivamente rimedio alle sue insopportabili frustrazioni.

da Demetra, in Nonostante Platone. Figure femminili nella filosofia antica, Adriana Cavarero, Ombre Corte, 2009

*** è qui cruciale, rispetto al modello consueto, che sia la figlia ad essere vergine, e cioè che essa sia vergine per la madre e non invece per l’uomo che può pertanto assicurarsi l’intatto possesso di una moglie non prima da altri violata.

A Marta