avevo mandato una copia alla dama…

The copy desk, Peggy Bacon, 1945

La rivista apparve, con una copertina gialla che ne era la parte migliore perché almeno senza pretese; uscì per quattro mesi nella più indisturbata oscurità, e morì senza un sussulto. Il primo numero ebbe per direttori tutti noi quattro, con enorme trambusto; il secondo uscì soprattutto dalle mani di Ferrier e mie; il terzo fui solo io a redigerlo; ed è stato a lungo un solenne problema il sapere chi mai avesse diretto il quarto. Sarebbe forse più difficile poter dire chi lo aveva letto. Povero foglio verde, che aveva l’aria tanto piena di speranza nella vetrina di Livingstone! Povero innocuo giornale, che avrebbe potuto mettersi a pubblicare Shakespeare, ed era invece così goffamente sfigurato con delle scemenze. Dovrò anche dire poveri editori? Non posso compatire me, per il quale era tutto puro guadagno. Per me non fu una novità, ma soltanto la salutare conferma del mio giudizio, allorché la rivista si dibatté in mezza nascita, e subito si ammalò e decedé durante la notte. Avevo mandato una copia alla dama con la quale il mio cuore era in certo senso impegnato a quell’epoca, e che fece quanto era in lei per spezzarlo. Essa, con un certo tatto, passò sotto silenzio il regalo e i miei articoli diletti. Non ne provai certo piacere; ma le dirò adesso, se per caso riprenderà in mano l’opera del suo antico servitore, che l’ho stimata di più per il suo gusto.

da Memorie, Robert Louis Stevenson, Editori Riuniti, trad.di Flaminia Cecchi

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