Io considero l’amore

Io considero l’amore, come pure l’amicizia, non solo come un sentimento ma come una vera azione, che come tale richiede di fare delle cose e di affaticarsi, con la conseguenza di essere esausti e impotenti.

Un amore sincero è come una benedizione, ritengo, benché nulla vieti che ci possano essere occasionalmente tempi duri.

Vincent Van Gogh in una lettera al fratello Theo dell’11 febbraio 1883

da Lettere a Theo, Guanda, 1990, a cura di Massimo Cescon, con un saggio introduttivo di Karl Jaspers

Love after love

The time will come
when, with elation,
you will greet yourself arriving
at your own door, in your own mirror,
and each will smile at the other’s welcome,

and say, sit here. Eat.
You will love again the stanger who was your self.
Give wine. Give bread. Give back your heart
to itself, to the stranger who has loved you

all your life, whom you ignored
for another, who knows you by heart.
Take down the love letters from the bookshelf,

the photographs, the desperates notes,
peed your own image from the mirror.
Sit. Feast on your life.

Derek Walcott

 

da Collected poems (1948-1984)

Un lontano grido dall’Africa

Un vento scompiglia la fulva pelliccia
Dell’Africa. Kikuyu, veloci come mosche,
Si saziano ai fiumi di sangue del veld.
Cadaveri giacciono sparsi in un paradiso.
Solo il verme, colonnello del carcame, grida:
“Non sprecate compassione su questi morti separati!”.
Le statistiche giustificano e gli studiosi colgono
I fondamenti della politica coloniale.
Che senso ha questo per il bimbo bianco squartato nel suo letto?
Per selvaggi sacrificabili come Ebrei?

Trebbiati da battitori, i lunghi giunchi erompono
In una bianca polvere di ibis le cui grida
Hanno vorticato fin dall’alba della civiltà
Dal fiume riarso o dalla pianura brulicante di animali.
La violenza della bestia sulla bestia è intesa
Come legge naturale, ma l’uomo eretto
Cerca la propria divinità infliggendo dolore.
Deliranti come quelle bestie turbate, le sue guerre
Danzano al suono della tesa carcassa di un tamburo,
Mentre egli chiama coraggio persino quel nativo terrore
Della bianca pace contratta dai morti.

Di nuovo la brutale necessità si terge le mani
Sul tovagliolo di una causa sporca, di nuovo
Uno spreco della nostra compassione, come per la Spagna,
Il gorilla lotta con il superuomo.
Io, che sono avvelenato dal sangue di entrambi,
Dove mi volgerò, diviso fin dentro le vene?
Io che ho maledetto
L’ufficiale ubriaco del governo britannico, come sceglierò
Tra quest’Africa e la lingua inglese che amo?
Tradirle entrambe, o restituire ciò che danno?
Come guardare a un simile massacro e rimanere freddo?
Come voltare le spalle all’Africa e vivere?

da Mappa del nuovo mondo, Derek Walcott, Adelphi, tradd.di Barbara Bianchi, Gilberto Forti e Roberto Mussapi

 

Dedicato al portatore del pidgin.

Ad Atena

Dal giorno ch’io sono stato gettato alla ventura,
il mio cuore è stato in trepidazione incessante,
diviso e incerto. Poi finalmente gli dei son venuti
a liberarmi dalla maledizione suprema, la morte!
e là nelle grasse contrade dei Feaci, tu sei venuta
a darmi coraggio con le tue parole, a guidarmi
alla città. Ora dunque eccomi qui in ginocchio!

Canto XIII dell’Odissea, Omero, trad. di Emilio Villa, Derive Approdi

 

sotto il doppio mento di Carlo Emilio Gadda