limiti

Di queste vie che scavano il ponente
Una certo (non so quale) ho percorso
Ormai l’ultima volta, indifferente
E senza saperlo, sottomesso

A Chi prefigge onnipotenti norme
E una misura rigida e segreta
Alle ombre, ai fantasmi e alle forme
Che tessono e che disfano la vita.

Se per tutto c’è termine e c’è regola
E l’ultima volta e per sempre ed oblio
Chi potrà dirci a chi, in questa casa,
Senza saperlo abbiamo detto addio?

Fa grigio il vetro la notte morente,
della pila di libri che una tronca
Ombra allunga sul tavolo impreciso
Ce n’è qualcuno che non leggeremo.

C’è al Sud più d’un portone consumato
Coi suoi vasi di pietra e i fichi d’India,
Che al mio passo nostalgico è vietato
Come se fosse una litografia.

Hai richiuso per sempre qualche porta
E c’è uno specchio che t’attende invano,
E quel crocicchio che ti sembra aperto
È vegliato dal quadrifonte Giano.

Fra tutti i tuoi ricordi, ce n’è uno
Che s’è perduto irreparabilmente;
Non ti vedran riandare alla sua fonte
Il bianco sole né la gialla luna.

Non riandrà la tua voce quel che il perso
Disse in suo idioma d’uccelli e di rose,
Quando al tramonto di luce dispersa
Vorresti dire memorande cose.

E l’incessante Rodano ed il lago
Tutto l’ieri sul quale oggi mi chino?
Sarà perduto come lo è Cartago
Che con fuoco e con sale arse il latino.

Credo udire nell’alba un frettoloso
Rumore, come gente che va via:
È quello che m’ha amato e obliato;
Già spazio, tempo, Borges mi abbandonano.

da Poesia, Anno IV, Luglio-Agosto 1991 n.42, Jorge Luis Borges a cura di Francesco Tentori Montalto

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