chi fa da sé, fa per tre

imbarcare acqua

Noi stessi nelle nostre riflessioni giornaliere le meno profonde, conosciamo e sentiamo che la virtù (p.e.) è un fantasma, e che non c’è ragione per cui la tal cosa sia virtù, se non giova, né vizio se non nuoce; e siccome una cosa ora giova, ora nuoce; a questo giova, a quello no; ad un genere di esseri sì, ad un altro no, ec. ec. così veniamo a confessare che la virtù, il vizio, il cattivo, il buono è relativo. Noi non troviamo nell’ordine di questo mondo alcuna ragione perchè una cosa che giova a me (anche grandemente) e nuoce ad altri (anche leggermente), non si possa fare, e sia colpa; perchè un atto segreto che non giova nè a me nè ad altri, e non nuoce a veruno, e non ha spettatori, possa essere virtuoso o vizioso; perchè p.e. una bugia che non nuoce ad alcuno, e neppur di male esempio, perchè non è conosciuta, una bugia che giovi sommamente ad altri o a me stesso, senza nuocere ad alcuno, sia male e colpa. Le ragioni di tutto ciò noi siamo costretti a riporle in un Essere dove personifichiamo il bene, la virtù, la verità, la giustizia, ec. facendolo assolutamente, e per assoluta necessità, buono; che se così non facessimo, neppure in lui avremmo trovato il confine delle cose, e la ragione per cui questo o quello sia assolutamente buono o cattivo. Noi consideriamo dunque detto Essere come un tipo, a norma del quale convenga giudicare della bontà o bellezza ec. della bruttezza o malvagità delle cose (ed ecco le ἰδέαι di Platone). Quello che somiglia o piace a lui, è dunque assolutamente, primordialmente, universalmente e necessariamente buono, e viceversa. Benissimo: altra ragione infatti che questa non vi può essere del buono ec. assoluto; e, come ho detto altrove, tolte le idee di Platone, l’assoluto si perde. Ma qual ragione ha questo tipo di essere tale quale noi ce lo figuriamo, e non diverso? Come sappiamo noi che gli appartengono quelle qualità che noi gli ascriviamo? – Elle son buone, e la necessità è la ragione per cui gli appartengono, e per cui egli esiste in quel tal modo e non altrimenti. – Ma son elle buone necessariamente? son elle buone assolutamente? primordialmente? universalmente? Che ragione abbiamo per crederlo, quando, come vengo dal dire, non ne troviamo nessuna in questo mondo, vale a dire in quanto possiamo conoscere; anzi quando la osservazione depone in contrario quaggiù stesso, benchè dentro un medesimo ordine di cose? – La ragione che abbiamo è Dio. – Dunque noi proviamo l’idea di assoluto coll’idea di Dio, e l’idea di Dio coll’idea dell’assoluto. Iddio è l’unica prova delle nostre idee, e le nostre idee l’unica prova di Dio. Da tutto ciò si conferma ciò che ho detto altrove che il primo principio delle cose è il nulla. (7 Agosto 1821)

da pp. 1462-1464 dello Zibaldone, Giacomo Leopardi

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