Pastello

ma come può un coniglio
fare il prato più verde
una strada ferrata
una stazione di mattoni rossi
nascondersi fra colline di robinie
per farle più spinose e più robinie
soprattutto questo odore di foglie nuove
ma come può?
come è possibile
che tutto un mondo si colori di mattino
se vi tengo per mano

Luciano Erba da Perché non io, dieci poesie , in Almanacco dello Specchio n.5, 1978

Let us live!

Presidio in Campidoglio per Piazzale Maslax

Lunedì 7 agosto alle 17 con Baobab Experience

Questo è il comunicato:

Abbiamo chiesto di poter utilizzare un parcheggio abbandonato per garantire un minimo di accoglienza ai migranti abbandonati a se stessi nella nostra città.
Ferrovie ci ha risposto che la disponibilità c’è, ma che devono muoversi le istituzioni.
Per questo lunedì 7 dalle 17.00 saremo sotto al Campidoglio, per chiedere alla sindaca Virginia Raggi, al presidente della regione Lazio Nicola Zingaretti e alla prefetta Paola Basilone di scegliere da che parte stare: possono decidere di raccogliere l’invito e garantire un presidio umanitario ai migranti di Roma oppure possono voltarsi dall’altra parte e far finta di non aver né visto né ascoltato la situazione in cui queste donne e uomini sono costretti a vivere.

Il presidio che potrebbe nascere a Piazzale Maslax, coinvolgerebbe diverse associazioni umanitarie e sarebbe a costo zero per le casse pubbliche. Diventerebbe un posto aperto alla cittadinanza: un luogo dove migranti e residenti possano incontrarsi, conoscersi ed aiutarsi, come da sempre succede tra esseri umani.

I Caporali

I caporali sono, come abbiamo già avuto occasione di notare, una specie di mediatori che s’incaricano di reclutare i lavoratori necessari per le opere della campagna romana (guitti, mietitori, falciatori, tagliatori, coloni, ecc). Anticipano loro le spese di viaggio e parte di quelle del vitto e li conducono sul posto di lavoro.

È una classe molto antica, se ne fa menzione…e non a titoli di lode, in un editto del 15 agosto 1651, firmato dai conservatori Agostino Maffei, Domenico Jacovacci e Fabio Massimi.
“Essendo venuto a notizia, dice l’editto, dell’Illustrissimi Signori Conservatori della Cam. di Roma li grandi aggravi che si fanno da Caporali ed altre persone alli monelli et operaij della campagna romana per li grandi abusi che fin qui si sono osservati da suddetti, con rivender cose commestibili a poveri operaij et monelli con prezzi alterati et di mala qualità senza peso e misura contro l’ordine et forme di bando”(1).

Malgrado questo editto i caporali continuarono allegramente ad angariare i poveri lavoratori in tutti i modi, finché questi non hanno aperto gli occhi e con le leghe, con gli scioperi e simili mezzi si sono imposti ed hanno conseguito notevoli miglioramenti.

(…)

da Usi e costumi della campagna romana. Con disegni di Duilio Cambellotti, Ercole Metalli, NER – Nuova Editrice Romana, 1982

(1) De Cupis, Le vicende dell’agricoltura e pastorizia dell’Agro romano, p. 634

Sì, Agafio, il Formìggini si gettò da una torre:

Da Parole in libertà (postumo, Roma, 1945):

Ghirlandéina!
Ghirlandéina dam un còcc
pr’ajuterme a fèr al bòcc!
I diran: cus’è ‘so fagôt ?
To! L’è al pover Furmajôt .
Un modnes ed qui de ‘d via
che, oramai, a-n va piò via!
Furmajin da Modna.

Appenzell, 21 agosto 1938 ore 6.45

La mattina del 29 novembre 1938 si gettò dalla Ghirlandina, la torre del Duomo di Modena, precipitando sul selciato che lui stesso, in una delle ultime lettere, aveva ironicamente chiesto di chiamare, in suo ricordo, al tvajol ed Furmajin, il tovagliolo del Formaggino, in dialetto modenese.

Credo che uno scrittore possa essere, anzi debba essere, un militante: io lo sono stato per tutta la vita. Ma questo non deve influenzare la sua scrittura. La militanza è una cosa, la scrittura un’altra. Uno, a mio avviso, sbaglia se si mette in testa di scrivere per il popolo, finisce per fare della cattiva poesia, della retorica; uno scrive per l’altro che è sempre se stesso.

(…)

Credo che un movimento letterario (penso a quelli “storici”) sia importante, ma non posso parteciparvi. Ho un’altra idea dello scrittore e della scrittura. Credo che l’esperienza creativa sia un rischio da assumere completamente. Ho sempre rifiutato qualsiasi integrazione; per me il poeta non ha un “luogo” né patria, semmai la sua patria è il libro.

(…)

Non posso immaginare il mio lettore, ma posso dirti che questi libri o si assumono o si rigettano.

Dalla conversazione Il deserto e dopo, di Edmond Jabès con Attilio Lollini, in Lengua n. 4, Il Lavoro Editoriale, 1985

La nicchia

E’ tócc

Dal vólti
u m pisrébb da turnè
te mi tócc da burdèl
che tótt e’ dè
e’ canticéva i an
a la mi ma’
e al sairi agl’éra tévdi
cmè di bès.

Gianni Fucci

da Lengua n.6, Il Lavoro Editoriale, 1986

 

La nicchia

Delle volte / mi piacerebbe tornare / nella mia nicchia da bambino / quando tutto il giorno / canticchiavano gli anni / e la mia mamma / e le sere erano tiepide / come baci.

Fra qualche tempo

Fra qualche tempo
ore anni minuti
non sarò neppure
capace di invecchiare
ma quanto
rimarrà in me
non vorrà avere età
per svanire
con qualche vanto
o pianto
di propositi perduti

vorrà forse mostrarsi
con il male ed il bene
da mettere a confronto
e un rimpianto solo
là in fondo
un puntino luminoso
che continuerà a brillare
dentro le ombre.

(1989)

Roberto Rebora

da Tre inediti e un’intervista a cura di Giuliano Donati, Poesia – Mensile di cultura poetica, Anno III, numero 28, Aprile 1990

sotto il doppio mento di Carlo Emilio Gadda