come luce di faro

faro Laura Stor

“Plutarco  scrive che, secondo la favola”, mi disse senza preambolo, e senza nemmen salutarmi, “la Lamia dorme cieca in casa, tenendo gli occhi riposti in certo vaso; quando esce però se li adatta e vede. Chi è che non scorge che cotesto racconto si è falso? Eppure, esso è tanto bello da essere in certo modo più vero de’ponderosi trattati del Tartarotti e del Maffei. Rimembri il dì ch’io ti parlai della lunghezza del Vero, e di come v’abbiano verità difficoltosissime a cogliersi, ma ch’una volta afferrate rifulgono d’una bellezza quasi divina? Or io mi chiedea se la cosa non possa ribaltarsi..”
“Ribaltarsi?”
“Sì, partendo dal fondo, come a dire che la bellezza medesima potrebbesi anche intendere quale prova di verità, come luce di faro, che guida il piloto alla sua salvezza, o come il tremore dell’aere, che secondo gli antichi n’avvisa della presenza d’un nume. Perché le favole e i miti son sì luminosi e piacenti? A cotesta domanda io rispondo: perché havvi in loro qualcosa di vero, ma ascosamente ed in guisa non manifesta, secondo un linguaggio che non parla al nostro intelletto ma alla sostanza più sottile ed inquieta del nostro spirito. Secondo la gramatica di cotesto linguaggio, c’è più vero nell’arcano del Minotauro che nella morale di tutte le favole di Fedro, pan prelibato de’pedagoghi da due millennii in oggi. Or questo io voglio scoprire nel mio Saggio sopra gli errori popolari degli Antichi, questo io debbo, imparare a riconoscere il vero che si cela nel bello, e scevrando bello da bello nutrir me e i miei lettori della sapienza antica, che le paure ed i mali dell’uomo cristallizzò in favoloso sistema”.

da Io venìa pien d’angoscia a rimirarti, Michele Mari, Longanesi, Marsilio e oggi Cavallo di Ferro

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