Montaigne prova il bisogno di riservarsi un luogo lontano dal mondo – un luogo dal quale possa essere spettatore della vita degli uomini e dove si senta libero da ogni tranello. Se il mondo è un teatro ingannatore, non bisogna più restare in scena; occorre il modo di stabilirsi altrove. Esiliarsi da un mondo che ha bandito la verità, non è veramente esiliarsi.

(…)

La secessione prende così l’aspetto di un atto inaugurale. Esso determina il sito dove Montaigne cessa di appartenere al traffico ingannatore; essa stabilisce una frontiera, consacra una soglia. Questo luogo non sarà un promontorio astratto: per Montaigne, tutto prende corpo; il luogo isolato sarà la “libreria” nella torre – luogo dominante, belvedere sistemato all’ultimo piano del castello di famiglia. Sappiamo che Montaigne ne farà la sua residenza permanente: dedicherà ancora molto tempo agli affari pubblici, alle trattative conciliatrici. Non si sottrae a quello che considera come un dovere nei confronti del bene comune. L’importante, per lui, è avere conquistato la possibilità di fissarsi in un territorio personale e privato, di potervi prendere le distanze, in qualsiasi momento, uscendo dal gioco: l’importante è aver dato una localizzazione, insieme simbolica e concreta, alla distanza riflessiva, averle riservto un luogo sempre accogliente, senza essere costretto ad abitarlo costantemente. Da quel momento un vuoto onirico si interpone tra lo sguardo dello spettatore e le agitazioni umane, un intervallo puro che gli permette di percepire la schiavitù in cui la folla si getta volontariamente, mentre in cambio assicura a se stesso una nuova libertà. Percepisce i legami che incatenano gli altri; sente cadere i propri. Perché la principale posta in gioco non è il sapere: è la presenza a sé.

da Montaigne. Il paradosso dell’apparenza, Jean Starobinski, Il Mulino (1984)

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