amico e amica cari

Ovunque, in tutta la realtà accessibile e in ogni essere, è necessario trovare il luogo sacrificale, la ferita. Ogni essere è toccato solo nel punto in cui soccombe: una donna sotto la sua gonna, un dio nella gola dell’animale sacrificale.

Colui che, odiando la solitudine egoista, esige la perdita di sé, e l’estasi, prende “per la gola” la distesa del cielo, poiché essa deve sanguinare e gridare. Una donna denudata apre bruscamente un territorio di delizie (mentre decentemente vestita non è più conturbante di un muro o di un mobile): così la distesa indefinita si lacera e, lacerata, si apre alla mente estasiata che si perde in essa nello stesso modo in cui il corpo si perde nella nudità che gli si dona.

Se l’illusione del compimento non è accettata in modo totale e astratto nella rappresentazione di Dio, ma più umanamente nella presenza di una donna vestita, allora si vedrà che non appena questa donna sarà almeno in parte denudata la sua animalità ridiventerà visibile e la sua vista libererà in me la mia incompiutezza… Nella misura in cui le esistenze appaiono perfette e compiute, rimangono separate, chiuse su se stesse. Si aprono soltanto attraverso la ferita, che è in loro, del non compimento dell’essere. Ma attraverso quel che si può chiamare non compimento, nudità animale, ferita, esseri innumerevoli e separati gli uni dagli altri comunicano e nella comunicazione dall’uno all’altro prendono vita perdendosi.

da L’amicizia, Georges Bataille, SE Studio Editoriale, a cura di Federico Ferrari

L’uomo in cerca dell’infinitezza incontra solo finzioni, e il contenuto di gratificante “realtà” che pur si continua a pretendere abbiano i fatti, irresistibilmente tramutati in idoli dall’istinto comune o dal dogma sensista, opera infine l’inganno di una fede male orientata, e in definitiva un vero e proprio travisamento. Questo travisamento proviene (…) da una semplice circostanza: la “realtà” del mondo continua a presentarsi, agli occhi di chi vuole trascenderla, con le credenziali di un’invincibile e allettante concretezza.

(…) infatti, più della morte, ciò che tormentava il Medardo di Hoffmann: “I più bassi istinti materiali, mascherati da mistici rapimenti, si scatenano in noi promettendoci, già fin di quaggiù, l’appagamento dei nostri sogni più esaltati: la passione inconscia ne rimane ingannata e l’aspirazione alle cose sante, ultraterrene si spezza nell’ineffabile, mai provata gioia dei sensi”.

da “Breve storia dell’infinito”, Paolo Zellini, Adelphi, (pp. 244-245)

Inaugurazione ufficio di Baobab Experience

Oggi alle 18.30 si inaugura l’ufficio di Baobab Experience Onlus, in Via di Portonaccio, 23/b (Zona Stazione Tiburtina), finalmente aperto grazie al contributo dell’associazione inglese Help Refugees.

è richiesto un contributo di 10 euro, per cibo e bevanda, che permetterà ai volontari di raccogliere fondi per portare avanti le campagne.

Per dettagli:

https://baobabexperience.org/2017/12/01/abbiamo-messo-le-tende-ma-non-ci-fermiamo

https://www.facebook.com/events/543650022651301/

 

Kätchen e Pentesilea

Chi infatti ama la Kätchen non può non comprendere la Pentesilea, perché esse vanno appaiate come il + e il – dell’algebra e sono la medesima creatura, immaginata però in relazioni antitetiche.

Dalla lettera (Dresda, 8 dicembre 1808) di Heinrich von Kleist ad Heinrich Josef von Collin, citata a pag.9 dell’introduzione di Ervino Pocar alla Pentesilea, Guanda

Lundby 1975

In una di quelle fiere di piazza dove la prostituzione e la miseria si drappeggiano di sete e di meraviglioso; dentro un baraccone dove i mestieri erano rappresentati da fantocci meccanici, m’accadde di assistere al più terrificante spettacolo.

C’era là dentro il sarto che tagliava con forbici di piombo; la lavandaia che sciacquava i panni in un’invisibile acqua; il cuoco che ammaniva vivande di cartone…

Come un alveare mi viveva intorno quel popolo d’automi; e, divertito, io passavo da un personaggio all’altro, godendomi quelle facce convinte, quei gesti risoluti; quando, avendo fatto due o tre volte il giro del baraccone, il sospetto mi nacque che nella creazione dei suoi fantocci l’artista avesse messo un’intenzione beffarda.

E poiché il sarto non avrebbe finito mai di tagliare la sua pezza sempre intera né il cuoco di compiere i suoi gesti da epilettico, da tutta quella inutile attività una specie di nausea mi venne, un malessere…

Finché m’accorsi d’aver sottocchio l’immagine della vita.

da Scampoli I, L’opera in versi e in prosa, Camillo Sbarbaro, Garzanti/Scheiwiller, 1985, a cura di Gina Lagorio e Vanni Scheiwiller

sotto il doppio mento di Carlo Emilio Gadda