All’interno di questo percorso, scoprivo man mano altre direzioni, altre aree di lavoro, altri orizzonti

All’interno di questo percorso, scoprivo man mano altre direzioni, altre aree di lavoro, altri orizzonti. Cioè, non era mai un lavoro lineare. Voglio spiegare quest’idea, che sembra un po’ difficile. Non è come imboccare l’autostrada: comincio da Modena, devo uscire a Roma e non mi interessa tutto quello che succede ai lati, non prendo nemmeno un’uscita secondaria. No. Il problema è che durante questo percorso c’è un progetto ben definito, c’è un itinerario tracciato,però è un itinerario che si muove, è il lavoro stesso con le fotografie che ti può provocare nuovi stimoli, suggerire ulteriori intuizioni. Ci sono cose che arrivano e che non ti aspetti. è una progettualità preordinata, ma che non scarta nulla a priori, e contempla anche la casualità. Quindi un percorso a zigzag più che una linea retta, precisa, non una direzione monomaniacale. Questo andare a zigzag, questo cominciare a tracciare degli itinerari, fa scoprire che muoversi all’interno di un ambiente, mettersi in relazione con un ambiente, anche utilizzando una macchina fotografica, può significare guardare a un insieme di problematiche molto vasto. Allora la linea comincia ad assumere le sembianze di una vera e propria carta. Diventa una mappa, uno parte con una linea dritta e si ritrova con una mappa, costituita da miliardi di piccolissimi segni che si collegano fra di loro e costruiscono un orizzonte possibile.

da Lezioni di fotografia, Luigi Ghirri

per Luca

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