in casa di una fata


dalma
 

È qui, vive l’origine, sottile
sull’orlo della morte, un tinnito
come d’aprile s’apre un boccio o chiude
la bocca ultimo bacio…

È troppo, troppo
il premere del vero sul mendacio
quotidiano, forse ha troppo stretto
il collo della bottiglia senza fondo
che tieni in mano: tutto vi s’affolla
in un singhiozzo.

Il tuo sguardo, lontano
è troppo, si dilata la pupilla
ma invano. Invano s’alza la favilla
dal ciocco che rimuovi ardente. Il fiocco
del tuo grembiule, o forse dei pensieri,
se ti chini con impeto su quei
carboni accesi, ecco si scioglie: l’ieri
è qui, ma quale dei domani accoglie
quanto la strozzatura di questo oggi
avaramente spruzza nel bicchiere
che mi porgi?

                         Lo so, tutto è vivente,
i poggi dietro i vetri che s’incrinano
del loro rifiorire, forse i morti
depongono le loro ire, il sarchiello
che ha sarchiato anche i secoli composto
in un canto, per non morire come
muore un canto, e diventa ora una voce,
la tua, che mi sorprende così accanto
alla sorpresa dove il tutto e il nulla
così vicino alla sua resa esiste,
e resiste, l’uno nell’altro.

Furono
le sviste che ci fanno qui vedere
più a fondo dentro quel poco invisibile,
poco perché è esso, vedi, che orla
quanto siamo, e in quanto non saremo
più evidente il nostro esserci. Nemmeno
se sorridi, nascondi l’immagine del non esserci per esserci,
se il vero cresce sopra questo lento spegnersi del reale. Il fuoco sale
più cilestrino
, tu mi guardi fino
a farmi male, fata o mio destino.

da Poesie (1942-1992), Piero Bigongiari, Jaca Book

 


che la lettera data alle fiamme arrivi alle irraggiungibili
per f. e per b.

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