strada per un ritorno a casa

Con gli occhi Nadja non la vidi mai.
In sogno – sì. Sempre lo stesso sogno: io arrivo, lei è appena andata via, io la seguo – lei se ne va, la chiamo – si volta sorridendo, ma prosegue, voglio raggiungerla – non riesco.
Ma i segni – c’erano. Durante la passeggiata, il profumo del negozio di fiori e lei, un fiore. Una nuvola con il rossore delle sue guance. Con la curva delle sue guance. Persino un brodoso caffè d’orzo,prima che ci versassero il latte, – aveva l’oro dei suoi occhi. I segni – c’erano. L’amore ne trova sempre. Tutto era un segno. Forse nella mia narrazione non si riuscirà a vedere l’essenziale: la mia tristezza. Allora lo dirò, questo amore era – tristezza. Una tristezza mortale. Desiderio della morte – per incontrare lei. L’insopportabile “adesso” dei bambini! E se qui non si può – allora – “Morire per vedere Nadja”, così suonava, più certo di due più due, certo come “Padre nostro”, così dal sonno avrei risposto alla domanda: che cosa desideri più di tutto? E poi? Poi – nulla – tutto. Vederla, guardarla. Guardarla sempre.

Da Il diavolo, Marina Cvetaeva, Editori Riuniti, trad.di Luciana Montagnani

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