Among those Killed in the Dawn Raid was a Woman Aged a Hundred

When the morning was waking over the war

She put on her clothes and stepped out and she died,

The locks yawned loose and a blast blew them wide,

She dropped where she loved on the burts pavement stone

And the funeral grains of the slaughtered floor.

Tell this street on its back she stopped a sun

And the craters of her eyes grew springroots and fire

When all the keys shot from the locks, and rang.

Dig no more for the chains of her grey-haired heart.

The heavenly ambulance drawn by a wound

Assembling waits for the spade’s ring on the cage.

O keep her bones away from that common cart,

The morning is flying on the wings of her age

And a hundred storks perch on the sun’s right hand.

Dylan Thomas

Il nostro modo di vedere le cose è influenzato da ciò che sappiamo o crediamo

Nel medioevo, quando gli uomini credevano all’esistenza fisica dell’Inferno, la vista del fuoco aveva probabilmente un significato diverso da quello attuale. Il loro concetto di Inferno doveva, però, essere strettamente correlato alla vista del fuoco che consuma e delle ceneri che rimangono; nonché all’esperienza di dolore provocato dalle bruciature.

Quando si è innamorati, la vista della persona amata ha una pienezza che nessuna parola e nessun abbraccio riescono a eguagliare: una pienezza che soltanto l’atto del fare l’amore può temporaneamente raggiungere.

Eppure questo vedere che viene prima delle parole, e di cui esse non riescono mai a dare del tutto conto, non dipende dalla reazione meccanica a uno stimolo. (La si può vedere in questi termini solo se si isola quell’esigua parte del processo che riguarda la retina). Vediamo solamente ciò che guardiamo. Guardare è un atto di scelta. Il risultato di tale atto è che quanto vediamo si pone alla nostra portata. Anche se non necessariamente alla portata della nostra mano. Toccare è mettersi in relazione con quanto si tocca. (Chiudete gli occhi, muovetevi per la stanza e noterete come la facoltà di toccare non sia che una sorta di visione statica e limitata). Noi non guardiamo mai una cosa soltanto; ciò che guardiamo è, sempre, il rapporto che esiste tra noi e le cose. La nostra visione è costantemente attiva e costantemente mobile. E, costantemente, costringe le cose a girarle attorno, costruendo ciò che ci circonda nella nostra individualità.

Poco dopo aver imparato a vedere, ci accorgiamo che possiamo essere a nostra volta visti. L’occhio altrui si combina con il nostro per rendere pienamente credibile il nostro essere parte del mondo visibile.

Questione di sguardi. Sette inviti al vedere fra storia dell’arte e quotidianità, John Berger, Il Saggiatore, trad. di Maria Nadotti

Appunti:

– il nostro modo di vedere le cose è influenzato dal nostro desiderio (corrispondenza biunivoca tra vittima e carnefice)

– 9.4        5.       9..5.00 di cui sopra, ho sempre ritenuto (e di conseguenza mi sono tenuta) 7.          2.2            8.00.     2.6.00.4..        cercare 4.7.2.0.3.2.1.       .01.4..4. quali il 1.2.40.      9.4         3.2.  o il 9.6..40.       9.995.7.3.21.

– guardare come guatare, con l’avidità proiettiva (e narcisista), carburante per il motore della mitopoiesi;

– riprendere (ancora) Adriana Cavarero (Tu che mi guardi, tu che mi racconti) e Gertrude Stein e spingere fino a ‘tu che rendi pienamente credibile il mio essere parte del mondo visibile” (corrispondenza biunivoca?)

Autonomia e aggressività

(…) ogni movimento di distacco e di autonomia si accompagna al sorgere di insopportabili angosce di distruzione dell’altro e, correlativamente, di se stesso.

Ci si può chiedere come mai si verifichi questo fatto. La prima spiegazione è che la spinta all’autonomia in un essere appartenente (parzialmente) a un altro implica di per sé, ipso facto, un atto violento, una vera e propria frattura. Non è necessario postulare alcuna particolare accentuazione, innata o acquisita, dell’aggressività. Si potrebbe anzi sostenere che l’aggressività – intesa a questo punto, in primo luogo, come spinta all’autoaffermazione – è qui singolarmente scarsa, visto che il bambino è rimasto fissato al rapporto di appartenenza, vale a dire a un rapporto di sicurezza passiva, di delega ad altri delle proprie responsabilità. In queste condizioni, la spinta all’autonomia significa veramente un evento traumatico, qualcosa che suona come reale minaccia di morte.

Ma tale spinta non basta forse a chiarire il fatto che la minaccia di morte riguarda in primo luogo l’altro. Per Freud, vi è all’origine della nevrosi ossessiva un desiderio di morte dell’altro, che viene sostituita successivamente dall’angoscia per la sua morte. Siamo dunque nell’ambito di una vicenda puramente pulsionale, che rimanda tutt’al più a una determinazione costituzionale, organica, della pulsione stessa. Il postulato che abbiamo indicato riconduce invece essenzialmente di una rete costitutiva, una rete interpersonale di rapporti e desideri.

Ora, dal momento che l’essere debole è in realtà il bambino, il suo movimento di distacco dovrebbe comportare in primo luogo, o prevalentemente, angosce di distruzione di sé, piuttosto che di distruzione dell’altro.
Si potrebbe fare la seguente ipotesi. Per avviare il processo di separazione, il bambino deve qui basarsi, in misura molto superiore alla media, su una sua identificazione con la figura onnipotente. Proprio perché egli è parte di lei, per tentare di staccarsene, egli diventa lei, diventa figura onnipotente. Ma in questo scambio di ruoli si attivano angosce persecutorie precedenti, legate alla paura di perdita di questa figura. Infatti, nella situazione di base che abbiamo postulato, ogni interruzione del rapporto da parte di chi si cura del bambino deve determinare il sorgere di un’aggressività violenta che, proiettata sull’adulto, diventa timore della sua aggressività. Abbandonando anche per un momento il bambino, l’adulto si trasforma in un suo attivo persecutore. Ora, nel momento in cui il bambino, per distaccarsi, assume la figura dell’adulto, egli diventa contemporaneamente il persecutore dell’adulto-bambino. Ecco quindi che il movimento di autonomia si accompagna regolarmente al sorgere di angosce di morte dell’altro.

Si crea in definitiva una posizione d’indecidibilità, un’aporia senza soluzione possibile. Rimanere nella situazione di appartenenza delineata, significa avere un’identità, ma appena accennata, correlativa e dipendente da quella figura onnipotente, Proprio per questa debolezza, è costante il pericolo – e la tentazione – di un riassorbimento nella posizione fusionale precedente. Tentare di uscire da questa posizione per crearsi un’identità propria, indipendente, implica il rischio di distruzione del rapporto con la figura onnipotente e quindi l’affiorare di una situazione di isolamento, di solitudine colpevole, con immediato pericolo di annientamento. La posizione di appartenenza e partecipazione al polo onnipotente della diade, costituisce quindi l’assicella sospesa su due abissi antitetici: l’adeguazione totale alla figura adulta, con scomparsa di sé, e l’autonomia totale da essa, con analogo pericolo immediato.
Sospeso su questa assicella, il bambino rimane immobile, e in questo modo è sfiorato, non però pervaso, dalle angosce che ogni movimento gli procura. Se prevale infatti lo spostamento in direzione di una più intima fusione con la figura onnipotente, sorge subito il problema della perdita della propria identità che, per quanto limitata e dipendente, è però ben presente. A questo punto si formano caratteristiche angosce di annullamento infantili e si pongono le premesse dei futuri quadri di cosiddetta “depersonalizzazione”. Se il movimento prosegue, compaiono angosce di persecuzione in senso stretto: l’aggressività del soggetto, scatenata dalla accresciuta pervasività della figura adulta, si fa senso di immediata aggressività da parte di questa, proprio per la comunicazione esistente ai due poli del rapporto.
Se al contrario, prevale il tentativo di autonomia, sorgono come si è detto le angosce di distruzione dell’altro, con conseguente senso di colpa. Si profila la depressione. Se il senso di colpa viene erotizzato, ne deriva quella condizione di “masochismo psichico” (…).

da La freccia ferma. Tre tentativi di annullare il tempo, Elvio Fachinelli, Edizioni L’Erbavoglio, 1979 (pp.84-86)

Il cane

Là in alto, l’immagine d’un mondo
di sguardi si rinnova e si convalida.
Solo talvolta viene e gli si mette accanto,
di nascosto, una cosa, quando egli attraverso

questa immagine, in basso, tenta di aprirsi un varco,
così com’è, diverso; non respinto né accolto
e come in dubbio la sua realtà cedendo
all’immagine che dimentica per

tornare tuttavia ogni volta a immergervi
il suo occhio, quasi implorando, quasi
comprendendo, vicino ad un accordo;
ma rinuncia: altrimenti non sarebbe.

Rainer Maria Rilke, da Poesie, Einaudi. a cura di Andreina Lavagetto

A Pamina e a me

About lying

It is a bad habit to lie and it is very shamefully painted  by an ancient (Plutarco), who says that it is a demonstration of despising God and at the same time of fearing men.  It is not possible to represent more completely its horror, baseness and its debauchery. Indeed, what could be more ugly than being cowardly towards men and bold towards God?
Since our relations are regulated only by the way of the word, who falsifies it betrays public society. Words are the only instrument through which our wills and thoughts are communicated; it is the interpreter of ours soul: if words fail, we no longer have any connection, we no longer know each other. If the word deceives us, it destroys all our exchanges and dissolves all the bonds of our society.

Montaigne, Saggi, Libro II – Capitolo Xviii, p. 891,Adelphi

L. M., reveals to me that those who lie want an advantage over the other: and isn’t the advantage, the disparity sought and achieved, the basis of all human injustice?

The victim is not you, Oga.

Il Ti amo di Xuela come il salto di Katchen di Kleist

Me ne stavo sotto la veranda, sprofondata nei miei pensieri, e mi godevo pienamente la disperazione che provavo per me stessa. Avevo un vestito indosso; quella mattina mi ero pettinata i capelli; quella mattina mi ero lavata. Non guardavo niente in particolare quando vidi la bocca. Stava parlando con qualcun altro, ma guardava me. Il qualcun altro con cui stava parlando era una donna. In quel momento la sua bocca non era come un’isola che riposa in mezzo al mare, ma piuttosto come un pezzetto di terra visto da una grande altezza e messo in movimento da una forza non facilmente visibile.

Quando si accorse che lo guardavo aprì ancor più la bocca, e quello dev’essere stato il sorriso. Vidi allora che c’era un grande spazio vuoto fra i due denti davanti, probabilmente voleva dire che non ci si doveva fidare di lui, ma non me ne curai. Avevo il vestito umido, le scarpe bagnate, i capelli bagnai, la pelle gelida, tutt’intorno a me c’era gente che rabbrividiva, coi piedi in piccole pozze d’acqua e di fango, ma io cominciai a sudare per uno sforzo che stavo facendo senza rendermene conto; cominciai a sudare perché sentivo un gran caldo, e cominciai a sudare perché mi sentivo felice. Allora portavo i capelli divisi in due trecce, e le loro estremità posavano appena sotto le clavicole; tutta l’acqua che mi cadeva sui capelli si raccoglieva nelle mie trecce e vi scorreva come fossero due grondaie, e quindi mi colava attraverso il vestito appena sotto le clavicole e continuava a scorrermi giù per il petto, fermandosi soltanto dove le punte dei seni toccavano la stoffa, e rivelando i miei capezzoli con l’evidenza di una stampa ancora fresca. Lui mi guardava e parlava con un’altra, e la sua bocca si allargava e si restringeva, piccola e grande, e io volevo mi notasse, ma c’era tanto rumore: tutta la gente che sostava sotto la veranda per ripararsi dalla forte pioggia aveva qualche cosa da dire, non a proposito del tempo (questo ormai non richiedeva più nessun commento) ma qualcosa sulla propria vita, molto probabilmente sulle proprie delusioni, perché la gioia ha vita così breve che non c’è abbastanza tempo per soffermarsi sulla sua comparsa. Il rumore, che era cominciato come un brusio, si era trasformato in un alto clamore, e quell’alto clamore aveva un gusto sgradevole di metallo e di aceto, ma io sapevo che la sua bocca avrebbe potuto togliermi quel gusto, se solo fossi riuscita ad arrivarci; così gridai il mio nome, e fui certa che mi aveva sentito immediatamente, ma non smetteva di parlare con la donna, e allora dovetti gridare forte il mio nome diverse volte finché smise, e ormai il mio nome era come una catena che lo stringeva, così come la vista della sua bocca era una catena che stringeva me. E quando i nostri occhi si incontrarono ci mettemmo a ridere, perché eravamo felici, ma quella cosa faceva anche paura, perché con quell’occhiata ci eravamo domandati tutti: chi avrebbe tradito chi, chi era la preda e chi il cacciatore, chi avrebbe dato e chi avrebbe preso, che cosa avrei fatto. E quando i nostri occhi si incontrarono, e allo stesso tempo ci mettemmo a ridere, io dissi “Ti amo. Ti amo”, e lui disse “Lo so”. Non lo disse per vanità, non lo disse per presunzione, lo disse solo perché era vero.

Da Autobiografia di mia madre, Jamaica Kincaid, Adelphi, Fabula, 1997, trad. di David Mezzapa

La scrittrice dedica il libro a Derek Walcott.

Well, you only need one

(…) You just keep doing the same moovie, how can you do it?

You know, there are different kinds of moovies…that, we did that one, you know, can’t keep doing it…

I remember I was having a conversation with Orson Wells one time, we were talking about Greta Garbo and he loved her, I did too but, I mean, he was rhapsodizing about her, and I said: “I agree with you, but isn’t it too bad that she only made two really good pictures?”…out of four, you know, and he looked at me for a long time and he said: “Well, you only need one”.

Peter Bogdanovich, ’55 ”5, Making of The Last Picture Show Documentary. Da L’ultimo spettacolo, 1971, dal romanzo autobiografico di Larry McMurtry

sotto il doppio mento di Carlo Emilio Gadda