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La dedica

Niente rende irrequieti più del restare soli con uno dei due capi del dialogo. Ti senti continuamente parlare con lei!
Una volta ho letto dell’abitudine degli indiani Mohavi di continuare a parlare anche quando il partner si è congedato da un pezzo e è andato via. Lo stesso succede a me. L’indiano ed io non badiamo alle normali distanze; crediamo che le nostre parole raggiungano ancora il partner, anche quando non lo si vede più.

Non ho mai trovato maggior libertà e sicurezza di linguaggio che nel dialogo condotto sotto l’influenza del desiderio fisico. Desiderio e memoria si eccitano a vicenda, l’una si esaltava protetta dall’altro. Non si trattava di niente di particolare, ci si confidava, ecco tutto. La privazione del dialogo ha lo stesso effetto di quella di una droga. Gli organi che una volta venivano stimolati si ammalano, l’intelligenza, il piacere e la gioia di muoversi, la voce.

da La dedica, Botho Strauss, Guanda, trad. di Vittoria Ruberl

III

Io ero tu dicevi, ed imperfetto
sentenziava il didàscalo severo,
ché quello che tu eri era leggero
come una casa cui non copra ’l tetto.

Sarò farò insistevi pargoletto,
ma potrà mai il futuro farsi vero
se un atomo soltanto, un punto mero
diversi son dall’esito concetto?

Passati invece siamo di diritto,
passanti un giorno e trapassati poi
senza tensione, senza più tragitto;

frammenti di memoria, noi e voi,
precipiti nel nulla a capofitto
perché il passato è tutto, e siamo suoi.

 

da Ghirlanda, sette sonetti di Michele Mari, pubblicati nell’antologia Chi ha tempo. Storie di giorni che corrono, a cura di Alessandra Urbani, Marcos Y Marcos, 2016

Gente incontrata

Esseri umani ho incontrato che,
quando si chiedeva loro il nome,
timidamente – come se non potessero pretendere
di possedere anche soltanto un modo di chiamarsi –
“signorina Christian” rispondevano e poi:
“come il nome”, e ti volevano
agevolare la comprensione,
nessun nome difficile come “Popiol” o
“Babendererde” –
“come il nome” – prego, non incomodi
la sua facoltà mnemonica!
Esseri umani ho incontrato che
coi genitori e quattro fratelli in una stanza
crebbero, di notte, con le dita nelle orecchie,
studiavano al focolare,
si fecero strada, di fuori belle e ladylike come contesse –
di dentro miti e operose come Nausicaa,
avevano la fronte pura degli angeli.

Mi sono spesso domandato e non ho trovato risposta,
da dove venga la dolcezza e il bene,
nemmeno oggi lo so e ora devo andare.

da Aprèslude, Gottfried Benn, Einaudi, trad. di Ferruccio Masini

Pensare Migrante 3

4/5/6 MAGGIO CITTÀ DEL’ALTRA ECONOMIA –

(LARGO DINO FRISULLO – TESTACCIO)
ENTRATA LIBERA A SOTTOSCRIZIONE
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04/05 VENERDÌ

Pomeriggio

>15:00-16:30

“Soccorso in mare, #OpenArms e diritto internazionale – Le politiche di esternalizzazione del diritto di asilo e il rapporto con i processi di delegittimazione delle ONG che operano i soccorsi nel mediterraneo”

– Salvatore Fachile (Associazione Studi Giuridici Immigrazione)

“Le frontiere all’epoca delle esternalizzazioni. Il caso di Lampedusa”

– Emanuele Petrella (#IndieWatch)

– Modera Angela Caponnetto (Rai News)

>16:45-18:15

Presentazione del Rapporto “Gravi violazioni dei diritti umani dei migranti in Libia” #MEDU – Medici per i Diritti Umani

– Modera Annalisa Camilli (Internazionale)

>18:30-20:00

Presentazione del Rapporto “Fuori Campo 2” Medici Senza Frontiere #MSF

– Moderano Eleonora Camilli e Giacomo Zandonini

Dalle 20:00

Musica dal vivo con:

#PiccolaOrchestradiTorPignattara

#SMILE

#Tuki

#Hi-Shine

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05/05 SABATO
Mattina

>12:30-14:00

-Processo ai media-

-Alessandro Gilioli (L’Espresso)

Presentazione della graphic novel “Il sogno a colori” di #MauroBiani

(Il Manifesto, L’Espresso)

Pomeriggio

>14:30-16:00

-Donne in Movimento- Donne migranti, doppia discriminazione – Infibulazione: tra pratica e dissenso. – Tratta e sfruttamento sessuale: il caso delle donne nigeriane.

Intervengono:

#AssociazioneDifferenzaDonna#DonnediBeninCity#LaminS.

(Attivista gambiano contro l’infibulazione)

– Modera Claudia Torrisi (#OpenMigration)

>16:00-17:30

#MigrantiLGBTI– Omosessualità e intersessualità: tra stigma, persecuzioni e ricerca di tutele in Italia e Europa.

Migrabo LGBTI, Coalizione Italiana Libertà e Diritti civili, Circolo di Cultura Omosessuale Mario Mieli

– Modera Claudia Torrisi (Open Migration)

>18:00- 20:30 – Presentazione del libro “Hevalen. Perché sono andato a combattere l’Isis in Siria” di #DavideGrasso

– Modera Chiara Cruciati (Il Manifesto)

>20:30- 21:00 Presentazione e proiezione del documentario “New city map” di Giorgia Dal Bianco

Dalle 21:00

Musica dal vivo con:

#AgusCollective

#UnioneSuonatoriBase

#LucioLeoni

#DjSetPOLG + #BobCorsi

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06/05 DOMENICA
Mattina

>10:30 – 12:00

-Criminalizzare la Solidarietà-

Intervengono:

– Anabel Montes Mier (#ProactivaOpenArms)

– Francesco Martone (In difesa di)

– Gennaro Giudetti (#SeaWatch)

Modera:

– Andrea Palladino

Presentazione dell’iniziativa #WelcomingEurope – Per un’Europa che accoglie”

-Sara Prestianni (#Arci)

>12:15 – 14:00

Presentazione del libro “Materie Prime” sulla tratta dei baby calciatori di Stefano Sacchi – Intervengono: Hopeball, Atletico San Lorenzo, Liberi Nantes, Atletico Diritti

– Modera Valeria Biotti (Centro Suono Sport)

Pomeriggio

>Dalle 14:00 Pranzo Sociale a sostegno dei progetti di falegnameria e sartoria K_Alma e Kora, portati avanti dai richiedenti asilo del Villaggio Globale.

– Torneo di biliardino

CONCERTO DI CHIUSURA CON AFRICA RITMO

Festa romana per Michele Mari

Sabato 5 maggio dalle 17.30 alle 20.00

FESTA ROMANA PER MICHELE MARI

c/o Apollo Undici, Via Bixio 80/A – Roma

(xilografia di R.L. Stevenson)

le carte del grande gioco

(…) là davanti, Courbet trotterellava e parlava poco, povero di respiro. Di tanto in tanto si fermava, con il bastone di agrifoglio dritto come un ragazzino. Ordinaire lo vedeva inclinare la testa e, col bocchino della pipa, tracciare nell’aria i contorni di una cornice. Cielo, rocce, acqua, alberi: le carte del grande gioco.

***

Courbet non ha mai attizzato la folla. Se saliva su una sedia era per cantare, non per gridare A morte!. Ha mostrato un’infinità di cose semplicemente vivendo come credeva. Nessuna geremiade sull’infelicità degli oppressi; l’amore astratto dei filantropi lo inorridiva, quel cuore addolorato che cola e si sparge sulle piaghe retoriche della gente di cui si ignora l’odore…
Courbet ha esercitato la sua libertà. Era ostinato. La sua politica? La libertà, per tutti, ossia il dovere di governare se stessi. Non biasimava niente. Non gli interessavano le rivendicazioni (non ci pensava nemmeno a chiedere qualcosa), Per il resto, e giorno dopo giorno, la sua filosofia consisteva nel non cedere nulla di quanto si può tenere. Passo passo, non lasciare nulla a ciò che mutila, priva, colonizza, sottrae, manipola, invade, sottomette, ostacola, attrezza, adatta, squadra. Il corpo è un campo di battaglia. La Natura è un campo di battaglia. Il realismo di Courbet è un contrattacco alla fiaba sociale, all’illustre modello di società, alla civilizzazione, al programma delle scuole delle classi assoggettate, al programma delle scuole delle classi dirigenti, alle raccolte di letture a uso delle fanciulle. Il realismo di Courbet lacera le scenografie dietro cui si rivolge il lavoro sporco, lacera le tele dipinte, le rose di puttini sopra i teatri, le fatine, i diavoli, le allegorie affrescate nelle scuole e nelle stazioni, dove si vedono le dee dell’industria e dell’agricoltura, gli splendori delle colonie e i prodigi della scienza.
Sul muro del suo atelier, a Parigi, Courbet aveva affisso una lista di regole:

1. Non fare quello che faccio io.
2. Non fare quello che fanno gli altri.
3. Se ti mettessi a fare quello che faceva Raffaello, non avresti un’esistenza tutta tua. Suicidio.
4. Fai quello che vedi e quello che senti, fai quello che vuoi.

da La chiara fontana, David Bosc, L’Orma Editore, trad. di Camilla Diez

Rilke a Ilse Erdmann

9 ottobre 1916

Cara Ilse,

(…) Al di fuori di una poesia, di un quadro, di una metafora, di una architettura o di una musica, la sicurezza si può raggiungere forse solo a costo di una ben precisa limitazione di sé, chiudendosi nel recinto di una porzione di mondo che si conosce e si è scelta, in un ambiente che ci è noto e comprensibile, nel quale sia possibile disporre di sé in modo efficace e immediato. Ma possiamo davvero desiderare una condizione del genere? La nostra sicurezza deve invece in qualche modo trasformarsi in una relazione con il tutto, con il mondo nel suo complesso; essere sicuri per noi significa conoscere l’innocenza del torto e accettare la capacità del dolore di tramutare in forma; significa rifiutare i nomi per onorare, come fossero nostri ospiti, i singoli collegamenti e legami che il destino nasconde dietro ogni nome; significa nutrimento e rinuncia fino a sprofondare nello spirito, (…) significa non sospettare di nulla, non tenere nulla a distanza, non considerare nulla come un Altro irriducibile, significa spingersi oltre ogni concetto di proprietà e vivere di acquisizioni spirituali e mai di possessi reali (…). Questa sicurezza tutta da osare accomuna le ascese e le cadute della nostra vita e in questo modo dona loro un senso. Accogliere la vastità dell’insicurezza: in un’infinita insicurezza anche la sicurezza diviene infinita.

Rilke

da La vita comincia ogni giorno. lettere di saggezza e commozione, Rainer Maria Rilke, L’Orma Editore, a cura di Marco Federici Solari

I broccoli, le fragole, l’uva e i pomodori sulla mia tavola

(…) La descrizione più completa dell’universo chiuso del caporalato non appare tra le denunce avanzate dagli ex-braccianti, ma nel corso di una conversazione telefonica intercettata dalle autorità inquirenti. Siamo agli inizi di marzo del 2006, l’inverno non è ancora finito, e Jacek Toryfter chiama la madre in Polonia. Jacek non è un bracciante. È lo “Jacek di Varsavia”, uno dei sorveglianti al servizio di Petro, il caporale ucraino. Riesce a parlare con la madre solo perché Petro gli presta momentaneamente il proprio cellulare (privilegio che mai e poi mai sarebbe stato concesso a un bracciante) e gli vende per cinque euro una scheda telefonica internazionale. Poiché l’utenza di Petro a quel punto, due mesi dopo le fughe di Piotr, Dawid e gli altri, è stata già posta sotto controllo, la conversazione, che dura parecchi minuti, viene registrata. È un dialogo che rivela un quadro piscologico e culturale fortemente contraddittorio. Jacek non è più un bracciante, ma non è ancora un caporale e, per quanto privilegiato, condivide le durissime condizioni di vita degli stagionali che deve sorvegliare. (…)

Madre: “Pronto”
Jacek: “Mamma sono io”
M: “Da dove stai chiamando?”
J: “Ho preso il telefono di un ragazzo che è qui. Siamo andati via dal posto in cui abitavamo prima, perché lì non si lavavano. Qui mamma si lavora almeno sei ore al giorno.”
M: “Ma tu cosa fai adesso?”
J: “Niente. Oggi sono andato a lavorare, domani dovremmo andare a tagliare i broccoletti. Mamma, qua si lavora sei ore e si guadagnano 3 euro all’ora…praticamente si guadagnano venti euro al giorno, A me non conviene proprio lavorare qui, in Polonia si guadagna di più. Se resto più tempo muoio, Mamma, qui c’è tanta umidità, una muffa che fa paura…”
M: “Oh, mio Dio!”
J: “Mamma, io voglio scappare di qua, perché qui sono come i maiali…”
M: “Ma con che cosa vieni?”
J: “Non lo so, con qualche autobus. L’importante è arrivare in città, poi da lì in qualche modo farò.”
M: “Torna, Jacek…”
J: “Mamma, qui hanno picchiato così tanto un ragazzo che stava qui con me che l’ambulanza ha dovuto portarlo via. Prima gli hanno detto che non lo avrebbero pagato per il lavoro fatto, poi hanno cominciato a levargli i soldi per la benzina (probabilmente intende dire per il trasporto sul luogo di lavoro), poi cento euro per il lavoro (cioè quanto spetta al caporale come provvigione). Alla fine ha guadagnato solo 300 euro, ma dopo aver sottratto tutte le spese, volevano dargli solo 50 euro. Lui si è arrabbiato e ha dato una spinta a quell’ucraino, quello di cui ti ho parlato, presso il quale lavoriamo. Siccome questo ragazzo è alto e grosso, l’ucraino non ha potuto fare niente, così ha chiamato degli altri. Erano bulgari o albanesi…Sono venuti qui in quattro con i bastoni e l’hanno picchiato di brutto. Poi è venuta l’ambulanza, l’hanno portato via. Hanno preso le sue cose e l’hanno portato via. Quelli che l’hanno picchiato hanno detto che erano state altre persone a farlo, che loro non ne sapevano niente. Invece è stato lui, l’ucraino, a organizzare tutta questa messa in scena con quei quattro animali…”
M: “…”
J: “Mamma, qui dove stiamo noi…c’è la merda, mamma, sai come si lavora qui? Il lavoro è pesantissimo, e non si riesce a lavorare più di sette ore di fila. Io sono forte, ma dopo aver finito il lavoro nei campi, riesco appena a camminare. Per 3 euro, mamma, io guadagno solo 80 zloty al giorno, che cosa sono 80 zloty? Con quei soldi devi pagare l’affitto, devi mangiare, e cosa ti rimane? 60 zloty al giorno, non di più, per quel lavoro…Sai mamma…sai in cosa consiste quel lavoro? Si portano dei cesti enormi sulle spalle, così enormi che non riesco a reggermi in piedi per trasportarli. A volte c’è il fango fino alle ginocchia.”
M: “Jacek, torna! Lascia quel lavoro e torna, io ti aspetto”
J: “Non mi sarei mai aspettato di trovarmi in queste condizioni. Prenderò le valigie e scapperò, tanto qui nessuno mi darà un passaggio. Lui non mi accompagnerà mai, perché lui vuole che io lavori qui ancora due settimane. Si prende i soldi e, se sa che vado via, non mi darà più niente. Sai, mamma, qui c’è la mafia, tra ucraini e russi. Io giro con la sua macchina, trasporto la sua gente, e per questo mi ha pagato un po’…Ma quel ragazzo che sta con me non è stato pagato per niente, riceve solo i soldi per mangiare…Invece io, i soldi che ho preso da lui dicendogli che mi servivano per mangiare, me li sono messi da parte. E così almeno ho 400 euro, altrimenti non avrei neanche quelli.”
M: “Jacek torna. Krzysiek ti darà un lavoro. Gli ho parlato io, ha detto che è disposto a darti 2000 zloty per iniziare…”
J: “Sì, ma io non lo so fare quel lavoro…”
M: “Ti insegnerà lui…Krzysiek dice ‘è un ragazzo sveglio. Gli insegnerò io il lavoro, bastano un paio di mesi. Signora, vedrà come lavorerà il ragazzo…’ . ”
J: “Mamma, io voglio lavorare. Qui nessuno guadagna, è uno schifo la povertà… da noi, nel paesino, la situazione è migliore…”
M: “Torna , Jacek. Krzysiek ha detto che vuole aprire una ditta, che qui c’è molto lavoro. Stanno costruendo delle case. Ha detto: ‘ Io, signora Jaszia, ho tanto lavoro…” . ”
J: “Lo sai che adesso sono venute delle persone nuove da Kielce? Quando arriva qualcuno intelligente dice subito di voler chiamare in ambasciata, così loro vengono con i carabinieri, con la polizia… Forse si può tornare in Polonia tramite l’ambasciata.”
M: “Ma tu vuoi andare via da solo o con qualcuno?”
J: “Anche un ragazzo che è qui con me vorrebbe andare via, ma non ha con sé il passaporto. Sai, mamma, Petro ha preso tutti i passaporti che erano nei borsoni, quando sono andati in campagna. Lui è entrato nella casa perché ha le chiavi – questi sono ruderi disabitati e abbandonati da cinquant’anni – e ha preso i passaporti. Siccome il passaporto lo porto sempre con me, non me l’ha preso, gliel’ho detto che mio passaporto non lo do a nessuno. Ma lui ha sequestrato i passaporti di tutti gli altri dicendo che dovevano lavorare almeno per una altro mese. Il ragazzo dice che andrà via anche senza passaporto. Andrà in ambasciata. Sai, anche lui non vuole stare qui. Qui, mamma, rimangono solo le persone che vivono come i serpenti.”

Lo scambio di battute illumina la profonda ignoranza dei mutamenti normativi.

(…)

Ma Jacek non scapperà mai. Continuerà a svolgere il compito di sorvegliante, prendendo la sua parte e dando il suo contributo al funzionamento di una macchina all’apparenza efficiente. La sua crisi, manifestatasi nel lungo dialogo con la madre, rivela che la macchina in realtà è corrosa e che come tutte le “istituzioni totali”, anche se informali, ha nei suoi stessi funzionari e guardiani il proprio punto debole. Dopo la fuga di Piotr e dei suoi compagni, Jacek ha continuato a controllare e a scorrazzare per il Tavoliere altre decine di braccianti. È rimasto fedele a Petro, il suo capo ucraino, fino alla fine.

 

Un Io sovrappeso

Ripassiamo alcuni dei versi iniziali della Commedia: “Io non so ben ridir com’i’v’intrai, /tant’era pien di sonno a quel punto/che la verace via abbandonai” (Inf. I, 10-12). Agire bene significa essere ben svegli e dare realtà al mondo, non separarsi dagli altri, rispettare un nucleo inviolabile, sacro della persona; agire male significa sottrargliela, anche solo per disattenzione o per abbandono al dormiveglia dell’inerzia morale. E la pena è maggiore per chi toglie realtà a una persona cara, a qualcuno con cui abbiamo stabilito un’intimità. Non so se l’ideale della paideia, su cui si edificò la società ateniese e poi l’intero Occidente, si sia esaurito. Certo uno dei suoi compiti primari consisteva nel trasmettere, soprattutto attraverso l’esempio, non tanto dei valori – sempre un po’ retorici-, quanto una nozione sufficientemente chiara di ciò che è reale e ciò che non lo è.
Come ho anticipato, l’intera riflessione di queste pagine su reale e irreale è ispirata tra l’altro a Pasolini, che si portava in tasca, quasi come un amuleto, il saggio di Erich Auerbach sul realismo, e che con l’ombra gigantesca di Dante si è confrontato, senza evitare qualche megalomania, in tutta la sua opera letteraria e cinematografica (si pensi al suo tentativo velleitario di riscrivere la Commedia con La Divina Mimesis e poi in Petrolio ecc.). Non mi avventuro in filologia dantesca. Solo vorrei sottolineare, rileggendo la Commedia, la figura di Dante come classico contemporaneo. Proprio lui, così avverso alla modernità, alla nuova civiltà  degli scambi commerciali e della metropoli, così nostalgico di un ordine medievale sancito dalla chiesa e garantito dall’impero. Eppure sento che in ogni pagina Dante rivolge continuamente un appello urgente al lettore, alla sua capacità di modificarsi e “di convertirsi” a una vita nuova In Guardini leggiamo: “Un pensiero profondo nella Commedia assimila il male alla pesantezza. Diventare cattivi significa pesare”(1). Già, si sprofonda verso il basso, proprio perché chi non dà realtà agli altri poi la realtà la trattiene tutta in sé, in eccesso, e diventa intollerabilmente pesante. Il suo Io è sovrappeso.

da Il bene e gli altri. Dante e un’etica per il nuovo millennio, Filippo La Porta, Bompiani, 2018

(1) Romano Guardini, Dante, Morcelliana, Brescia, 1999, p.284

Dedicato al terzo-istruito di Michel Serres, a Elio e a Marta

IL GENIO E L’UNIFICAZIONE

Il “colpo d’occhio” del genio (P 1850-56) unisce filosofia e poesia perché il genio è unificazione.
Quando l’esattezza analitico-matematica della ragione è separata dalla poesia – nel senso che è separata dal conoscere per propria esperienza la natura – l’esattezza “erra per necessità” (P 1853). “L’esattezza è buona per le parti, ma non per il tutto” (ibid.) e per conoscere “i rapporti”: sembra “buona” e vera quando le parti sono “separatamente considerate”.
Si tratta di una bontà e verità apparente, perché il tutto, ottenuto accostando le parti “separatamente considerate”, appare contraddittorio (cioè mostra “mille difficoltà, contraddizioni, ripugnanze, assurdità, dissonanze e disarmonie”, (P 1854), – i molti modi, questi, in cui si presenta la contraddizione), appare un sistema falsissimo di parti verissime, o (= ossia) che tali col più squisito ragionamento si dimostrano (cioè sembrano), considerandole segregatamente”.
Questo effetto deriva dall’ignoranza de’rapporti, parte principale della filosofia, ma che non si ponno ben conoscere senza una padronanza della natura, una padronanza ch’essa stessa vi dia, sollevandovi sopra di se, una forza di colpo d’occhio, tutte le quali cose non possono stare e non derivano, se non dall’immaginazione e da ciò che si chiama genio in tutta l’estensione del termine” (P 1854-55).
L’unità dal molteplice, la totalità e i rapporti che uniscono le parti nella totalità, non possono essere il risultato – la “sintesi” – di un’analisi che considera separatamente le parti, come avviene nella moderna ragione matematica (“il filosofo esatto, paziente, geometrico, si affatica indarno tutta la vita a forza di analisi e sintesi” (P 1856).
L’analiticità, in quanto è l’essere sciolto del finito dall’infinito, non è l’analisi in cui la ragione moderna considera separatamente le parti. Infatti il finito è veramente sciolto dall’infinito, perché l’infinito non esiste, e solo l’illusione unisce il finito all’infinito: il suo essere così sciolto appare nella visione della verità che è presente nel genio. Invece l’analisi, in quanto separazione e isolamento delle parti, è operata dalla visione della verità, in quanto ragione moderna, cioè in quanto essa stessa separata e isolata dalla poesia, e dunque in quanto non verità.

IL COLPO D’OCCHIO

La vera visione dell’unità al molteplice, della totalità delle parti, dei rapporti che uniscono le parti nella totalità dev’essere quindi qualcosa di immediato: “l’occhiata onnipotente” (P 1859),  il “colpo d’occhio”, il “lampo improvviso” (P 1856), l’intuizione immediata che scaturisce non dal tipo di mentalità che si chiude nella parte isolata, ma da una natura umana aperta al lampo improvviso che attraversa e illumina tutte le parti.
Essa è aperta al lampo improvviso, perché, “eccelsa” (Palinodia, v.87; cfr.XIII, III, 4), sta al di sopra del rimanere chiusi nelle parti, “è situata su di una eminenza” (P 1855), l’eminenza in cui deve trovarsi la “nobile”, cioè gnobilis, riconoscibile, “eccelsa”, natura del genio (anche se “il genio non può essere né giudicato, né sentito, né conosciuto, né apercu che dal genio” (P 3385): “l’uomo caldo di entusiasmo, di sentimento, di fantasia, di genio, e fino di grandi illusioni, situato su di una eminenza, scorge d’un occhiata tutto il laberinto e la verità che sebben fuggente non se gli può nascondere” (P 1855).
Il genio non è soltanto “l’occhiata” che scopre la verità, ma è insieme la “forza” (P 1854-55, riportato nel par.4 che porta e situa sulla “eminenza” da cui è possibile gettare il colpo d’occhio: la “forza di colpo d’occhio”(P 1854): il calore, l’entusiasmo, il sentimento, la fantasia con cui il genio vede ed esprime la verità, tenendosi in alto. è la forza della natura, cioè dell’illusione. Volendo esistere ed essere felice, la natura (l’esistenza) è una forza che spinge in alto, “sollevandosi al di sopra di se” (ibid.), cioè al di sopra del nulla; e il genio è il punto più alto a cui tale forza conduce.
Il colpo d’occhio – il lampo improvviso che appare nel colpo d’occhio e in cui si illumina la verità – è reso possibile dalle “grandi illusioni”  e dall’ “immaginazione” del genio. Giacché è pur sempre illusione, proprio perché è “natura” (e “piano della natura”), la forza che fa barriera contro la nullità delle cose – la nullità che, peraltro, nel colpo d’occhio appare al centro della verità.

da L’eminenza del genio, in La matematica e il genio, in Il nulla e la poesia. Alla fine dell’età della tecnica: Leopardi“, Emanuele Severino, Rizzoli, 1990