9 febbrajo 1813



Luna di Laura Stor

Se il mio signor Padre sapesse che sono ormai alcune settimane ch’io vo disertando la Santissima Scrittura del Diodati per attendere a queste carte, oh allora sì che sarei servito! Quanto alla signora Madre, nemmen oso pensare al tremendo castigo cui mi servirebbe, ché certo saprebbe scovarne uno buono de’ suoi! Ma in questa casa è sempre andato e sempre  andrà che si debba vivere sorvegliati da’ birri, e ce non s’abbia pace neanche nel chiuso della propria stanza.
Tardegardo sta studiando in Biblioteca. Dover tener celati questi fogli anche a’ suoi occhi è un affanno che si aggiunge al precedente, a tacer che osservarlo così un po’ da lungi, e secretamente (io che gli ho sempre aperto le porte del mio cuore, fidandomi seco non come a un fratello, ma come a un altro me stesso), m’ equivale a carpirne la fede, e a far di me un terzo birro che s’aggiri per casa. Ma come svelargli il mio animo, senza distruggere lo scopo della mia osservazione? Se l’oggetto di questa non è altri che lui, e il suo comportamento sempre più strano da qualche tempo in qua? O infingere, simulando, e tradirlo, o rinunciare a giovargli, non se ne esce. Sento de’ passi. Addio.

da Io venìa pien d’angoscia a rimirarti, Michele Mari, finalmente disponibile nell’edizione Cavallo di Ferro

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