questo è il bosco

foto di Ribes Sappa

 

Questo è il bosco
e qui, per un momento,
il mio cuore spia…
Vanno e vengono
i discendenti degli alberi
-nascosti animali geometrici.
Si chiudono nelle proprie materie concave,
tempie aeree, lontani fantasmi con ali sommerse.
Si distendono,
gravitano contro l’ombra,
reali parti ascendenti
del poderoso e abitante ossigeno.
Questo è il bosco distante
e qui, in una forma di sete
lascio il mio cuore a riposare,
a retrocedere,
un pensiero di foglie che fu mio.
Qui, sopra la tempestosa apparenza
di una campana gettata nell’erba.
Questo è il bosco
e qui il mio cuore, denudandosi,
è solo un rumore,
un’allegria che deviò dentro me
e incessantemente si perse
e non si può trovare
e nemmeno può assomigliare a se stessa.
Qui il mio cuore
-questo è il bosco-
riposa celebrando la sua morte.
Se ne va,
andrà presto in cammino,
come un domani,
come un tempo,
come se “andarsene sempre” fosse il suo pronome.
Parte verso ieri,
verso il giorno di un anno che nessuno vide crescere,
perché si divorò,
perché mangiò la sua stessa sostanza.
Se ne va oggi,
se ne andò ieri,
sempre andrà in cammino
abbandonando deserti,
spine,
ossa alacri,
il luogo che sembrava contenere il mondo,
e non era che uno specchio infiammato.
Se ne va, se ne andrà,
sempre se n’è andato
abbandonando cammini invitti,
mesi inabitati,
case serrate dal tempo verde.
Se ne andrà, se ne andò,
insieme
a tutto ciò che contiene l’aria
di frontiere diffuse
e spume prolungate fino al canto;
insieme
a tutto ciò che vive
portato dallo spazio
e abbandonato dai frutti del mare,
del sole, del vento;
da ciò che dona la terra
girando sulla propria estasi;
da ciò che mai più si disse eternamente,
negando l’atmosfera.
Andiamo, àlzati,
è ora di partire.
Dove andiamo, compagno, senza nulla al sole?
Andiamo alla sacra forma
che più non dorme;
all’affaticato aroma solitario, al sangue
che solo d’improvviso ascende al vento,
logorando ciò che tocca nel suo transito.
Andiamo al gran torrente che immagina
ciò che palpiamo e non vediamo,
accecati dal suo tatto illuminato
e dal suo annegato splendore.
Andiamo al luogo della tempia, al passare delle ossa
perfette, spopolate, spellate.
Andiamo ai nostri giorni in segreto;
alla nostra pelle che occultamente passa per mani
atmosferiche
attraverso un tatto elevato a potenza.
Ho freddo. Abbiamo.
Non dovevamo uscire per essere scrutati,
per avere qualcosa di nostro,
e strappati
e divisi
come albero che siamo
che ci sogna.
Camminiamo.
Entriamo
per non uscire mai più:
per compiere il nostro obbligo di palpitare,
di singhiozzare,
di morire in sola compagnia
dell’ultima delle nostre ossa
che udì chiamare la terra.

da Questo è il bosco e altre poesie, Eunice Odio, Via del Vento Edizioni, trad. di Tomaso Pieragnolo

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