racconto della discreazione

Per fortuna avevo avuto cura di chiudere tutto, altrimenti, ne sono certo, il tetto sarebbe volato via; e facevo comunione con me stesso, pensando: “Io, pover’uomo, perso in questa confluenza di infiniti, in questo vortice dell’Essere, che sarà di me, mio Dio? Perché buio, ahimè?, buio, è questo vuoto nel quale dal suolo fermo sono caduto, a una profondità di un trilione di bracci, giocattolo di tutti i turbini del vento, e sarebbe stato meglio per me perire con i morti, e non aver mai visto la tenebrosità dell’ineffabile, non aver mai udito la sconvolgente tetraggine dei venti dell’eternità; quando si dolgono, e sospirano, e gemono; quando si disperano e vengono meno; voci che nessun udito potrebbe mai udire: perché hanno l’intenzione di divorarmi, lo so, quei vasti bui, e presto sarò scomparso come la pula delle aie, per lasciare a loro il palcoscenico di questo teatro”. E così giacqui fino al mattino, borbottando, accoccolato e tremante: perché gli urti della tempesta pervadevano la chiesa sbarrata e mi raggiungevano il cuore; e ci furono tumulti e tuoni quella notte, Dio mio, come richiami e ghigni e risa di scherno urlate da una cima all’altra dei colli dell’Inferno.

da La nube purpurea, M.P. Shiel, Adelphi, trad. di Rodolfo Wilcock

Lascia una risposta

L'indirizzo email non verrà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

È possibile utilizzare questi tag ed attributi XHTML: <a href="" title=""> <abbr title=""> <acronym title=""> <b> <blockquote cite=""> <cite> <code> <del datetime=""> <em> <i> <q cite=""> <s> <strike> <strong>