Più o meno ognuno di noi è legato ai racconti, ai romanzi, che gli rivelano la molteplice verità della vita. Solo quei racconti, letti a volte come in delirio, lo pongono davanti al destino. Dobbiamo dunque cercare appassionatamente cosa possa essere un racconto, come orientare lo sforzo attraverso il quale il romanzo si rinnova o, meglio, si perpetua.

La preoccupazione delle tecniche nuove, che compensino la sazietà delle forme conosciute, pare dominare qualsiasi riflessione. Ma non riesco a spiegarmi – se vogliamo proprio sapere cosa un romanzo possa essere – perché non si individui subito e non si sottolinei quella che dovrebbe costituire la base per una vera ricerca. Il racconto che rivela le possibilità della vita non richiama necessariamente, ma può richiamare, un momento di rabbia, senza il quale l’autore resterebbe cieco a quelle possibilità eccessive. Ne sono convinto: solo la prova asfissiante, impossibile dona all’autore il mezzo di spingere lontano la sua visione, di andare incontro alla attesa del lettore stanco dei limiti angusti imposti dalle convenzioni.

Come si può perdere temo su libri alla cui creazione l’autore non sia stato manifestamente costretto?

Ho formulato il mio principio. Rinuncio a tentar di giustificarlo.

Mi limito a fornire qualche titolo che risponda alle mie affermazioni (qualche titolo…potrei fornirne altri, ma il disordine è la misura delle mie intenzioni): Cime tempestose, Il processo, À la recherche du temps perdu, Le rouge et le noir, Eugénie de Franval, L’Arrête de Mort, Sarrazine, L’Idiota…

dalla Prefazione dell’A. a L’azzurro del cielo, Georges Bataille, Einaudi, trad. di Oreste Del Buono

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