Sebbene tu cerchi

Sebbene tu cerchi che la tua stessa
fugacità sia l’arpa, il flauto, il ruscello,
sai che su la fronte è il segno
di una malinconia senza fine;
e se l’aria della notte che avanza
scioglie la maggiorana, i mirti,
il chiaro calice della datura
in fumo umido di fragranza,
sai che la favola sboccia,
poco dura, s’allontana
e l’amaro è dell’ultima goccia.
Anche se il disperso ritrova
il confine, il lume notturno, il riposo,
anche se il tumulto gioioso
delle campane irrompe
nell’aria della sera,
e la corona da le gemme invernali
dolce si curva a la Primavera dei bianchi sponsali.
Ora su le colline oscure, su le curve dei monti
le terse cinture, le cacce di scintille
prende il primo scoramento che poi trascolora
e saranno in fondo a le valli, brusio, brina,
all’eriche sonaglio di stille che vapora,
breve fluire di fonti che l’erba disperde,
che la terra densa ai raggi caldi beve.

da Bosco il prestigiatore, in Antologia poetica, Lucio Piccolo, All’Insegna del Pesce d’Oro di Vanni Scheiwiller, 1999

Sulla scrittura (5)

2 giugno 1942

Non dimenticare mai che la guerra finirà e che tutta la parte storica sbiadirà. Cercare di mettere insieme il maggior numero di cose, di argomenti…che possano interessare la gente nel 1952 o nel 2052. Rileggere Tolstoj. Indispensabili le descrizioni, ma non storiche. Insistere su questo. Per esempio in Dolce i tedeschi nel villaggio. In Captivité la prima comunione di Jacqueline e la serata in casa di Arlette Corail.

dagli Appunti di Irène Némirovsky sullo stato della Francia e sul suo progetto Suite francese tratti dal suo diario, in Suite francese, Adelphi, trad. di Laura Frausin Guarino.

buoni da morire

Ritrovatosi sulla strada con i ragazzi, che portavano ciascuno una coperta e un tascapane e lo seguivano strascicando i piedi nella polvere, padre Péricard si era diretto verso l’interno, allontanandosi dalla Loira che riteneva piena di pericoli e inoltrandosi nei boschi. Ma già la truppa vi si era accampata, e il sacerdote pensò che i soldati sarebbero stati presto avvistati dagli aerei: dunque il pericolo era altrettanto grande lì nel bosco che lungo le rive del fiume. Così, abbandonando la statale, imboccò un percorso sassoso, quasi un sentiero, lasciando che l’istinto lo portasse a un qualche abituro isolato, come quando, in montagna, guidava il suo gruppo di sciatori verso un rifugio perduto nella nebbia o nella tormenta. Questa, invece, era una splendida giornata di giugno, così calda e luminosa che i ragazzi ne erano come inebriati. Rimasti in silenzio finoa  quel momento, e buoni, troppo buoni, ora si spintonavano, gridavano, e a padre Péricard arrivavano risate e frammenti soffocati di canzoni. Tese l’orecchio e colse un ritornello osceno sussurrato alle sue spalle, una sorta di bisbiglio a fior di labbra. Allora propose loro di cantare in coro una marcetta. Fu lui a iniziare a scandendo vigorosamente le parole, ma solo qualche voce lo eguì. Pochi istanti dopo tutti tacquero. A quel punto anche lui si mise a camminare in silenzio, domandandosi quali oscuri desideri, quali sogni quell’improvvisa libertà suscitasse nei poveri ragazzi. Uno dei piccoli si fermò di colpo e gridò: “Oh, una lucertola! Una lucertola! Guardate!” Fra due pietre al sole apparivano e sparivano agili code, spuntavano piccole teste piatte, gole palpitanti pulsavano rapide per lo spavento. I ragazzi guardavano affascinati. Qualcuno si era perfino inginocchiato sul sentiero. Il prete pazientò per alcuni secondi, poi li esortò a riprendere il cammino. Docili, i ragazzi si rimisero in piedi, ma nello stesso istante dalle loro mani partirono, come proiettili, dei sassi, scagliati con tanta abilità e una rapidità così sorprendente che due lucertole, le più belle, le più grandi, di un grigio delicato quasi azzurro, restarono uccise sul colpo.

“Perché lo avete fatto?” esclamò il prete in tono irritato.

Nessuno rispose.

“Perché? è un’azione vile!”.

“Ma sono come le vipere, mordono” disse un ragazzo dalla faccia smorta e stralunata e dal lungo naso a punta.

“Che sciocchezza! Le lucertole sono del tutto inoffensive”.

“Ah! Noi non lo sapevamo, padre!” replicò quello con una voce da teppista e una finta innocenza che non ingannarono il prete.

da Suite francese (cap. 25) di Irène Némirovsky, Adelphi, trad. di Laura Frausin Guarino

 

Rapporto tra letteratura, realtà e surrealtà

“Il 15 maggio 1796 il generale Bonaparte entrò a Milano a capo di quella giovane armata che aveva varcato allora il ponte di Lodi e apprese al mondo che dopo tanti secoli Cesare e Alessandro avevano un successore…”. Così comincia La Certosa di Parma di Stendhal.

“Svegliandosi una mattina Gregor Sansa i accorse di essere mutato in un insetto mostruoso…”. Così comincia La metamorfosi di Kafka.

Non c’è che dire, mettendo a confronto i due incipit appare lampante che essi contengono, l’uno il massimo, l’altro il minimo di attendibilità. Il fatto è però che in entrambi i casi la soggezione del lettore è totale, in virtù di una stipula silenziosa fra lui e lo scrittore, secondo la quale vero e falso sono le facce di un’erma bifronte a cui tutti ci inginocchiamo.

Così, nel momento in cui entra in Milano, Napoleone cessa di essere una persona storica per diventare favoloso al pari di un ippogrifo, mentre Gregor Samsa appare altrettanto plausibile quanto un esemplare appuntato con uno spillo nella vetrina di un entomologo.

da Essere o riessere, conversazioni con Gesualdo Bufalino a cura di Paola Gaglianone e Luciano Tas, òmicron, collana Il Libro che non c’è, 1996

dedicato a Yui Kimi e alla mangiatrice di sapone

Breve biografia intorno al soggetto di una foto

Si inginocchia mai in realtà,
in amore, né canta a casa
mentre le scarpe leva e ripone i panni
sulla sedia, dove siede sorridendo poco
e sempre per gli scherzi del bambino.

Nemmeno va creduto sorridente ai piedi
della scala, come il clown: come me,
è solo un bottegaio.

da Sparse o domenicali, Carmela Moscatiello

 

Foto dal Fondo Faraci n.59

sotto il doppio mento di Carlo Emilio Gadda