Giorno per giorno, notte per notte

Sotto la marea montante vide le alghe contorte sollevare languidamente e ondulare braccia riluttanti, alzando le gonnelle, nell’acqua sussurrante ondulando e altovolgendo timide fronde argentee. Giorno per giorno, notte per notte: sollevate, inondate e lasciate cadere.
Signore, sono spossate: e, in risposta al sussurro, sospirano. Sant’Ambrogio lo udì, il sospiro di foglie e di onde, mentre aspettavano, attendevano la pienezza dei loro tempi, diebus ac noctibus iniurias patiens ingemiscit.
Senza alcun fine raccolte: poi vanamente liberate, fluttuanti in avanti, indietro rivolgenti: telaio della luna.

da Ulisse, James Joyce, Mondadori, Medusa, trad. di Giulio de Angelis, pag.72

Pan

Mi danzava una macchia di sole

tiepida sulla fronte,

c’era ancora un frusciare di vento

tra foglie lontanissime.

Poi venne

solo: la schiuma di queste onde di sangue

e un martellio di campane nel buio,

giù nel buio per vortici intensi,

per rossi colpi di silenzio – allo schianto.

Dopo

riallacciavano le formiche

nere fila di vita tra l’erba

vicino ai capelli

e sul mio – sul tuo volto sudato

una farfalla batteva le ali.

Antonia Pozzi

27 febbraio 1938, da La vita sognata, in Poesia che mi guardi, Luca Sossella Editore

Il Simurg

Il remoto re degli uccelli, il Simurg, lascia cadere nel centro della Cina una splendida piuma; stanchi della lunga anarchia, gli uccelli decidono di cercarlo. Sanno che il nome del loro re vuol dire Trenta Uccelli; sanno che la sua reggia si trova sul Kaf, la cordigliera che cinge la terra.

Intraprendono la quasi infinita avventura; superano sette vallate, o mari; il nome della penultima è Vertigine; l’ultima si chiama Annientamento, Molti pellegrini disertano; altri periscono. Trenta, purificati dalle fatiche, giungono alla montagna del Simurg. Finalmente lo contemplano: si accorgono che essi stessi sono il Simurg e che il Simurg è ciascuno di loro. Il Simurg contiene i trenta uccelli e ciascun uccello il Simurg. (Anche Plotino, Enneadi, V, 8, 4 – afferma un’estensione paradisiaca del principio di identità: “Tutto, nel cielo intelligibile, sta dappertutto. Qualsiasi cosa è tutte le cose. Il sole è tutte le stelle, e ogni stella è tutte le stelle, e ogni stella è tutte le stelle e il sole”).

da Il Simurg e l’Aquila in Nove saggi danteschi, Jorge Luis Borges, Adelphi, Piccola Biblioteca, trad. di Tommaso Scarano

 

due passi indietro

Come potrebbe continuare a giudicare, a civilizzare gli indigeni, a legiferare, a scrivere libri, a indossare il tight e pronunciare discorsi nei banchetti, se non fosse più in grado di vedersi riflesso, a colazione e a pranzo, almeno due volte più grande di quanto veramente sia?

da Una stanza tutta per sé, Virginia Woolf, SE Studio Editoriale, 1991. Tradd. di Livio Bacchi Wilcock e J.Rodolfo Wilcock

Per questo la presenza del cristiano è insopportabile

(…) scrive l’apostolo (Paolo): “d’ora innanzi, quelli che hanno moglie, vivano come se non l’avessero; quelli che piangono, come se non piangessero e quelli che gioiscono, come se non gioissero; quelli che comprano, come se non possedessero; quelli che usano del mondo, come se non ne usassero.” (…) L’azione apostolica di Paolo – il suo infaticabile vagare, predicare, istruire e correggere, il suo stesso battersi a difesa del proprio apostolato – non è dettata da uno scopo esterno, poiché nel tempo della fine nulla evidentemente permane di ciò che per propria volontà si costruisce. Ciò che egli fa, lo fa, pur scontando tutte le umane debolezze, in obbligo verso la propria vocazione. Per questo e solo per questo può egli può rivendicare senz’altro titolo di apostolo; e in effetti tale è ogni cristiano che si sente in obbligo verso la propria vocazione, alla quale non può sottrarsi “a dispetto di tutto il mondo”, come dice Don Chisciotte.

Passa, dunque, la scena di questo mondo; infatti esso declina per lasciar posto al Regno prossimo di Dio, ma non ancora sparisce, semmai si fa più incombente e tragico. Cosicché il cristiano sta sul palcoscenico del mondo pur sapendo che ciò che vi è rappresentato sparisce continuamente nel nulla, perché è nulla. Per questo, per questa sua coscienza nichilistica, la presenza del cristiano è insopportabile; perché nega significato alla radicale volontà di esserci e dunque nega la volontà di potenza, ma allo stesso tempo patisce in se stesso la passione del mondo. Egli non si sottrae all’aspirazione del mondo alla felicità, perché il Regno non è “altro” da questo mondo; e perciò egli vuole e si adopera per la felicità nell’ordine profano che continuamente trapassa, ma sa che nella felicità non è possibile permanere, poiché essa stessa aspira a trapassare. È il punto in cui il cuore si spezza; nella felicità estrema come nell’estremo dolore.

Da Passa la scena di questo mondo, in Le cose come sono. Etica, politica, religione di Giancarlo Gaeta, Libri Scheiwiller

l’insignificanza della condizione umana

(…) Ma la coscienza acuta e indistruttibile che ogni uomo ha della propria individualità, della propria originalità, che è condannato ad affermare a discapito di quella degli altri, ci separa dal resto; se “il naturale” non è completamente inaccessibile, sarà per il tramite delle arti e delle tecniche che a volte, realizzando i loro scopi essenzialmente umani, stabiliscono ancora una comunicazione oltre le barriere individuali. La musica popolare, soprattutto quella delle mie parti, è un esempio di tale risultato: non perché vi si esprima un’ipotetica anima collettiva, ma perché accosta intimamente il nero sconforto alla gioia più cristallina, restituendoci così l’insignificanza originaria della condizione umana.

sotto il doppio mento di Carlo Emilio Gadda