sulla lettura


Balbec

 

Esiste un margine di mistero, nel procedimento artistico, che nessuna critica e nessuna filologia riusciranno mai ad annullare del tutto. Della realtà, nella sua metamorfosi estetica, qualcosa si perde, qualcosa si altera, qualcosa si invera: tutto si stilizza cristallizzandosi nella convenzione formale, tutto lievita nell’affabulazione, nulla di ciò che era immediato rimane tale. Di fronte all’opera d’arte si danno pertanto due atteggiamenti fondamentali: uno di abbandono alla sua pienezza, e uno di curiosità analitica. Per chi Combray resta un luogo ideale dello spirito o un pezzo della propria carne o un flatus musicale è incomprensibile che ci siano stati uomini che, Recherche ed epistolario di Proust alla mano, abbiano girato la Francia per determinare l’esatta ubicazione e denominazione di quel luogo. Eppure è inevitabile, che nella difficoltà di comprendere come sia stata realizzata l’opera, qualcuno cerchi di scoprire almeno alcuni ingredienti originari.

da I demoni e la pasta sfoglia, Michele Mari, Quiritta

 

Illiers-Combray, il sentiero dei biancospini

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