Perché si scrive

Scrivere è difendere la solitudine in cui ci si trova; è un’azione che scaturisce soltanto da un isolamento ef­fettivo, ma comunicabile, nel quale, proprio per la lon­tananza da tutte le cose concrete, si rende possibile una scoperta di rapporti tra esse.
È una solitudine, però, che non ha bisogno di essere difesa, che non ha bisogno cioè di giustificazione. Lo scrittore difende la sua solitudine, rivelando ciò che trova in essa e in essa soltanto.
Se esiste un parlare, perché scrivere? Ma l’espres­sione immediata, quella che sgorga dalla nostra spon­taneità, è qualcosa di cui non ci assumiamo interamen­te la responsabilità, perché non emana dalla totalità in­tegrale della nostra persona; è una reazione sempre dettata dall’urgenza e dalla sollecitazione. Parliamo perché qualcosa ci sollecita e ci sollecita dall’ esterno, da una trappola in cui ci cacciano le circostanze e da cui la parola ci libera. Grazie alla parola ci rendiamo li­beri, liberi dal momento, dalla circostanza assediante e istantanea. Ma la parola non ci pone al riparo, né per­tanto ci crea, anzi, il suo uso eccessivo produce sempre una disgregazione; per mezzo della parola vinciamo il momento e subito dopo siamo vinti da esso, dalla suc­cessione di momenti che superano il nostro assalto senza lasciarci rispondere. E’ una continua vittoria, che alla fine si trasforma in sconfitta.
E da questa sconfitta intima, umana, non di un singolo uomo ma dall’essere umano, nasce l’esigenza di scrivere. Si scrive per rifarsi della sconfitta subita ogniqualvolta abbiamo parlato a lungo. La vittoria del resto, può darsi solo dove si è subita la sconfitta, nelle stesse parole. Queste stesse parole, avranno ora, nello scrivere, una diversa funzione: non serviranno più il momento oppressore, non serviranno più a giustificarci di fronte all’assalto del momentaneo, bensì, partendo dal centro del nostro essere raccolto in se stesso, ci difenderanno di fronte alla totalità dei momenti, di fronte alla totalità delle circostanze, di fronte alla vita intera.

da Verso un sapere dell’anima, Maria Zambrano, Raffaello Cortina Editore, traduzione a cura di Rosella Prezzo

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