a tata Emilia

“Non è certo la mia serva, sono io diventata la sua schiava. Stiamo tutti diventando i loro schiavi”. Questo diceva Anna, che era intelligente, che pure aveva il cuore sinceramente democratico, della sua cameriera.
“Esse da me si trasformano o in vipere o in prostitute”. Ricordava bene l’arrivo in casa sua della sua ultima, Luisa, il 2 gennaio, la prima giornata di sole dopo qualche mese di pioggia umida.
Nonostante il tempo bello, e quel sereno freddo e velato, la casa nuova dovette sembrare un buco a Luisa. Luisa veniva da una famiglia della Piazza S.Ambrogio, che abita uno di quei palazzi che stanno di fronte alla basilica formando la muraglia dei ricchi: la grande muraglia milanese. Anche la nuova strada, corridoio largo e grigio, su cui dà l’appartamento di Anna, dovette sembrarle una porcheria: in due anni di Milano non era mai stata da quelle parti piccolo-borghesi.
Anna sapeva che i signori Gatti di piazza S.Ambrogio l’avevano prelevata direttamente da una valle bergamasca e che l’avevano sempre tenuta in quel giro di famiglie sul milione mensile; dal chiuso di una città commerciale, una bambinaia minorenne, con dei bambini di lusso, non esce mai, e non traversa la periferia industriale che quattro volte l’anno; per andare e per tornare dalla villeggiatura d’estate, per andare e tornare dalla montagna d’inverno.

I Gatti possedevano  il maggior stabilimento tessile del paese della ragazza e in quel paese tutte le donne le assumevano loro. Quando mancavano di una donna di servizio, la sceglievano tra le future operaie, stornandola verso la muraglia: la ragazza cade in una custodia privata, morale, assai più prigioniera che in stabilimento; viene posseduta giorno e notte mentre ancora nessuno stabilimento, neppure tessile, dispone della notte delle sue lavoratrici. In quei due anni Luisa non era mai uscita, la domenica, con la ragione che era riservata e religiosissima, e che si godeva, partecipandovi, il lusso dei Gatti dentro i loro muri e le loro automobili.
“Cretina” le gridava il dottor Gatti in piazza S.Ambrogio, di ritorno dall’ufficio, cogliendola fuori coi bambini cinque minuti dopo l’orario fissato. La caricava su insieme ai figli, sbattendo con ira la porta dell’automobile, per far loro traversare presto la piazza. Quel Gatti era uno sportivo ma non scendeva mai. I suoi piedi non toccavano mai terra, in città, dall’ascensore alla macchina, dalla macchina all’ascensore; non conosceva più con i piedi un pezzo di marciapiede di Milano, esclusi tratti brevissimi del centro, dal posteggio al cinema, al teatro. Egli passava direttamente dai pedali della sua automobile alle terre mobili della brughiera, alle nevi di St.Moritz, alle rocce della Riviera.
Per proteggerla dai pericoli della città, anche la ventiduenne signora Gatti chiamava molto spesso Luisa cretina, aggiungendo: “Mi sei stata affidata da tua madre, o resti con me o torni a casa tua. se vuoi cercarti un altro servizio, te lo devo impedire per il tuo bene, io non posso permettere che ti rovini”.
Eppure Anna avrebbe molte volte pensato, nei mesi futuri, che la Gatti si faceva odiare e ammirare da Luisa e che esse si somigliavano, molto più di quanto Luisa non si intendesse con lei: erano tutte e due ordinate, pulite e orgogliose, nevrasteniche alla maniera attiva, senza depressione. Amavano la casa come un corpo, continuamente mettevano in moto gli elettrodomestici, vestivano i bambini con cravatte, gonne, sottogonne, golfini. A Luisa era davvero sembrato di non avere più al mondo che l’appartamento dei Gatti, o il suo paese, ma il suo paese cadeva nello stabilimento dei Gatti e da esso, nei periodi di crisi domestica, si passava in piazza S.Ambrogio. Dunque il destino era chiuso.
Ma forse la signora Gatti era troppo giovane; madre di tre figli, era anche lei una figlia viziata; l’identificazione con la vecchia madre lontana di Luisa, con il parroco del paese, con l’Azione cattolica, strideva. Si lanciava violentemente contro la sua bambinaia, mirando al viso rosso e duro sotto le trecce. La ragazzina-bambinaia, inflessibile e ingenua come una monaca mancata, non ammollita né corrotta ancora da nessun diavolo carnale, covava il gusto di una vendetta morale. Silenziosamente, ribellandosi contro tutti, aveva cominciato a cercarsi un altro posto, ignoto, nella grande città. All’ultimo schiaffo della Gatti, dopo una esplosione di urli e di pianti per tutto l’appartamento imbottito, si licenziò- E l’urlo ancora più alto di “Cretina!” lanciato dal dottor Gatti mentre usciva dall’automobile all’ora di pranzo, di ritorno dalla sede della tessitura, che era in Milano, ruppe l’ultimo legame di Luisa con i suoi feudatari.

Così era venuta da Anna. Per caso; poteva capitare da chiunque. Il 2 gennaio, alle due del pomeriggio, Anna, lasciato un libro, le era venuta incontro dal piccolo soggiorno, tutta accogliente, come alla volta di un’amica. L’ingresso di Anna era così piccolo che a togliersi o infilarsi il cappotto si sbattevano le braccia contro le pareti: tutto lì dentro era decoroso, intelligente, ma stretto. Il loro primo incontro fu, reciprocamente, molto timido. Dopo il frastuono di casa Gatti parve a Luisa di essere scesa in una tomba, benché il piccolo appartamento fosse un attico. E la parola tomba ricorse spesso nelle prime lettere di Luisa alla madre angosciata:” Qui c’è un gran silenzio, non ci sono bambini che tengono compagnia, la signora e il signore, quando c’è, parlano fra di loro sottovoce. Siamo troppo alti in mezzo al cielo, non abbiamo nessuno intorno. Sembra una tomba, io ho molta malinconia. Però mi trattano bene. Però ho molta malinconia”.

da La linea gotica, Ottiero Ottieri, Guanda

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