appunti per Trentasei e dieci vedute n.13

 michael nash warsaw 1946

“Ricordi quand’eravamo più piccoli, e giuocavamo a Cesare e Pompeo, e com’io facea sempre Pompeo e tu Cesare, e Giulia la Pilla?”
“Sì, certamente, come potrei scordarmi d’un giuoco ch’empiva le nostre giornate?”      “Noi rimanevamo Tardegardo ed Orazio, e dando cominciamento a quel giuoco non sapevamo cosa quelle due fantasime avrebbero detto, né fatto: e pur una volta iniziato elle atteggiavansi da sè sole, senza che noi dovessimo meditar sulle parole e su’ gesti; Cesare e Pompeo riviveano d’una vita gelosamente lor propria, e noi eravamo quaj minatori, ch’estraevamo dalle lor pieghe, senza poterlo sapere, tante ascose verità. Lo stesso m’avviene scrivendo. Prima di stendere la mia scrittura io non so ancora cosa la mia Luna dirà, né donde trarrà le risposte, ma carta dopo carta, direbbe il padre Dante, io m’inluno, e veggo le cose dal suo punto d’osservazione, e dimentico Tardegardo, e scrivo secondo ella ditta”.

da Io venìa pien d’angoscia a rimirarti, Michele Mari, Cavallo di Ferro

Lascia una risposta

L'indirizzo email non verrà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

È possibile utilizzare questi tag ed attributi XHTML: <a href="" title=""> <abbr title=""> <acronym title=""> <b> <blockquote cite=""> <cite> <code> <del datetime=""> <em> <i> <q cite=""> <s> <strike> <strong>