il centro e l’angoscia

foto di Lorenzo Gramaccioni

 

Sopraggiunge, l’angoscia, quando si perde il centro. Essere e vita si separano. la vita è privata dell’essere, immobilizzato, giace senza vita e senza avviarsi per questo né trovarsi a morire. Giacché per morire bisogna essere vivo e per il trapasso, vivente.
(“Che io, Sancho, nacqui per vivere morendo” è una confessione di un essere, oltre che vivo, vivente.)
L’essere senza alcun contatto col suo centro giace, assoluto in quanto diviso; separato, solitario. Senza nome. Ignaro, inaccessibile. peggio di un qualcosa, avanzo di qualcuno. Sprofonda senza per questo discendere né muoversi, né soffrire alterazione alcuna, resiste alla disgregazione incombente. è tutto.
E la vita semplicemente si riversa dall’essere decentrato. Non trova luogo che l’accolga, rimessa alla sua sola vitalità. Angoscia del giovane, dell’adolescente e persino del bimbo che vaga e ha tempo, tutto il tempo, un tempo inabitabile, inconsumabile, situazione derivata dal non sottostare a un essere e, per suo tramite, a un centro. Tende a tornare alla sua condizione primaria, all’avidità colonizzatrice; si disperde e annega persino in se stessa, acqua senza sponde, finché non incontra, se ha la fortuna di incontrarla, la pietra.

da Chiari del bosco, Maria Zambrano, Bruno Mondadori, trad.di Carlo Ferrucci

One thought on “il centro e l’angoscia”

Lascia una risposta

L'indirizzo email non verrà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

È possibile utilizzare questi tag ed attributi XHTML: <a href="" title=""> <abbr title=""> <acronym title=""> <b> <blockquote cite=""> <cite> <code> <del datetime=""> <em> <i> <q cite=""> <s> <strike> <strong>