il luogo


s.t. Ugo Grazzini

D’improvviso le parla da un luogo illegittimo, le si avvicina come un’ombra schiacciata sulla parete. Vorrebbe morire ma una calma disastrosa lo inchioda al pavimento. “Accadrà qualcosa?”.
“Nulla che non sia già accaduto”. La voce di lei cade dentro uno spazio neutro diventando la voce di nessuno, l’estremo limite dove ogni voce potrebbe annullarsi. Spia il suo viso e scopre che c’è dell’altro, il segreto illimitato del suo destino. “Chi ci minaccia?”, domanda ritirandosi nell’attesa. “Un luogo, forse più di uno, una marea di segni gettati da questa luce”. Un altro abita la stessa camera, li accompagna per strada con il suo pianto feroce.
C’è una piazza che prende la parola e dice: “Vi separerete qui, dentro di me, nel punto dove assomiglio al cielo”.
Lui si imbatte in una faccia cariata, in un dolore scavato fino all’osso. “Ci sono angeli che sanguinano”, dice cullandosi nel suo ventre, “alcuni passano la notte scrivendo le nostre parole e cancellando quelle giuste. Ci sono angeli senza misericordia, ognuno custodisce un lembo della nostra morte”.
“Ciascuno di questi esseri ha un destino che somiglia al nostro”. Le dice queste parole per tutto il tempo che lei lo guarda, esausta, da una terra di frontiera. “Ognuno di essi”, aggiunge, “ha un ago che lo ricuce al nulla”. Lei si volta, vorrebbe che un’ombra qualunque le svelasse questo segreto. Incontra il corpo di lui che il desiderio condanna alla presenza, una presenza peggiore della morte. Si accorge del suo dolore come se ogni cammino fosse stato percorso e quel luogo non fosse che la ripetizione di una traccia cancellata. “Dove stiamo andando?”. La voce esce da un vicolo oscuro, nessuno dei due sa con esattezza a chi appartenga. “Quando arriveremo? è vero che stiamo andando dalla stessa parte?”. Lei vorrebbe conoscere chi ha parlato, se l’uomo che le sta di fronte è lo stesso che ha parlato. Lui è muto, una malattia invincibile l’ha reso incapace di domandare. Un battito d’ala attraversa la fronte dell’uomo, lei è convinta che quella carcassa scossa da un tremito contenga la voce che la interroga.
Le ricorda la loro stanza, i corpi scuciti sulle lenzuola. Una luce troppo chiara penetra dall’abbaino, nel triangolo luminoso azzardano una prossimità sorvegliata. Rammenta che le aveva detto: “In questa posizione è più difficile essere visti”. Lei avrebbe voluto dimenticare. “Aiutami a dimenticare”, lo aveva implorato piangendo. I due corpi si muovono appena, toccandola ha l’impressione che una vertigine gli sottragga i punti che più desidera, uno per uno.
Le parole, dicono, le parole inceneriscono se vengono guardate. le descrive la stanza. è una stanza disabitata, abitata solo da esseri sottili. Improvvisamente si accorge che le sta escrivendo il vuoto, lo stesso vuoto che l’ha accolta da quando ha preso la parola. Descrivendole la stanza ha come una fitta al cuore, pensa che una differenza sia là suo malgrado, nonostante le sue parole. Riflette su questa legge, su ogni legge che distruggendolo rende possibile il desiderio.
La strada si esaurisce dentro una luce di cemento armato. Tengono in vita le parole utilizzando gli errori, ogni tanto una voce spalanca degli abissi. “Ci sono ombre desolate che origliano alle porte”, confessa urtando contro i suoi occhi.
Una porta si apre davanti a loro, i battenti guardano in ogni direnzione.
“Mi fermerò qui, dove la soglia è più corrosa!”.
“Prendi almeno una direzione, una qualunque!”.
“Questa soglia è il mio destino”.

da Lettera sugli angeli e altri racconti, Roberto Carifi, Via del Vento Edizioni

Lascia una risposta

L'indirizzo email non verrà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

È possibile utilizzare questi tag ed attributi XHTML: <a href="" title=""> <abbr title=""> <acronym title=""> <b> <blockquote cite=""> <cite> <code> <del datetime=""> <em> <i> <q cite=""> <s> <strike> <strong>